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    <title>La scienza Insegna a Mangiare</title>
    <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it</link>
    <description>I blog che vedrete man mano postati, hano lo scopo di mostrare i risultati scientifici che portano ai suggerimenti per l'impostazione delle diete.</description>
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      <title>La scienza Insegna a Mangiare</title>
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    <item>
      <title>Melograno e letrozolo: perché è meglio non assumerli insieme</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/melograno-e-letrozolo-perche-e-meglio-non-assumerli-insieme</link>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         This is a subtitle for your new post
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/113241.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Melograno e letrozolo: perché è meglio non assumerli insieme
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il melograno è un frutto ricco di antiossidanti, spesso considerato un “superfood” per i suoi effetti benefici sulla salute. Ma se stai seguendo una terapia con letrozolo, è importante sapere che il melograno potrebbe interferire con l’efficacia e la sicurezza di questo farmaco.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          &amp;#55357;&amp;#56589; Cos'è il letrozolo?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il letrozolo è un farmaco usato soprattutto nel trattamento del tumore al seno ormono-dipendente. Funziona bloccando un enzima chiamato aromatasi, che serve al corpo per produrre estrogeni. Riducendo gli estrogeni, si rallenta la crescita di alcuni tumori sensibili a questi ormoni.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Per funzionare bene e non causare problemi, il letrozolo deve essere smaltito dal corpo nel modo corretto. Questo avviene attraverso il fegato, grazie a un gruppo di enzimi chiamati CYP (citocromo P450), in particolare CYP2A6 e CYP3A4.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          &amp;#55356;&amp;#57207; E il melograno cosa c’entra?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Diversi studi scientifici hanno dimostrato che il melograno, soprattutto sotto forma di succo o estratti concentrati, può bloccare l’attività di alcuni di questi enzimi CYP, tra cui proprio CYP3A4. Questo significa che il fegato potrebbe fare più fatica a smaltire correttamente il letrozolo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          ⚠️ Qual è il problema?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Se il metabolismo del letrozolo rallenta a causa dell’effetto del melograno:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          •	Il farmaco resta più a lungo nel sangue, aumentando il rischio di effetti collaterali e di tossicità su globuli bianchi, globuli rossi e piastrine;
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          •	La sua concentrazione può salire oltre i livelli desiderati, con possibili problemi per l’organismo;
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          •	Ogni persona reagisce in modo diverso, quindi l’effetto può essere più forte in alcuni soggetti (soprattutto se prendono altri farmaci o hanno problemi al fegato).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          &amp;#55358;&amp;#56596; E ci sono prove certe?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ci sono molti studi clinici che dimostrano un’interazione grave tra melograno e letrozolo. I dati suggeriscono che il rischio esiste. E poiché il letrozolo è un farmaco importante, usato in terapie delicate, è meglio essere prudenti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          ✅ Cosa fare in pratica?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          •	Evita il succo di melograno e gli integratori a base di melograno durante la terapia con letrozolo, salvo diversa indicazione del medico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          •	Se mangi il frutto ogni tanto, a piccole dosi, probabilmente l’effetto è trascurabile, ma è sempre bene parlarne con il medico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          •	Non assumere prodotti erboristici senza prima verificare che non interferiscano con i farmaci che stai prendendo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          •
          &#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           IL MELOGRANO INTERAGISCE CON NUMEROSISSIMI FARMACI
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 17 Oct 2025 14:26:21 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>LA CARNE FA MALE?</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/la-carne-fa-male</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         Un consumo eccessivo di carni rosse, soprattutto lavorate (insaccati), aumenta il rischio di sviluppare alcuni tumori, mentre un consumo modesto di carne rossa (non di insaccati) è ritenuto accettabile.
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/112539.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Trovo questo articolo dell' AIRC molto completo e finalmente, credo, comprensibile a tutti. Rimane incompleta la parte della carne bianca e questo potrebbe far pensare che non abbia effetti particolari. Non è vero. La bianca e la rossa NON LAVORATA sono allo stesso livello. Entrambe non piu di 1-2 volte a settimana. Tutto cio che è lavorato invece, sia rossa che bianca, VANNO ELIMINATI o LIMITATI di molto.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Riporto sotto l'articolo in versione integrale:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           In sintesi
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La carne rappresenta un’importante fonte di proteine ed è importante ricordare che le proteine animali sono costituite dalle stesse molecole di quelle vegetali, gli amminoacidi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La pericolosità delle carni rosse e lavorate per il rischio di cancro dipende sia dalle quantità sia dal modo con cui alcune componenti interagiscono con l’organismo. Per esempio, la lavorazione delle carni per la loro conservazione e le modalità di cottura modificano le molecole presenti o ne generano di nuove che possono aumentare il rischio di sviluppare un tumore.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I cibi di origine animale contengono, oltre alle proteine, anche molte altre sostanze, tra cui i grassi saturi e il ferro nel gruppo eme. In dosi eccessive esse possono provocare un aumento di colesterolo, dei livelli di insulina nel sangue e l’infiammazione del tratto intestinale, aumentando il rischio di certe patologie, come il tumore del colon-retto e altri tipi di cancro.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Un consumo modesto di carni rosse non aumenta in modo sostanziale il rischio di ammalarsi di cancro in individui a basso rischio. Le persone a elevato rischio individuale (per familiarità o presenza di altre patologie) dovrebbero discutere del loro piano alimentare insieme a un medico, per valutare quanto è opportuno ridurre l’apporto di carne rossa e carni lavorate, considerando che nella carne vi sono alcuni nutrienti (come la vitamina B12, il ferro e lo zinco) che sono comunque preziosi per il benessere dell’organismo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Le patologie associate a un eccessivo consumo di carne rossa
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nessuna patologia è causata soltanto dal consumo di carne rossa. Tuttavia, gli epidemiologi concordano sul fatto che gli individui che seguono diete ricche di proteine animali, soprattutto carni rosse e lavorate, hanno un maggior rischio di sviluppare malattie croniche non trasmissibili come diabete, obesità, malattie cardiovascolari, renali e neurodegenerative, oltre a diverse forme di cancro e infezioni.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Riguardo ai tumori, il rischio aumenta soprattutto per quelli dell’apparato gastrointestinale, come il tumore del colon-retto e dello stomaco. Vi sono inoltre alcune evidenze rispetto al rischio di sviluppare altre neoplasie, come quelle del seno, dell’ovaio, della prostata e dell’endometrio. Nel 2015 l’International Agency for Research on Cancer (IARC) di Lione ha stabilito che la carne rossa è probabilmente cancerogena (classe 2A della sua classificazione) e che la carne rossa lavorata (insaccati e salumi) è sicuramente cancerogena (classe 1 della classificazione della IARC). La IARC è un’agenzia dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che valuta e classifica le prove di cancerogenicità delle sostanze. Tutti i dati che hanno portato a tale classificazione e le riflessioni sul tema sono contenuti e descritti in dettaglio in una monografia dedicata a “Carni rosse e lavorate”, pubblicata dagli esperti della IARC nel 2018 e basata sulla revisione di oltre 800 studi sull’argomento. Negli anni seguenti i risultati di queste ricerche sono stati confermati da tutti i singoli studi epidemiologici condotti a riguardo, tra cui quello pubblicato all’inizio del 2025 sulla rivista Nature Communications.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Come si studia l’associazione tra il consumo di un alimento e il rischio oncologico
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il nesso tra alimentazione e sviluppo di una malattia si studia soprattutto attraverso le indagini epidemiologiche, in cui si osserva la frequenza di una determinata malattia all’interno di una popolazione e si cerca un’eventuale correlazione con possibili fattori di rischio. Nel caso dello studio degli effetti della dieta sulla salute, l’epidemiologia nutrizionale indaga e individua le relazioni esistenti tra determinati alimenti e l’insorgenza di malattie. Questi studi trovano quindi associazioni tra il maggiore o minore consumo di certi cibi e l’aumento o la diminuzione delle probabilità di sviluppare una determinata malattia. Non possono però consentire di stabilire la causa di un simile effetto: tutt’al più è possibile formulare delle ipotesi, sulla base di conoscenze già acquisite.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In ogni caso, valutare l’esposizione a un fattore di rischio è difficile. A variare sono infatti le quantità, le modalità di assunzione, il tempo e le dosi. Inoltre, negli studi epidemiologici questi dati sono spesso raccolti attraverso diari forniti ai partecipanti, per cui portano con sé un inevitabile limite legato al ricordo, alla precisione e alla sincerità che influiscono la qualità delle informazioni. A ciò occorre aggiungere che, per registrare un aumento dei casi di una malattia (tumore, ma non solo) rispetto al dato atteso occorrono grandi numeri e tempi lunghi di osservazione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Individuare oltre ogni ragionevole dubbio la causa sottostante l’insorgere di una malattia finora è stato quindi possibile per poche sostanze, come il fumo di sigaretta e l’amianto, oggi considerati unanimemente i principali fattori di rischio per lo sviluppo della maggior parte delle neoplasie polmonari e del mesotelioma.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Come interpretare la classificazione della IARC?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          C’è molta confusione riguardo al significato della decisione della IARC di includere le carni rosse e le carni rosse lavorate rispettivamente nella classe 2A e nella classe 1 delle sostanze cancerogene. La decisione è stata presa dopo un’attenta revisione degli studi disponibili in merito, ma non significa che i salumi siano sempre e necessariamente più pericolosi della carne rossa fresca. La classificazione di cancerogenicità non è una classificazione del livello di rischio, ma una misura del grado di fiducia che gli esperti hanno nei dati per potersi esprimere sulla cancerogenicità di una sostanza o un prodotto. In pratica ciò ci dice soltanto che gli studi su salumi e insaccati hanno una qualità e un’ampiezza tale da farci dire con minore incertezza che i salumi possono aumentare il rischio di ammalarsi, mentre gli studi sulle carni rosse non lavorate sono statisticamente meno forti e quindi ci permettono solo di dire che probabilmente l’associazione esiste. Per quel che riguarda le carni bianche (pollame e coniglio), gli esperti affermano solo che non esistono studi sufficientemente attendibili e che quindi non possono pronunciarsi né in un senso né nell’altro. Ciò nonostante, la conoscenza dei meccanismi molecolari che rendono la carne rossa potenzialmente cancerogena (per esempio la presenza del ferro eme) permette di dire che le carni bianche sono probabilmente più sicure, dato che ne contengono, in generale, in piccolissima quantità. La classificazione della IARC, inoltre, non ci dice nulla sulla potenza di una sostanza nel provocare tumori. Molti giornali, al momento della diffusione della notizia del rapporto IARC, titolarono che la carne rossa lavorata è “cancerogena come il fumo”. Si tratta di una interpretazione non basata sui risultati delle ricerche. La carne rossa è inserita nella stessa categoria del tabacco, quella delle sostanze sicuramente cancerogene per gli esseri umani, perché per entrambe sono disponibili prove scientifiche sufficienti perché gli esperti possano esprimere un parere affidabile. Ma il fumo è un cancerogeno molto più potente degli insaccati, per cui una fetta di salame di tanto in tanto dovrebbe avere minore influenza sulla salute di un paio di sigarette.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Di quanto aumenta il rischio individuale di ammalarsi di cancro del colon se si consuma carne rossa?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Con i dati attualmente disponibili non è possibile fornire una risposta precisa a questa domanda. Gli studi epidemiologici valutano l’aumento del rischio sui grandi numeri e non a livello del singolo individuo. Gli esperti hanno stabilito che il 18-21% dei tumori al colon (e il 3% di tutti i tumori) sono probabilmente legati al consumo di carni rosse e insaccati. Per confronto, il fumo di sigaretta è responsabile dell’85-95% dei tumori al polmone.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In un documento pubblicato nel 2017 dal World Cancer Research Fund , si stima che un consumo elevato di carni rosse lavorate (50 grammi al giorno) aumenta del 16% circa il rischio di ammalarsi di cancro del colon-retto. Si tratta però del cosiddetto rischio relativo, che va cioè combinato con il rischio assoluto degli individui. Per esempio, le persone che hanno una malattia infiammatoria cronica intestinale (malattia di Crohn o rettocolite ulcerosa) o una elevata familiarità per cancro del colon-retto hanno già condizioni che accrescono di molto il loro rischio di sviluppare un cancro colorettale. Mangiando insaccati in grande quantità lo accresceranno ulteriormente del 16% circa. Invece, persone che non hanno familiarità per il cancro del colon e hanno abitudini di vita salutari (non fumano, fanno esercizio fisico) partono da un rischio di sviluppare un tumore del colon-retto più basso. Quindi, se consumano spesso salumi, accresceranno il rischio di ammalarsi del 16%, ma il loro rischio di sviluppare il tumore resterà comunque molto basso perché complessivamente rischio assoluto e rischio relativo sono entrambi bassi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Consumo di carni rosse e lavorate, genetica e cancro
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il rischio di sviluppare un tumore del colon-retto sembra risentire anche della genetica. Secondo i risultati di uno studio, pubblicati sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers &amp;amp; Prevention, la presenza di due varianti dei geni Has2 e Smad7 aumenterebbe il rischio di sviluppare un tumore del colon-retto in caso di un consumo elevato di carne rossa e processata, del 30-40% circa rispetto al resto della popolazione. In altre parole, avere questa predisposizione genetica aumenterebbe di circa 3 volte la possibilità di sviluppare un tumore colorettale a parità di consumo elevato di questi alimenti, rispetto a chi non presenta tali caratteristiche genetiche.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Questi dati evidenziano quanto sia importante l’interazione tra geni e ambiente per quanto riguarda l’eventuale insorgenza del tumore del colon-retto.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Che cosa contiene la carne rossa?
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La carne contiene prevalentemente proteine. Dal punto di vista biochimico tutte le proteine che costituiscono gli organismi viventi sono costruite nello stesso modo, tramite l’assemblaggio di venti amminoacidi uguali in tutte le specie, sia animali sia vegetali. Il colore delle carni rosse (manzo, maiale, agnello e capretto) è dato dalla presenza nei tessuti di due proteine imparentate fra loro: l’emoglobina e la mioglobina. Entrambe contengono una molecola, detta gruppo eme, con al centro un atomo di ferro. Il gruppo eme è la “trappola molecolare” che cattura le molecole di ossigeno e consente di far loro raggiungere i tessuti, che ne hanno bisogno per produrre energia. Per questo ne vengono immagazzinate grandi quantità nei muscoli, che si colorano di rosso.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Diversi studi indicano che il gruppo eme stimola nell’intestino la produzione di alcune sostanze cancerogene e provoca infiammazione nelle pareti intestinali. Un’infiammazione prolungata nel tempo, dovuta a una massiccia ingestione di carne rossa, aumenta le probabilità di sviluppare tumori del colon-retto, che è una delle neoplasie più comuni e una delle principali cause di morte per malattie oncologiche nei Paesi industrializzati, dove il consumo di carni rosse è molto diffuso. Non solo: le carni rosse possono essere lavorate mediante essicazione, salatura o affumicatura, e conservate con additivi come nitrati, nitriti e idrocarburi policiclici aromatici. Negli studi epidemiologici in generale si distingue il consumo di carne fresca da quello di salumi e insaccati, proprio per via della diversa composizione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Non bisogna dimenticare infine che la carne contiene anche grassi, in proporzione variabile a seconda del tipo preso in considerazione: si va da un 1% circa delle carni bianche magre fino al 47% circa delle carni di maiale.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Quali sono i meccanismi che legano carne rossa e cancro?
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nel 2013 sono stati pubblicati i risultati dello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), promosso dall’Unione europea, dalla IARC e sostenuto anche da AIRC. Condotto con oltre mezzo milione di partecipanti in tutta Europa, lo studio ha confermato con i propri risultati un’associazione fra consumo di carni lavorate e morti premature per malattie cardiovascolari e cancro, soprattutto al colon-retto e al seno. I dati raccolti dallo studio EPIC hanno però anche dimostrato, di contro, che un consumo di piccole quantità di carne rossa ha effetti benefici per la salute, fornendo importanti vitamine e nutrienti specifici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’effetto mutageno della carne rossa fresca è attribuito soprattutto alla presenza del ferro nel gruppo eme (un potente ossidante). A questo rischio concorre probabilmente anche la capacità della carne di produrre sostanze che modificano la composizione delle colonie di batteri che risiedono nell’intestino. Diversi studi hanno poi mostrato che i processi di lavorazione e conservazione aumentano il rischio di sviluppare disturbi cardiovascolari e diabete. Quanto al cancro, il rischio esiste anche per i forti consumatori di carne fresca, anche se i meccanismi molecolari non sono ancora del tutto chiari. È probabile che la differente quantità di sale e conservanti contribuisca al diverso rischio tra carne rossa lavorata e non lavorata. Anche il già citato studio EPIC ha fornito osservazioni in questa direzione: il rischio di morire prematuramente di cancro o malattie cardiovascolari aumenta all’aumentare della quantità di carne lavorata consumata. Secondo EPIC le morti premature potrebbero essere ridotte del 3% circa ogni anno se le persone consumassero non più di 20 grammi di carne lavorata al giorno.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          È bene chiarire che gli studi epidemiologici non fanno distinzioni sulla base della qualità del prodotto (carne di alta qualità o bassa, salumi artigianali o industriali). Per quel che riguarda le carni rosse non lavorate, però, una tale distinzione non avrebbe nemmeno senso, perché i composti che risultano mutageni (il ferro nel gruppo eme e alcune molecole che si formano nell’intestino durante la demolizione degli alimenti) sono proprietà intrinseche, che non dipendono dalla qualità della carne.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Su altri meccanismi studiati dalla IARC, come la modificazione del microbiota intestinale (i batteri che ci possono proteggere dalle sostanze mutagene) non si può, invece, al momento, fare una distinzione tra un tipo di proteina animale e l’altro, perché non sono disponibili informazioni sufficienti. Per essere precisi, attualmente non disponiamo di dati diretti di un’eventuale alterazione dell’equilibrio del microbiota intestinale causata dal consumo di carne rossa o lavorata. Esistono invece dati che indicano che un’alimentazione più ricca di fibre, frutta e verdura e più povera di alimenti processati e di origine animale è associata a un microbiota più sano e protettivo contro diverse malattie, tra cui il cancro.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Quanto conta la composizione del piatto?
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La cottura della carne alla griglia o in padella ha molti vantaggi: le alte temperature uccidono i microrganismi e causano cambiamenti nella struttura chimica delle proteine aumentandone la digeribilità e il potenziale nutritivo. Tuttavia, durante la cottura si formano anche sostanze potenzialmente tossiche e cancerogene (come le ammine eterocicliche e gli idrocarburi policiclici aromatici), in particolare all’interno della classica “crosta bruciacchiata” della carne. Nel 2011 i risultati pubblicati sul British Journal of Cancer di uno studio condotto con 17.000 partecipanti hanno mostrato che chi consumava la carne più grigliata aveva una frequenza maggiore di cancro al colon del 56% circa e chi la consumava più cotta, del 59%. È sempre meglio evitare una cottura eccessiva a temperature troppo elevate e con la carne a contatto diretto con la fiamma. Si consiglia di rimuovere le parti nere e inoltre prediligere altre forme di cottura più sane, come la cottura al forno.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Per chi pensa di passare a una dieta vegetariana, occorre tenere conto degli studi che negli ultimi anni hanno messo in luce i benefici generali sulla salute di questo tipo di alimentazione, a patto che tali diete siano rigorosamente controllate, in modo da garantire un apporto nutrizionale completo. Tuttavia, al momento non esistono dati che indichino una relazione convincente tra rischio di malattie in assoluto (quindi non solo cancro) e un modesto consumo di proteine animali. Quando si parla di modificazioni drastiche dello stile di vita è bene prendere in considerazioni gli effetti complessivi di tali scelte e non solo per il rischio di cancro.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Quali sono le dosi massime consigliate di carne rossa e carne rossa processata per un consumo salutare?
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nella storia dell’umanità non si è mai consumata così tanta carne e in modo così diffuso come oggi, per cui ci sono margini per una ragionevole riduzione, senza arrivare necessariamente a scelte drastiche. Il World Cancer Research Fund raccomanda non più di tre porzioni a settimana di carne rossa, che equivalgono a circa 350-500 grammi, e di evitare o limitare al massimo la carne rossa processata. Inoltre suggerisce di consumare almeno cinque porzioni di frutta e verdura, per un totale di almeno 400 grammi al giorno. L’Harvard School of Medicine restringe il limite di consumo di carni rosse a porzioni non superiori a 110-115 grammi, al massimo due volte a settimana. La IARC raccomanda di consumare una quantità di carne rossa non superiore a 500 grammi alla settimana per limitare il rischio di cancro. Le raccomandazioni sono generali e non sono necessariamente da tradursi in indicazioni individuali, dato che il proprio rischio di ammalarsi dipende anche da altri fattori, come appunto la familiarità e altri aspetti comportamentali e ambientali. Può darsi che per qualcuno sia opportuno ridurre o eliminare del tutto la carne rossa, anche se per la maggior parte delle persone basta consumarla con moderazione. Per questo è meglio valutare eventuali restrizioni alimentari con il medico di fiducia.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In conclusione
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Una gran mole di studi condotti nel tempo ha dimostrato che un consumo abbondante di carne rossa, soprattutto se lavorata o cotta ad alte temperature, aumenta il rischio di sviluppare molte malattie, prima tra tutte il cancro al colon-retto. È bene quindi limitare il consumo di proteine animali ottenute da questa fonte e sostituire possibilmente la carne rossa con fonti di proteine magre, come pollo o pesce, o meglio ancora con proteine vegetali come i legumi. Infine, vanno fortemente limitate, se non evitate, le carni lavorate come i salumi e quelle molto cotte e abbrustolite.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In generale tre quarti di ciò che mangiamo complessivamente dovrebbe essere costituito da cibi vegetali. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Questo il link all'articolo
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  
         https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/le-carni-rosse-fanno-male-alla-salute?fbclid=IwY2xjawLkJ6lleHRuA2FlbQIxMQABHqWGRtlHGNmKGCMzn6PQIrYOoi6DgHyOj6-LANdtr-1CaZyXLOLs3JEdx_XL_aem_6yupffhF_WJt8qGAcZI2Cw
        &#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 16 Jul 2025 06:45:37 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/la-carne-fa-male</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>LE MANDORLE E LE LORO PROPRIETÀ ANTICANCRO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/le-mandorle-e-le-loro-proprieta-anticancro</link>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  &lt;span&gt;&#xD;
    
          LE MANDORLE E LE LORO PROPRIETÀ ANTICANCRO
         &#xD;
  &lt;/span&gt;&#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Mandorlo-Mandorla-Avola-Frutto-Pianta-ByConsorzioMandorlaAvola-490x368.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Le mandorle, come altra frutta secca oleosa a guscio, sono un alleato importante nella prevenzione e nella nostra cucina anticancro, perché al contrario di quello che alcuni pensano, possono essere consumate anche d’estate.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Con un po’ di fantasia possiamo usarle in diverse preparazioni nei nostri piatti estivi; aggiungendo così alla nostra alimentazione dei grassi buoni (acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi), delle fibre, dei minerali, delle vitamine, e degli altri composti benefici come l’acido ellagico e le urolitine (derivati dagli elligitannini), gli acidi fenolici, il gammatocoferolo e la melatonina; tutti questi sono composti importantissimi nella nostra prevenzione contro il cancro.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Le evidenze scientifiche attuali hanno dimostrato che le mandorle ed in genere la frutta secca a guscio, sono alimenti che contribuiscono alla corretta espressione dei geni che regolano sia la crescita cellulare sia i tipi di batteri intestinali che influenzano la salute del colon.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Iniziamo a parlare di due sostanze che derivano dagli ellagitannini contenuti nelle mandorle: l’acido ellagico e le urolitine.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Queste aumentano gli enzimi antiossidanti, diminuendo così i danni apportati dai radicali liberi al nostro DNA che possono portare allo sviluppo del cancro. Infatti, in alcuni studi eseguiti sulle cellule, le urolitine hanno inibito sia l’enzima aromatasi che produce estrogeni, sia la crescita delle cellule del cancro al seno sensibili agli estrogeni. Inoltre si è visto che influenzano anche l’espressione genica, diminuiscono la crescita e stimolano l’autodistruzione delle cellule tumorali in bocca, esofago, mammella, cervice, colon e prostata.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Va rilevato inoltre che da studi sugli acidi fenolici, si è osservato che essi possono migliorare il metabolismo del glucosio, diminuire la resistenza all’insulina, regolare il microbiota intestinale (l’insieme dei microbi che vivono nel nostro colon) e creare nel corpo un ambiente meno adatto per sviluppare il cancro.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Prendiamo ora in considerazione la vitamina E, o meglio il gamma-tocoferolo presente nelle mandorle; questo è uno degli otto elementi che compongono la vitamina E. L’evidenza scientifica suggerisce che il gamma-tocoferolo può fornire una protezione antinfiammatoria e una riduzione delle cellule tumorali ancora più importante rispetto all’alfa-tocoferolo (un’altro composto della vitamina E). 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Per ultimo parliamo della melatonina, quell’ormone che le persone producono fisiologicamente in risposta all’oscurità e che si trova anche in alcuni alimenti, tra cui le mandorle. La melatonina è nota per aiutare a regolare i ritmi circadiani del corpo, eppure nell’ultimo decennio, è stato chiarito che la sua azione antiossidante riduce anche i radicali liberi, i quali potrebbero danneggiare il nostro DNA.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Alla melatonina è stata riconosciuta in particolare la capacità di ridurre la crescita del tumore mammario positivo e negativo per i recettori degli estrogeni e del tumore alla prostata.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In conclusione si può affermare che vale proprio la pena di inserire le mandorle nella nostra alimentazione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          -LILT BOLZANO -
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 12 Jun 2025 07:40:16 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/le-mandorle-e-le-loro-proprieta-anticancro</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>MALATTIE INFIAMMATORIE CRONICHE INTESTINALI (MICI) E NUTRIZIONE: COSA NON SANNO I PAZIENTI E PERCHÉ È FONDAMENTALE UN APPROCCIO BASATO SULL'EVIDENZA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/malattie-infiammatorie-croniche-intestinali-mici-e-nutrizione-cosa-non-sanno-i-pazienti-e-perche-e-fondamentale-un-approccio-basato-sull-evidenza</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         This is a subtitle for your new post
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/91868-e543e251.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Pubblico questo articolo molto interessante preso da una rivista specializzata, perchè dopo anni che svolgo questo lavoro, trovo ancora abbastanza assurdo sentirmi dire da alcuni pazienti la frase: "sono stata da una nutrizionista prima ma aveva un approccio diverso"...oppure "si legge di tutto, ognuno poi ha il suo approccio differente". No non è approccio personale, c'è la scienza e c'è l'idea personale non dimostrata. 
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Dopo tanti anni da RICERCATRICE prima che da nutrizionista, mi sento di dire che la letteratura scientifica va letta praticamente giornalmente affinchè si offra al paziente SEMPRE l'approccio migliore. Se poi si danno ancora consigli vecchi perchè si è rimasti alla letteratura di 20anni prima (e mi capita spesso), o ancora peggio la letteratura non viene proprio letta, c'è un grosso problema e si creano i divari di pensiero. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Di seguito l'articolo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          MALATTIE INFIAMMATORIE CRONICHE INTESTINALI (MICI) E NUTRIZIONE: COSA NON SANNO I PAZIENTI E PERCHÉ È FONDAMENTALE UN APPROCCIO BASATO SULL'EVIDENZA
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Una recente review pubblicata su Nutrients ha preso in esame le lacune nella conoscenza nutrizionale dei pazienti con Malattie infiammatorie croniche intestinali (Mici), evidenziando come spesso le decisioni dietetiche si basino su credenze personali anziché su evidenze scientifiche, portando così a inutili restrizioni alimentari e al rischio di malnutrizione. A parlarcene, Eleonora Ribaudi, dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche, Uoc Medicina Interna e Gastroenterologia, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma e coordinatrice del lavoro.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          D.SSA RIBAUDI, QUAL È RUOLO DELL'ALIMENTAZIONE NELLE MICI?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Svolge un ruolo cruciale, influenzando sia l'infiammazione che i sintomi clinici. La dieta occidentale, ricca di grassi saturi, alimenti ultra-processati, zuccheri raffinati e additivi, è stata associata a un aumento della permeabilità intestinale e a un'alterazione del microbiota, contribuendo alla progressione della malattia. Al contrario, modelli alimentari come la dieta mediterranea, caratterizzati da un elevato consumo di fibre solubili, acidi grassi mono e polinsaturi, e alimenti ricchi di polifenoli, hanno dimostrato effetti protettivi grazie alle loro proprietà antinfiammatorie e di modulazione del microbiota intestinale. L’alimentazione è quindi non solo uno strumento di supporto alla terapia farmacologica, ma può rappresentare un approccio complementare o alternativo, migliorando la qualità della vita e riducendo il rischio di recidive.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          QUALI SONO LE PRINCIPALI LACUNE DI CONOSCENZA NUTRIZIONALE RISCONTRATE NEI PAZIENTI CON MICI?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Diversi studi hanno evidenziato come i pazienti spesso manchino di informazioni accurate sulle strategie alimentari più appropriate, con una tendenza a basare le proprie scelte su esperienze personali piuttosto che su raccomandazioni basate sull’evidenza. Tra le principali lacune si riscontrano la scarsa comprensione del ruolo delle fibre, erroneamente percepite come dannose, e la tendenza ad adottare diete restrittive senza una supervisione professionale, aumentando il rischio di malnutrizione. Inoltre, il concetto di food literacy, ovvero la capacità di comprendere e applicare informazioni nutrizionali, è spesso carente, portando i pazienti a escludere alimenti importanti senza una reale necessità clinica.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          QUALI SONO I CIBI PIÙ COMUNEMENTE EVITATI DAI PAZIENTI CON MICI E PERCHÉ?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I pazienti tendono ad evitare numerosi alimenti percepiti come scatenanti di sintomi, tra cui latticini, cibi piccanti, fritti, ricchi di grassi, alimenti con glutine e verdure ricche di fibra insolubile. Questo comportamento è spesso guidato da esperienze soggettive piuttosto che da raccomandazioni scientifiche, portando a restrizioni alimentari e a un aumento del rischio di carenze nutrizionali. Il consumo di latticini, ad esempio, viene evitato per timore di intolleranza al lattosio, sebbene solo una parte dei pazienti ne sia realmente intollerante. Anche il glutine è spesso escluso senza una diagnosi di celiachia o sensibilità al glutine non celiaca, riflettendo una diffusa disinformazione sull'alimentazione nelle Mici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          IN CHE MODO LE CARENZE DI MICRONUTRIENTI SONO PREVALENTI E QUALI SONO LE PIÙ COMUNI?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Si tratta di carenze molto frequenti a causa di un ridotto apporto alimentare, malassorbimento, aumentata perdita intestinale e interazioni con i farmaci. Tra le carenze più frequenti vi sono quelle di ferro, vitamina B12, vitamina D, zinco e folati. L’anemia da carenza di ferro è la più diffusa, dovuta alla perdita di sangue intestinale e alla ridotta capacità di assorbimento. La carenza di vitamina D è associata a una maggiore attività infiammatoria, mentre la vitamina B12 risulta spesso ridotta nei pazienti con resezioni intestinali. L’identificazione e il trattamento precoce di queste carenze sono fondamentali per prevenire complicanze a lungo termine.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          QUALI TIPI DI INTERVENTI NUTRIZIONALI COGNITIVO/COMPORTAMENTALI SI SONO DIMOSTRATI EFFICACI NEL MIGLIORARE LA GESTIONE DELLE MICI?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Sicuramente quelli che combinano educazione alimentare personalizzata, counseling nutrizionale e supporto psicologico. Programmi di educazione nutrizionale individuali o di gruppo hanno dimostrato di migliorare la consapevolezza dei pazienti sulle scelte alimentari, riducendo le restrizioni inutili e migliorando la qualità della vita. Strategie che incoraggiano il mindful eating e la gestione dello stress, spesso associato all’aggravamento dei sintomi, hanno evidenziato benefici nel controllo della malattia. Tuttavia, questi interventi non sono ancora implementati in modo uniforme nella pratica clinica.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          QUALI APPROCCI DIETETICI SPECIFICI SONO STATI STUDIATI?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Sono diversi, con risultati variabili a seconda del tipo di malattia e della fase, attiva o di remissione. La dieta mediterranea ha mostrato effetti benefici nel ridurre l’infiammazione e migliorare la qualità della vita. La nutrizione enterale esclusiva è efficace nell’indurre la remissione nel morbo di Crohn, mentre la dieta a basso contenuto di FODMAP può ridurre i sintomi gastrointestinali nei pazienti con Mici e sindrome dell’intestino irritabile sovrapposta. Altri regimi, come la Crohn’s Disease Exclusion Diet e la dieta povera di carne rossa e processata, hanno mostrato effetti positivi sulla gestione dei sintomi. Tuttavia, la personalizzazione dell'approccio è essenziale per evitare carenze nutrizionali.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          QUAL È IL RUOLO DEI PROFESSIONISTI SANITARI NELLA GESTIONE NUTRIZIONALE DEI PAZIENTI?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          È fondamentale e richiede un approccio multidisciplinare. Gastroenterologi, dietisti e infermieri specializzati dovrebbero collaborare per fornire informazioni basate sull’evidenza, monitorare lo stato nutrizionale e prevenire carenze. I dietisti specializzati, in particolare, sono essenziali per guidare i pazienti nella scelta di diete adeguate senza restrizioni inutili, promuovendo il mantenimento di uno stato nutrizionale ottimale. L'integrazione di educazione alimentare nei percorsi di cura può ridurre il ricorso a diete autodeterminate e migliorare la qualità della vita. Tuttavia, l’accesso ai servizi nutrizionali specializzati rimane spesso limitato, evidenziando la necessità di implementare strategie per una migliore gestione nutrizionale nelle Mici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nicola Miglino
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 24 Apr 2025 09:46:45 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/malattie-infiammatorie-croniche-intestinali-mici-e-nutrizione-cosa-non-sanno-i-pazienti-e-perche-e-fondamentale-un-approccio-basato-sull-evidenza</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>Una famiglia di batteri intestinali protegge dal tumore del colon-retto</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/una-famiglia-di-batteri-intestinali-protegge-dal-tumore-del-colon-retto</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/115515.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         https://www.airc.it/traguardi-dei-ricercatori/una-famiglia-di-batteri-intestinali-protegge-dal-tumore-del-colon-retto
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Una famiglia di batteri fisiologicamente presenti nell’intestino svolge un’importante azione protettiva contro il tumore del colon-retto. È la scoperta compiuta da un gruppo di ricercatori coordinati da Maria Rescigno, principal investigator del Laboratorio di immunologia delle mucose e microbiota di Humanitas e docente di Humanitas University.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I risultati dello studio, condotto grazie al sostegno di Fondazione AIRC, sono stati pubblicati sulla rivista Nature Microbiology.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il cancro al colon è una malattia influenzata da fattori genetici, ambientali e da abitudini e comportamenti non salutari. Da qualche tempo si sta cominciando a capire che anche il microbiota, cioè l’insieme delle popolazioni di batteri che normalmente vivono nell’intestino, incide in diversi modi sulla malattia, in alcuni casi favorendone l’insorgenza e la progressione e in altri contrastandola.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tuttavia, fino ad adesso non erano mai stati identificati specifici batteri endogeni capaci di proteggere dal processo di trasformazione tumorale.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ci è riuscito ora il gruppo di ricerca coordinato da Maria Rescigno che, in esperimenti condotti sia con topi di laboratorio sia con campioni ottenuti da esseri umani, ha scoperto che il microbiota di pazienti in uno stadio precoce di sviluppo del tumore intestinale, il cosiddetto adenoma, è caratterizzato dall’assenza di una famiglia di batteri chiamati Erysipelotrichaceae.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          "Crediamo che la trasformazione tumorale delle cellule dell’epitelio intestinale causi un cambiamento delle caratteristiche del muco intestinale" spiega Rescigno, che guida uno dei programmi speciali 5 per 1000 sostenuti da Fondazione AIRC. "Queste modifiche rendono l’ambiente non più idoneo alla sopravvivenza di questo ceppo di batteri."
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ciò fa sì che il tumore abbia maggiore facilità di sviluppo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          "Questi batteri, fino a oggi sconosciuti, svolgono infatti un’azione di contrasto al tumore" dice ancora Rescigno. "Attraverso il rilascio di alcune sostanze, in particolare l’acido butirrico, sono capaci di inibire la proliferazione delle cellule tumorali."
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La scoperta potrebbe ora avere importanti ricadute dal punto di vista diagnostico e terapeutico o preventivo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          "Il fatto che il microbiota rilevato nelle feci non presenti questa famiglia di batteri" continua Rescigno "è estremamente importante ai fini della diagnosi precoce della malattia nei pazienti con adenoma avanzato. Inoltre, proprio per questi pazienti si potrebbe pensare di ridurre il rischio di sviluppare un tumore maligno restituendo il batterio sotto forma di probiotico."
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 24 Apr 2025 09:46:42 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>FIBROMI UTERINI: RUOLO DI DIETA E NUTRIENTI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/fibromi-uterini-ruolo-di-dieta-e-nutrienti</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Fibromi+uterini.webp"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         I fibromi uterini, noti anche come miomi o leiomiomi, sono i tumori benigni più comuni dell'apparato riproduttivo femminile. Colpiscono fino all'80% delle donne in età fertile e possono causare una serie di sintomi, tra cui sanguinamento mestruale abbondante, dolore pelvico e infertilità. Sebbene la causa esatta non sia ancora del tutto compresa, diversi studi clinici ed epidemiologici suggeriscono che la dieta possa svolgere un ruolo significativo nel loro sviluppo e trattamento.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Un elevato apporto di frutta e verdura, soprattutto di agrumi, mele, cavoli, broccoli e pomodori, è stato associato a un ridotto rischio di fibromi uterini. Si ipotizza che i fitonutrienti presenti in questi alimenti, come carotenoidi, polifenoli e flavonoidi, possano esercitare effetti antiproliferativi, antinfiammatori e antifibrotici. Uno studio prospettico su donne afroamericane ha evidenziato una riduzione del rischio di fibromi con il consumo di quattro porzioni di frutta e verdura al giorno rispetto a una sola porzione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          D’altro canto, un elevato apporto di grassi, in particolare di acidi grassi trans, potrebbe aumentare il rischio di fibromi uterini. Al contrario, gli acidi grassi omega-3, presenti nel pesce, potrebbero avere un effetto protettivo, sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per confermare questa associazione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I dati sul ruolo dei latticini nello sviluppo dei fibromi uterini sono contrastanti. Alcuni studi hanno osservato un'associazione inversa tra il consumo di latticini, in particolare yogurt, e il rischio di fibromi, mentre altri no. Si ipotizza che i componenti antitumorali presenti nei latticini, come calcio, vitamina D, acido butirrico e proteine del latte, possano avere un effetto protettivo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Stessi dati contrastanti anche rispetto alla carne rossa.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Numerose ricerche osservazionali hanno evidenziato una correlazione tra i livelli sierici di vitamina D e la presenza e le dimensioni dei fibromi uterini: le donne con livelli di vitamina D più bassi tendono ad avere un rischio maggiore di sviluppare fibromi e fibromi di dimensioni maggiori. Uno studio clinico italiano ha dimostrato che la correzione dell'ipovitaminosi D attraverso l'integrazione in donne con fibromi ha ridotto la necessità di trattamento chirurgico o medico. Questo e altri studi supportano l'ipotesi che la vitamina D possa svolgere un ruolo significativo nella prevenzione e nel trattamento. I meccanismi proposti includono l'azione antiestrogenica della vitamina D, la sua capacità di inibire la proliferazione cellulare dei fibromi e il suo effetto sulla regolazione del sistema di riparazione del Dna.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Alcune ricerche indicano un'associazione inversa tra l'assunzione di vitamina A, in particolare da fonti animali, e il rischio di fibromi uterini; altre, invece, suggeriscono un'associazione positiva tra vitamina A e rischio, attribuendola alla possibile attivazione dei recettori Ppar da parte di alti livelli di vitamina A. Gli studi clinici si sono concentrati maggiormente sui retinoidi, derivati sintetici della vitamina A, dimostrando la loro efficacia nel ridurre la proliferazione cellulare, la formazione della matrice extracellulare e nell'indurre l'apoptosi nelle cellule dei fibromi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Gli studi attuali non indicano un'associazione significativa tra l'assunzione di vitamina C e l'incidenza. I dati sul ruolo della vitamina E sono limitati e non conclusivi. Alcuni studi suggeriscono una possibile associazione positiva, dovuta all’attività di modulazione da parte della vitamina E sui recettori degli estrogeni, implicati nella patogenesi dei fibromi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Silvia Ambrogio
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 29 Nov 2024 09:30:38 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Mangia solo hamburger con salsa ranch, patatine, ciambelle glassate e succhi di frutta: ragazzino diventa cieco. Il caso-studio denuncia gli effetti del junk food</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/mangia-solo-hamburger-con-salsa-ranch-patatine-ciambelle-glassate-e-succhi-di-frutta-ragazzino-diventa-cieco-il-caso-studio-denuncia-gli-effetti-del-junk-food</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/13205.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         MI SENTO DI CONDIVIDERE UN ARTICOLO CHE DOVREBBE FAR RIFLETTERE MOLTE PERSONE. Il caso è per fortuna fuori dall'ordinario, ma in molte famiglie, le ciambelle sono numerose merendine o brioches e l'hamburgher in eccessi di carne, farina 00 raffinata e grassi. Ovvero discostano molto poco da questo caso.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          IL LINK:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/11/03/mangia-solo-hamburger-con-salsa-ranch-patatine-ciambelle-glassate-e-succhi-di-frutta-ragazzino-diventa-cieco-il-caso-studio-denuncia-gli-effetti-del-junk-food/7753591/
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          IL TESTO COMPLETO:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Hamburger con salsa ranch (cioè con maionese e panna), patatine fritte, ciambelle glassate e succhi di frutta in brick: una dieta limitatissima, quella del ragazzino del Massachusetts, improntata soprattutto su junk food. Alla base di questa selettività c’è l’ARFID (disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo). “L’alimentazione selettiva è comune in pazienti con autismo e ha comportato [nel caso del bambino] carenze nutrizionali associate a disturbi riguardanti il nervo ottico e la retina”, scrivono gli autori del caso di studio pubblicato sul NEJM. Gli autistici hanno infatti dei disturbi sensoriali che si riflettono anche su certi cibi, il cui odore, sapore o consistenza non sono tollerati. Proprio per la consistenza il piccolo americano preferiva quei pochi alimenti, trascurando al massimo i vegetali – tranne i succhi in brick, che per gli esperti non sostituiscono del tutto il frutto fresco. Rifiutava inoltre cibi nuovi e vitamine. E così, una notte si svegliò urlando che non ci vedeva più e fu portato al Boston Children’s Hospital.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Cecità permanente
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Qui i genitori raccontarono che solo sei settimane prima il bimbo aveva cominciato ad avere la visione offuscata mattina e sera, senza che l’optometrista rilevasse nulla. Si appoggiava sempre di più a loro camminando, sbatteva contro porte e muri e aveva gonfiore e croste intorno agli occhi. Poi, d’improvviso, la visione limitata solo a sagome e colori, senza distinguere movimenti e dettagli degli oggetti. I medici diagnosticarono un’atrofia del nervo ottico: lentamente, le cellule nervose avevano cominciato a morire senza segni evidenti. Escludendo altre cause – traumi, infezioni, esposizioni a tossine o a radiazioni – si focalizzarono su una grave carenza di nutrienti causata dalla dieta ristretta: “C’è in particolare una forte evidenza a sostegno della diagnosi delle deficienze di vitamina A, rame e zinco”, si legge nello studio. Oltre a ciò, osservarono deficit di vitamina D, C e K. La somministrazione di vitamine e minerali ristabilì i livelli corretti ma non poté rimediare al danno ottico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I nutrienti mancanti
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La carenza di vitamina A è tra le principali cause di cecità nei bambini: secondo l’OMS, a livello globale sono 500.000 i piccoli che ogni anno perdono la vista perché non assumono abbastanza vitamina A. Questa è infatti fondamentale per i fotorecettori della retina e per la sensibilità alla luce, e aiuta la visione in condizioni di scarsa luminosità. La vitamina D previene la secchezza oculare, mentre la C protegge dai raggi UV e la K migliora il microcircolo. Rame e zinco sono protettivi della retina. Così il piccolo, certo giustificabile perché autistico, affetto da sindrome da deficit di attenzione (ADHD) e con ritardi cognitivi, linguistici e motori, si privava di preziosi nutrienti. “Il suo è un caso limite, ma probabilmente c’è anche un altro problema oltre a quello sensoriale, forse neurologico non diagnosticato”, osserva il dott. Andrea Coco di Pontedera (PI), esperto di nutrizione clinica, che tra l’altro si occupa della dieta di adolescenti autistici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Malassorbimento dei cibi
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “L’alimentazione selettiva è un comportamento specifico di questi ragazzini, che hanno un vero e proprio craving per alcuni cibi ricchi di zuccheri semplici. Gli alimenti diventano una boa di salvezza cui aggrapparsi, un rituale e un modo di affermare se stessi”, osserva il dott. Coco. Purtroppo questi cibi ricchi di zuccheri semplici appartengono spesso alla categoria dei junk food, contro cui da anni mette in guardia la scienza. A febbraio, per esempio, uno studio uscito sul BMJ ha individuato legami tra junk food e 32 problemi di salute, tra cui tumori, cardiopatie, malattie polmonari, diabete 2, obesità, ansia, morte prematura. Altri studi hanno denunciato deficit di attenzione in bambini e adolescenti e problemi di salute mentale negli adulti. Certo, non ci vuole un giorno per avere problemi seri, ma purtroppo appare in crescita la diffusione del junk food, tra l’altro a buon mercato e capace di allontanare da alimenti freschi ricchi di nutrienti. “[I cibi spazzatura] possono rappresentare fino al 58% dell’apporto energetico totale quotidiano in alcuni paesi a reddito alto, e negli ultimi decenni stanno rapidamente aumentando in molte nazioni con redditi bassi e medi“, scriveva a febbraio la rivista Scimex, presentando lo studio del BMJ.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Non senza conseguenze. “Il junk food promuove un’infiammazione generalizzata di basso grado che coinvolge anche il funzionamento della barriera epiteliale, riducendo così l’assorbimento dei nutrienti”, spiega Coco. “Ne derivano difficoltà nell’assorbimento dei nutrienti, di cui tra l’altro il junk food è poverissimo”. Se questa situazione si inserisce in un quadro già complesso come quello dei ragazzi autistici – spesso affetti da problemi di funzionamento intestinale, sottolinea il medico – la malnutrizione è praticamente garantita. “Occorre allora effettuare una riprogrammazione, aiutandosi con i probiotici per modificare il segnale e togliere il craving biochimico, per poi agire sulla dipendenza mentale e la ritualità, in team con gli educatori”, conclude il medico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 11 Nov 2024 16:33:57 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>MELANOMA: SCOPERTO LEGAME TRA MICROBIOMA INTESTINALE E IMMUNOTERAPIA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/melanoma-scoperto-legame-tra-microbioma-intestinale-e-immunoterapia</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/125275.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Uno studio dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano evidenzia il legame tra batteri intestinali e risposta all’immunoterapia nel melanoma avanzato, aprendo a nuove strategie terapeutiche e vaccini personalizzati. La ricerca ha coinvolto 23 pazienti in cura all’IEO e al Pascale di Napoli, affetti da melanoma inoperabile e candidati a ricevere la terapia che, bloccando la proteina linfocitaria PD-1, riattiva la risposta immunitaria antitumorale. Da ciascun partecipante sono stati raccolti dati clinici e diversi campioni biologici, sia prima dell’inizio della terapia che mensilmente durante il periodo del trattamento (fino a 13 mesi), consentendo così di associare variazioni del microbiota intestinale con altri marcatori infiammatori ematici. Da un’analisi approfondita dei geni batterici emerge che il microbiota intestinale dei pazienti responsivi all’immunoterapia è arricchito di alcuni geni che portano alla sintesi di peptidi (frammenti di proteine), i quali mimano esattamente la struttura di alcuni dei principali antigeni tumorali espressi dalle cellule di melanoma. Poiché la somiglianza consente a linfociti diretti contro i peptidi batterici di riconoscere anche i loro analoghi tumorali, l’immunità antitumorale ne esce rafforzata. Questa scoperta consentirà in breve tempo di condurre uno screening dei pazienti candidati a immunoterapia grazie ad un test ematico per ricercare linfociti che riconoscono i peptidi batterici analoghi a quelli del melanoma. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Cell Host and Microbe. 
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - FNOB -
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Thu, 07 Nov 2024 18:06:48 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>LA NUTRIZIONE E MALNUTRIZIONE NEL PAZIENTE ONCOLOGICO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/la-malnutrizione-come-problema-nel-paziente-oncologico-in-particolare-quello-al-polmone</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           La nutrizione nel paziente oncologico in generale e - al polmone in particolare, svolge un ruolo determinante a seconda della necessità della persona. Le macro aree in cui si può intervenire ed essere di aiuto sono:
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          1-	Sostenere il paziente senza nutrire/favorire la crescita del tumore 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          2-	Risolvere stati di astenia, sarcopenia (perdita della massa e della forza muscolare) e cachessia neoplastica (deperimento generale del paziente oncologico). 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          3-	Arricchire la dieta con determinate vitamine massimizzando l'efficacia delle terapie senza entrare in conflitto con esse. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          4-	Migliorare l’asse intestino-polmone (Microbiota) migliorando effetti collaterali delle terapie e potenziando la risposta immunitaria. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Approfondiamo ognuno dei punti elencati per capire come metterli in pratica e tradurli nelle scelte alimentari quotidiane. Ovviamente si tratta di consigli generali che devono essere adattati ad ogni singolo paziente a seconda della concomitanza di altre patologie con l’aiuto di un professionista. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          1-	Sostenere il paziente senza nutrire/favorire la crescita del tumore. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          A metà del secolo scorso il premio Nobel Otto Warburg ha scoperto che, durante la loro proliferazione, le cellule tumorali hanno un cambiamento metabolico importante, aumentano il consumo di GLUCOSIO (chiamato anche carboidrato semplice o zucchero) almeno di dieci volte rispetto alle cellule normali. Tale fenomeno le rende capaci di proliferare molto più velocemente delle cellule normali e le rende anche molto più aggressive. Il prodotto di scarto di questo metabolismo è il LATTATO (o Acido Lattico) che viene espulso all’esterno delle cellule, rendendo l’ambiente extracellulare notevolmente acido. Anche questo è un punto cruciale, perché un ambiente acido favorisce l’angiogenesi (formazione di nuovi vasi sanguigni) e di conseguenza la metastatizzazione del tumore.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’intero processo appena descritto è ormai considerato segno univoco e distintivo della trasformazione tumorale delle cellule. Questo consumo di glucosio infatti, viene ormai sfruttato per numerose terapie ed esami strumentali (quali la PET). Bisogna quindi cercare di ridurre la quantità di zucchero (carboidrato semplice) nel sangue per limitare la fonte di sostentamento delle cellule patologiche, e ridurre la quantità di Lattato nel sangue (che se presente in grandi quantità è responsabile di effetti collaterali quali nausea, inappetenza, broncocostrizione, malnutrizione).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Non è necessario eliminare il carboidrato dalle tavole, ma basterà ridurne l’indice glicemico, ovvero la sua concentrazione nel sangue.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Infatti quando il glucosio è presente in quantità ‘normali’ (inferiore a 100mg/dl a digiuno e 150-170mg/dl dopo i pasti), le cellule sane competono con quelle neoplastiche per assimilarlo e trarne energia. Il risultato è che il quantitativo che arriva a queste ultime non è sufficiente per la loro sopravvivenza, saranno costrette a rallentare il metabolismo risultando anche più vulnerabili. Quando invece la quantità di zucchero in circolazione aumenta (picco glicemico) le cellule normali continuano a consumarne lo stesso quantitativo, in compenso ne avanza molto di più per le cellule neoplastiche che quindi ne hanno a sufficienza per il loro sostentamento e la duplicazione. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tutto questo si trasforma nei seguenti suggerimenti: 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - Evitare gli alimenti ad alto indice glicemico (ad esempio Farina 0 o 00, zucchero, eccesso di frutta), preferendo come fonti di carboidrati, alimenti quali farine integrali, cereali poco lavorati e legumi. Va                       limitato anche il riso normale favorendo quello integrale o il basmati (sia normale che integrale dato il suo indice glicemico più basso).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - È bene accompagnare il carboidrato con molte verdure che ne abbassano ulteriormente l’indice glicemico. Sarebbe preferibile assumerle all’inizio del pasto, cosi che quando il carboidrato raggiunge lo stomaco trova già le fibre che ne rallentano l’assorbimento (abbassa la concentrazione). Tra le verdure devono essere escluse le patate (si possono utilizzare le patate dolci o Batate) e la zucca che sono essi stessi ricchi di amido (catene di glucosio). 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - Non inserire la frutta alla fine del pasto. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - Non bere succhi di frutta, spremute o bevande ricche di zuccheri.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Oltre all’indice glicemico, deve essere mantenuto basso anche il CARICO GLICEMICO. Questo è direttamente correlato alla quantità di insulina che viene rilasciata nel sangue a seguito dell’ingestione di taluni carboidrati. Quest’ultima infatti favorisce la produzione di IGF, un ormone che nel tumore al polmone correla direttamente con un’aumentata crescita di cellule cancerose e aumento della loro migrazione. I suggerimenti nutrizionali elencati prima serviranno anche ad abbassare il carico glicemico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          2-	Risolvere stati di astenia, sarcopenia (perdita della massa e della forza muscolare) e cachessia neoplastica (deperimento generale del paziente oncologico).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La perdita di peso (superiore al 15% del peso iniziale), che avviene soprattutto a carico della massa muscolare, con comparsa di astenia, stanchezza, alterazione delle funzioni fisiche o riduzione della tolleranza ai trattamenti (Cachessia neoplastica) è un problema molto importante nel paziente oncologico. Tra il 15 e il 40% dei pazienti presenta questi problemi già al momento della diagnosi, percentuale che peggiora durante le terapie per arrivare a colpire circa il 40-60% delle persone in cura. Nel tumore al polmone il coinvolgimento è di 1 persona su 3 alla diagnosi e di 1 su due durante le terapie. La cachessia ha ripercussioni importanti sui trattamenti oncologici e sui risultati delle cure; è stato dimostrato che circa il 20% dei pazienti deve sospendere le terapie a causa della cachessia, con prognosi funesta.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nonostante questi numeri, purtroppo il problema viene ancora sottovalutato; spesso non si interviene in modo tempestivo quando il rischio di malnutrizione sarebbe più semplice da contrastare.  Questa perdita di peso è purtroppo dovuta a numerosi fattori, e il tipo di intervento deve essere mirato e personalizzato. I motivi principali sono nausea, stanchezza, dissenteria o stipsi, senso di pesantezza e incapacità di digerire correttamente (dispepsia), malassorbimento, disfagia. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Per aiutare a superare questi problemi correlati alla perdita di peso le indicazioni principali sono:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - Fare almeno 5 pasti al giorno e scegliere, soprattutto nelle merende, alimenti ipercalorici che siano però facilmente digeribili (ad esempio grana o parmigiano, olive, crema 100% arachidi, frutta a guscio). Inserire un carboidrato a basso indice glicemico in un pasto principale e nell’altro una buona fonte di proteine. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La maggior parte delle calorie deve provenire da grassi ‘buoni’ semplici da digerire (insaturi quali: olio extravergine di oliva premitura a freddo, avocado, ecc.) e molte proteine che sono fondamentali per contrastare la perdita muscolare (un pasto al giorno deve essere proteina e la settimana può essere divisa in: carne due volte alla settimana sia banca che rossa (NO INSACCATI), il pesce due volte, le uova se le transaminasi lo permettono, formaggi delattosati). Sottolineo che la carne va benissimo sia bianca (preferibilmente tacchino o coniglio) sia rossa, l’importante è che non sia processata (gli insaccati e gli affettati devono essere evitati). Spesso i pazienti, allarmati da falsi miti, decidono di togliere totalmente la carne dalla loro tavola, ecco perché vorrei ricordare due cose importanti: la prima è che prevenzione e cura del tumore sono due STATI assolutamente differenti. La seconda è che il legume contiene solo il 20% di proteina (il resto è tutto carboidrato e grasso), quindi assolutamente insufficiente a sostituire quella animale, a meno che non lo si mangi sia pranzo che cena. Il carboidrato ricordo che non deve superare il 40% dell’introito calorico giornaliero.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - In caso di nausea che impedisce la normale assunzione calorica si può utilizzare un estratto PURO di zenzero. Inoltre alcuni altri accorgimenti possono risultare molto utili. Al mattino è bene non alzarsi subito dal letto ma mangiare una galletta di riso integrale che asciuga il succo gastrico notturno che se entra in circolo attiva il senso di nausea. Può inoltre essere d’aiuto l’utilizzo dei braccialetti anti- nausea venduti in farmacia (quelli per i mezzi di trasporto). Se con queste indicazioni l’appetito e l’apporto calorico rientrano non servono altre indicazioni.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - In caso di inappetenza lieve ma persistente: diminuire gli alimenti integrali le cui fibre insolubili aumentano il senso di sazietà, quindi preferire i cerali semi-integrali quali il kamut, farina tipo2 o cereali decorticati. Cercare di NON bere durante i pasti ma aspettare almeno 40min. Pasti con pochi alimenti per volta al fine di favorirne l’assimilazione. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          -  Laddove l’inappetenza fosse importante, con perdita continua di peso, SARCOPENIA e CHACHESSIA importanti, è necessario affiancare al piano nutrizionale, integratori ipercalorici e iperproteici. Si noti che gli ultimi studi dimostrano che la migliore integrazione per combattere la cachessia e la sarcopenia e riprendere una buona massa muscolare non è un’integrazione di semplice proteine. I risultati migliori si ottengono da integrazione contemporanea di proteine del latte, aminoacidi e vitamina D. (integratori appositamente formulati per il paziente oncologico hanno queste caratteristiche ad esempio ONCOFORTE  da richiedere nelle farmacie che si riforniscono dalla ditta Viprof). È noto inoltre che l’integrazione di vit. B1 stimola l’appetito e favorisce digestione e assimilazione. In casi più gravi si può chiedere il parere del medico ed intervenire con una nutrizione artificiale. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - Se le problematiche sono invece meccaniche (disfagia), è essenziale intervenire tempestivamente con una nutrizione enterale, senza attendere una perdita di peso superiore al 20% (questa percentuale dipende dalle condizioni di partenza del paziente, potrebbe essere necessario intervenire anche molto prima di tale percentuale). 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          3-	Arricchire la dieta con determinate vitamine massimizzando l'efficacia delle terapie senza entrare in conflitto con le terapie.   
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Negli ultimi 10 anni, sono stati condotti numerosissimi studi (che hanno coinvolto migliaia di pazienti) con l’obiettivo di fare chiarezza su quali vitamine si possano assumere, in quali fasi della patologia e in quali dosi. Mentre i meccanismi di azione non sono stati del tutto chiariti, i benefici o meno dell’integrazione, sono ormai ben noti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          È stato ad esempio dimostrato che la vitamina C ha un effetto positivo nei pazienti con diagnosi di carcinoma polmonare. Non solo se ne è dimostrata l’efficacia nel migliorare la qualità di vita durante le  terapie (minore tossicità, migliore sistema immunitario, miglioramento dell’astenia), ma la sua supplementazione aumenta notevolmente la sensibilità delle cellule tumorali alla chemioterapia. Simili risultati si sono osservati anche con la vitamina D. Inoltre la supplementazione di quest’ultima ha mostrato anche un effetto positivo nella prevenzione primaria, diminuendo l’incidenza del tumore al polmone nei soggetti che la integrano.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Al contrario delle vitamine sopra citate, numerosi quesiti sono ancora aperti sulle vitamine B6 e B12.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La vitamina B12 (o Cobalamina) è essenziale in tutte le cellule per la proliferazione e la produzione di ATP (energia) per la loro stessa sopravvivenza. Poiché queste funzioni sono fortemente accentuate nei tumori, le cellule cancerogene sono molto avide di Cobalamina. Questo, insieme al fatto che alcuni tumori polmonari (tra cui l’adenocarcinoma), aumentano la quantità di recettore per questa vitamina (il recettore è la proteina che usa la B12 come traghetto per entrare nelle cellule) hanno fatto sì che la B12 fosse sotto inchiesta per molti anni. Ad oggi gli studi dimostrano che l’assunzione di questa vitamina correla con l’aumento nell’insorgenza di tumore al polmone, l’aumento della diffusine metastatica e il peggioramento della prognosi (soprattutto nell’adenocarcinoma e nelle terapie quali chemioterapia e immunoterapia). Dall’altro lato però la B12, grazie al suo ruolo nella sopravvivenza cellulare, sembra migliorare notevolmente la tossicità delle chemioterapie e la ripresa del sistema immunitario nei pazienti con diagnosi di non-small-cell lung cancer, rendendo possibili le terapie anche in pazienti fortemente debilitati o a rischio tossicità. Ad oggi se ne sconsiglia fortemente la supplementazione a meno che non sia l’oncologo a valutarne la necessità in caso di pazienti con sistema immunitario a rischio.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Per quanto riguarda la vitamina B6, poiché non sono state osservate correlazioni con l’insorgenza della malattia, possono essere integrate nei soggetti sani. In caso però di diagnosi di malattia oncologica le osservazioni sono del tutto simili a quelle appena descritte per la vitamina B12. Anche in questo caso quindi, è preferibile NON integrarle a meno di importante necessità indicata dall’oncologo. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          4-	Migliorare l’asse intestino-polmone (Microbiota).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Sono ormai centinaia le ricerche scientifiche che studiano il nostro microbiota, ovvero i coinquilini batteri che vivono nel e sul nostro corpo. Tantissime specie di batteri, virus e funghi vivono nell’intestino, ma anche sulla pelle o nella bocca. Ormai è chiaro che non sono ospiti e osservatori nella nostra salute, ma sono attori che partecipano attivamente nella nostra biologia di tutti i giorni e in molte malattie tra cui il cancro. Agiscono non solo sulla prevenzione, ma anche sulle cure e sugli effetti collaterali di queste ultime (10).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Coloro che hanno una maggiore biodiversità del microbiota intestinale, dovuto a una sana alimentazione o ad una integrazione con cibi fermentati, presentano una diminuzione di infiammazioni rispetto al gruppo di controllo. Questa diminuzione correla direttamente con una più bassa incidenza di tumore e ad una migliore risposta alle terapie. Ad esempio i batteri che producono acido butirrico e pentoato aumentano l’efficacia di immunoterapie quali l’anti-PD1. Viste le numerosissime evidenze osservate anche nell’aiutare un paziente oncologico nel contrastare gli effetti collaterali delle terapie, ha preso sempre più piede il trapianto fecale. Questo permette, non solo di migliorare la varietà di flora batterica molto rapidamente, ma fa sì che questi microorganismi attecchiscano nel nostro intestino in modo permanente. Non per ultimo, alcuni ceppi inseriti a cavallo dei giorni della chemioterapia, prevengono stati di dissenteria o stipsi spesso legati ai farmaci oncologici. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I batteri non sono tutti uguali, e piuttosto della quantità, un buon probiotico deve offrire più ceppi batterici in modo da essere completo. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tra i batteri maggiormente coinvolti nel migliorare il sistema immunitario e la ripresa dopo le terapie c’è il saccharomyces Boulardi. B. Longum e L. Casei sono invece maggiormente coinvolti nel riassorbimento alimentare e quindi favoriscono la ripresa da stato di astenia e malnutrizione. L. Casei, E. Fecium e S. Thermophilus sono cruciali per i problemi di dissenteria e stipsi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Uno dei ceppi batterici che sta riscuotendo particolari consensi negli ultimi anni è quello appartenente alla famiglia dei Firmicuti, produttori di acido butirrico. In Cina questo acido è abbinato da anni alle immunoterapie, in Italia è stato approvato da poco e l’ingresso sul mercato è recente (11). 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tra gli integratori di probiotico che maggiormente suggerisco ci sono Butirriflora (che contiene sia i probiotici citati sia l’acido butirrico)(va richiesto alle farmacie se distribuiscono viprof, in quel caso possono procurarlo, oppure online) , Butirrisan (che integra solo acido butirrico e quindi andrebbe affiancato sempre ad un probiotico)(distribuito pharmaextracta, quindi nelle farmacie che la trattano). Spesso, in caso di stipsi o dissenteria dovuta alle terapie, suggerisco un’integrazione dal giorno prima dell’infusione, fino a 3-4 giorni dopo, o fino a regolarizzazione dell’alvo. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Tue, 05 Nov 2024 08:53:10 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/la-malnutrizione-come-problema-nel-paziente-oncologico-in-particolare-quello-al-polmone</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>ALCASE ITALIA -</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Parliamo di terapie e alimentazione con ALCASE italia - Per la lotta al cancro del polmone. 
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ho avuto il piacere di essere invitata come esperta. Qui di seguito 
          &#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           il link facebook per il video
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sun, 13 Oct 2024 12:45:09 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>LA SALVIA PER COMBATTERE L’INVECCHIAMENTO</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         La salvia è stata associata in passato a diverse proprietà curative. Considerata una buona fonte di antiossidanti, contiene vitamine che si rivelano preziose alleate del funzionamento del metabolismo e minerali in grado di aiutare cuore, ossa, denti e cervello. Ma non solo, perché secondo il gruppo di ricerca di Università di Padova e Istituto Veneto di Medicina Molecolare guidato da Andrea Alimonti e Monica Montopoli, dalla salvia haenkei potrebbe arrivare una nuova possibile arma anti-invecchiamento in grado di attaccare le cellule senescenti. “Gli studi pre-clinici condotti dal nostro team di ricerca hanno dimostrato che una bassa dose di un estratto botanico di salvia haenkei (Haenkenium, Hk) può prolungare l’aspettativa di vita in modo più sano” ha spiegato Alimondi. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature Aging.
        &#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Tue, 09 Jul 2024 14:59:21 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>I CIBI DA MANGIARE PER AIUTARE IL CERVELLO A RIMANERE ATTIVO</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         È ormai noto quanto l’alimentazione incida sul nostro stato di salute. Malattie cardiovascolari, tumori, ma anche il declino cognitivo possono essere accelerati oppure ritardati grazie a una dieta corretta ed equilibrata. In merito a ciò, nuove ricerche hanno messo in evidenza la correlazione tra un regime alimentare sano e l’invecchiamento cerebrale. In particolare, uno studio ha seguito oltre tremila persone per ben 75 anni per dimostrare come mangiare bene fin da giovani possa aiutare il cervello a mantenersi attivo anche da anziani. I cibi in grado di fornire un concreto sostegno si sono rivelati – e non è una sorpresa – frutta e verdura, legumi e cereali integrali. In più per mantenere un’alimentazione effettivamente sana non bisogna eccedere con zuccheri aggiunti e cereali raffinati, così come suggerito dalle linee guida dietetiche Usa 2020-2025. Dunque, mangiare bene aiuta a invecchiare bene.
        &#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Tue, 09 Jul 2024 14:57:11 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>EMULSIONANTI IN CIBI, AUMENTA IL RISCHIO DIABETE TIPO 2</title>
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Gli emulsionanti sono stati messi sotto la lente d’ingrandimento degli scienziati con l’accusa di contribuire a obesità, cancro, malat-tie cardiovascolari e infine – come scoperto in un recente studio prospettico di coorte NutriNet – a diabete di tipo 2. Questi composti “messi alla sbarra” fanno parte di una famiglia di additivi alimentari universalmente utilizzati per migliorare consistenza, forma, colore e gusto in molti cibi processati e ultra-processati. Inoltre sono utili a miscelare liquidi come acqua e oli grazie ai loro legami polari. Sono additivi che si trovano nella maggior parte dei cibi tra gli scaffali dei supermercati: cioccolato, bis-cotti, prodotti da forno, maionese, salse e altri tipi di olii. Nonostante sulla base di criteri di citotossicità e genotossicità siano considerati sicuri per l’alimentazione, sono sempre più in aumento le evidenze scientifiche dei loro effetti sulla salute, in particolar modo le conseguenze sono negative per il microbiota intestinale con rica-dute su infiammazioni ed alterazioni metaboliche. Tra i 61 emulsionanti identificati, sono sette in particolare quelli associati al rischio di sviluppare diabete di tipo 2: E407 (carragenine totali), E340 (esteri di poliglicerolo di acido ricerolo), E472e (es-teri di acidi grassi), E331 (citrato di sodio), E412 (gomma di guar), E414 (gomma arabica), E415 (gomma di xantano), oltre a un gruppo chiamato ”carragenine”. Nello specifico, gli additivi sono stati assunti nel 14,7% da prodotti come biscotti e torte, nel 10% da prodotti lattiero-caseari e nel 5% da frutta e verdura ultra lavorata. 
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - FNOB-
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 24 May 2024 09:37:01 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/emulsionanti-in-cibi-aumenta-no-il-rischio-diabete-tipo-2</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>CANCRO COLON-RETTO, SCOPERTA AZIONE DI CONTRASTO DELL’ACIDO ACETILSALICILICO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/cancro-colon-retto-scoperta-azione-di-contrasto-dellacido-acetilsalicilico</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/tumoreColon.webp"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Un gruppo di ricercatori coordinato dall’Università di Padova ha scoperto un meccanismo d’azione con cui l’acido acetilsalicilico sembra attivare una risposta immunitaria contro il cancro del colon-retto.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          «Nella prima parte dello studio – spiega Marco Scarpa, coordinatore del gruppo di ricerca – abbiamo analizzato retrospettivamente campioni e dati di pazienti con diagnosi di cancro al colon-retto operati tra il 2015 e il 2019. Abbiamo quindi studiato, sempre in campioni ottenuti dai pazienti, l’espressione dell’mRNA dei geni associati alla sorveglianza immunitaria nelle cellule primarie di cancro del colon-retto di pazienti che assumevano acido acetilsalicilico».
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Rispetto ai campioni di tessuto di pazienti che non assumevano il farmaco, quelli ottenuti da pazienti che lo assumevano hanno mostrato una minore diffusione del cancro ai linfonodi e una maggiore infiltrazione di cellule immunitarie nel tumore.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nelle analisi sulle cellule tumorali di colon-retto in laboratorio, l’esposizione di tali cellule all’acido acetilsalicilico ha causato un aumento della proteina CD80, un modulatore della funzione immunitaria. Tale incremento sembra aver migliorato la capacità delle cellule di allertare altre cellule di difesa sulla presenza di proteine associate al tumore.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          A sostegno di questa scoperta, i ricercatori hanno anche evidenziato che nei pazienti con cancro del colon-retto, chi assumeva acido acetilsalicilico avevano livelli di proteina CD80 più elevati nel tessuto rettale sano, suggerendo così che il farmaco induca un effetto di sorveglianza immunitaria.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’articolo dal titolo “IMMUNOREACT 7: Regular aspirin use is associated with immune surveillance activation in colorectal cancer” è pubblicato sulla rivista Cancer. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 01 May 2024 09:05:34 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>SPEZIE AMICHE DEL CONTROLLO GLICEMICO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/spezie-amiche-del-controllo-glicemico</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/125143.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Le spezie e le erbe aromatiche tipiche della dieta mediterranea hanno benefici significativi nel migliorare lo stato glicemico nel diabete di tipo 2. Non tutte, però: il palmares comprende zenzero, cannella e cumino nero, curcuma e zafferano. Il dato emerge da una review e metanalisi, pubblicata su Nutrients.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nell'analisi di 77 studi, 45, che hanno coinvolto 3.050 partecipanti, sono stati inclusi nella metanalisi e 32 nella revisione sistematica. I criteri di inclusione degli studi prevedevano pazienti adulti con diabete di tipo 2, con dati sulla glicemia a digiuno e/o emoglobina glicata e/o insulina e comprendevano qualsiasi integrazione con cumino nero, chiodi di garofano, prezzemolo, zafferano, timo, zenzero, pepe nero, rosmarino, curcumina, cannella, basilico e/o origano.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il numero di studi su chiodi di garofano, prezzemolo, timo, pepe nero, rosmarino, basilico o origano e la loro associazione con i fattori glicemici nei soggetti con diabete di tipo 2 era insufficiente, quindi l'analisi si è concentrata principalmente sui restanti cinque ingredienti: cannella, curcumina, zenzero, cumino nero, zafferano e rosmarino.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Sono stati osservati miglioramenti nella glicemia a digiuno dei soggetti con diabete di tipo 2 con tutti e cinque gli ingredienti. Tuttavia, le diminuzioni più significative, tra 17 mg/dl e 27 mg/dl, si sono verificate dopo l'integrazione con cumino nero, seguito da cannella e zenzero. Solo lo zenzero e il cumino nero sono stati associati a un miglioramento significativo dell'emoglobina glicata e solo cannella e zenzero sono stati associati a una diminuzione significativa dei valori di insulina. Degli 11 studi che includevano la cannella nella metanalisi, sei hanno riportato differenze significative nella glicemia a digiuno, mentre quattro avevano differenze nell'emoglobina glicata dopo l'integrazione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Infine, lo zenzero è stato l'unico componente associato a una diminuzione significativa in ciascuno dei tre risultati esaminati relativi a glicemia a digiuno, emoglobina glicata e insulina. (E.T.)
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 05 Apr 2024 14:37:36 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>METALLI PESANTI NEGLI ALIMENTI</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/120025.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ho trovato questo articolo molto utile. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Aggiungerei soltanto che, di conseguenza, non solo il tipo di alimenti, ma la corretta forma in cui lo si assume, non è da sottovalutare. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  
         https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/m/metalli-pesanti-negli-alimenti?fbclid=IwAR3jDJmE2UT3zDNC0Rqt-8UeAHxtB-UEgy8QSStJGpDq_iiw2uK25m0hnUM_aem_AUHiqQz_roPYKrb_9d9DwPVfd8acu1p4ErVkMCB4uCVguAC7dysKDh7F0oabkYNO1nf7VlfQN_dmncjx8XpTnsN3
        &#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Tue, 02 Apr 2024 09:38:49 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>PROBLEMI AI RENI PER 4 MILIONI DI ITALIANI, AGIRE SULLO STILE DI VITA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/problemi-ai-reni-per-4-milioni-di-italiani-agire-sullo-stile-di-vita</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/tumore+rene_thumb_720_480.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         ltre 4 milioni di persone in Italia con problemi renali cronici, è urgente intervenire sugli stili di vita, in primis sulle abitudini alimentari, per migliorare la qualità di vita dei pazienti con malattia renale cronica (MRC), ritardando l’ingresso in dialisi o scongiurando il ricorso a trapianti.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          È l’appello che medici ed esperti rivolgono a pazienti, Istituzioni e personale sanitario in occasione della Giornata mondiale del rene che si celebra il 14 marzo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’articolo completo su www.ansa.it
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sun, 10 Mar 2024 21:37:13 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>TUMORE COLON RETTO, SCOPERTA TOSSINA BATTERICA ALLEATA DEL CANCRO CONTRO LE CURE...SEMPRE PIU IMPORTANZA AL RUOLO DEL MICROBIOMA (va sempre ripristinato quando ci si approccia all'inizio di terapie)</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/tumore-colon-retto-scoperta-tossina-batterica-alleata-del-cancro-contro-le-cure-sempre-piu-importanza-al-ruolo-del-microbioma-va-sempre-ripristinato-quando-ci-si-approccia-all-inizio-di-terapie-on</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         This is a subtitle for your new post
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/tumoreColon.webp"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Grazie a uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino e dell’IFOM, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Cell Reports Medicine, è stato scoperto che una particolare tossina batterica, chiamata colibactina e presente in alcuni tumori intestinali, è in grado di addestrare il cancro a resistere alle cure.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Anziché concentrarsi solo sul tumore per predire la possibile risposta alla chemioterapia, i ricercatori hanno studiato ciò che lo circonda, tra cui l’insieme dei batteri che popolano l’intestino: il cosiddetto microbiota.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          «Non è stato facile – spiega Alberto Sogari, ricercatore sostenuto da AIRC presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e primo autore dell’articolo – perché questo cambio di approccio ha richiesto l’ideazione di nuovi protocolli sperimentali. Con l’aiuto dei microbiologi del gruppo del professor David Lembo, del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell’Università di Torino, abbiamo coltivato in laboratorio cellule tumorali colorettali e batteri produttori di colibactina, simulando così quello che avviene nell’intestino. Abbiamo utilizzato sia linee cellulari sia i cosiddetti organoidi, ossia colture in tre dimensioni di cellule di pazienti con cui si cerca di approssimare la struttura tridimensionale dei tumori di origine. In questo modo abbiamo studiato l’impatto funzionale della colibactina sulle cellule, con tecnologie di sequenziamento e analisi bioinformatiche all’avanguardia. Abbiamo scoperto che la colibactina funziona come una sorta di “palestra per i tumori”: questa tossina allena infatti le cellule tumorali a sopportare un carico costante di mutazioni al DNA, abituandole. Così, quando si inizia il trattamento con un farmaco chemioterapico con un meccanismo simile molto usato in clinica, l’irinotecano, il tumore è già allenato. Avendo imparato a sopportare le mutazioni causate dalla colibactina, il cancro impara anche a tollerare il danno provocato dalla chemioterapia, diventando così resistente».
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          -FNOB-
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 21 Feb 2024 16:31:31 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>DA STUDIO ITALIANO CONFERMATA EFFICACIA FARMACI CONTRO LEUCEMIA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/da-studio-italiano-confermata-efficacia-farmaci-contro-leucemia</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/123208.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Un nuovo studio italiano ha dimostrato l’efficacia di una terapia farmacologica nella cura della leucemia acuta linfoblastica Philadelphia positiva (Lal Ph+). Si tratta di due farmaci utilizzati in modo combinato che agiscono direttamente sul tumore, evitando l’uso di trattamenti chemioterapici o di altro tipo. La ricerca coordinata da Robin Foà della Sapienza Università di Roma è stata pubblicata sul Journal of Clinical Oncology. Il team ha osservato una percentuale molto alta di remissioni. Il tumore del sangue su cui il gruppo ha lavorato ha un’incidenza molto alta con l’avanzare dell’età e dopo i 50 anni può colpire un paziente su due. Ad oggi, l’unica terapia potenzialmente curativa, ma non sempre percorribile prima dell’introduzione degli inibitori delle tirosin-chinasi, era il trapianto di cellule staminali ematopoietiche.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Cit.Anna Lavinia
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 07 Feb 2024 16:05:15 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>DISTURBI ALIMENTARI: NE SOFFRONO 5 MILIONI DI PERSONE, LA METÀ È UNDER 18</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/disturbi-alimentari-ne-soffrono-5-milioni-di-persone-la-meta-e-under-18</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/115211-6906bed0.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Roma, 30 gennaio 2024 (Agenbio) – È allarme disturbi alimentari in Italia. Ne soffrono più di 5 milioni di persone e la metà è sotto i 18 anni. La diffusione dei disturbi legati al comportamento alimentare (Dca) come anoressia, bulimia, disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo sono malattie molto rischiose che possono portare numerose e gravi conseguenze al nostro corpo. Nonostante le tante difficoltà, si può guarire se aiutati e curati nel modo corretto. Un dato da sottolineare è l’incremento dei casi del 40% durante il Covid-19, nel periodo che va dal 2020 al 2023. Secondo il Ministero della Salute, i disturbi alimentari sono una vera e propria epidemia che continua a crescere. Un’emergenza che porterà la sua scia anche nei prossimi 5-6 anni. 
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          tratto da "(Agenbio) Anna Lavinia FNOB"
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 05 Feb 2024 09:03:32 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/disturbi-alimentari-ne-soffrono-5-milioni-di-persone-la-meta-e-under-18</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>MEDULLOBLASTOMA, SCOPERTO TALLONE DI ACHILLE NELLA RESISTENZA ALLA CHEMIOTERAPIA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/medulloblastoma-scoperto-tallone-di-achille-nella-resistenza-alla-chemioterapia</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/115509.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           “Un team di ricercatori dell’Università di Padova e dell’Istituto di Ricerca Pediatrica – Città della Speranza ha esposto ciclicamente cellule di medulloblastoma derivate dai pazienti alla stessa combinazione di farmaci comunemente utilizzata in clinica. Obiettivo, identificare i meccanismi molecolari che permettono ad alcune cellule tumorali di resistere alla chemioterapia.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Grazie a questi esperimenti, gli studiosi hanno dimostrato che le cellule di medulloblastoma resistenti alla chemioterapia sono in grado di stravolgere completamente molteplici processi intracellulari. Le cellule tumorali contrastano così i danni provocati dai farmaci, si adattano ai trattamenti farmacologici e soddisfano le crescenti esigenze di nutrienti. Questa riconfigurazione metabolica può però trasformarsi nel tallone di Achille di queste cellule.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I ricercatori coinvolti nello studio sono stati in grado di identificare tali vulnerabilità grazie a uno screening di più di 2000 farmaci, con il quale hanno dimostrato che i farmaci che agiscono sul metabolismo delle cellule tumorali, chiamati comunemente antimetaboliti, sono particolarmente attivi nel trattamento delle cellule resistenti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Questo risultato è particolarmente rilevante, perché molti dei farmaci identificati sono già approvati e attualmente impiegati nel trattamento di altre neoplasie, anche pediatriche, facilitando così il loro potenziale futuro impiego anche nel contesto del medulloblastoma. (Agenbio).”
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La chiave della lotta ai tumori non è solo trovare nuovi farmaci, ma utilizzare quelli gia noti in nuove combinazioni e impieghi. Ormai la terapia singola ha breve vita, poiché i tumori si adattano e riescono spesso a sopravvivere. Solo la combinazione di due o piu farmaci è la chiave vincente. Questo significa ricerca…entrare un giorno dall’oncologo e sentirsi dire…c’è un nuovo protocollo sperimentale. Non significa farmaci in sperimentazione, ma spesso sono le COMBINAZIONI in sperimentazione. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “ da FNOD”
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Fri, 19 Jan 2024 18:15:35 GMT</pubDate>
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        <media:description>main image</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Scoperto un nuovo bersaglio contro il tumore al pancreas</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/scoperto-un-nuovo-bersaglio-contro-il-tumore-al-pancreas</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/pancreas.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Un nuovo passo in avanti per il trattamento del cancro al pancreas.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il gruppo di ricerca diretto da Davide Melisi, docente di oncologia medica dell'università di Verona e responsabile dell'unità di Terapie sperimentali dell'azienda ospedaliera universitaria di Verona, ha identificato un nuovo bersaglio terapeutico, l'autotaxina, quale possibile fattore responsabile della resistenza delle cellule tumorali ai trattamenti chemioterapici. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Cancer Research.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          "Il cancro del pancreas è un tumore per il quale ancora non esistono trattamenti con farmaci a bersaglio molecolare o immunoterapici oltre ai classici chemioterapici - dichiara Melisi -. Dal 2011, quando il nostro gruppo di ricerca è nato all'università degli studi di Verona grazie a un finanziamento Start-Up Airc, abbiamo dimostrato, prima in laboratorio e poi in studi clinici, l'attività di una classe di farmaci, inibitori del cosiddetto Transforming growth factor beta o Tgfß. I dati raccolti con questo studio più recente aggiungono un anello importante al nostro filone di ricerca. Dimostrano infatti che il microambiente del tumore pancreatico, e in particolare i suoi fibroblasti, rispondono all'inibizione del Tgfß con la produzione di un nuovo fattore, l'autotaxina. Abbiamo dimostrato questo effetto sia in animali di laboratorio con cancro del pancreas, sia in pazienti trattati nell'ambito di sperimentazioni cliniche. L'impiego combinato di inibitori di Tgfß e del nuovo inibitore di autotaxina, il ioa289, rende le cellule tumorali molto più sensibili alla chemioterapia". "I risultati di questi studi - conclude - non rimangono in laboratorio, ma servono come razionale per nuovi studi clinici da offrire a chi purtroppo è colpito da queste patologie.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Abbiamo, infatti, già in corso la sperimentazione clinica di fase 1 dell'inibitore di autotaxina, ioa289, con la chemioterapia in pazienti con nuova diagnosi di malattia avanzata. Inoltre a breve avremo i risultati preliminari di tossicità e attività di questa nuova combinazione terapeutica".
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - ANSA 3/1/24 -
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 04 Jan 2024 10:37:27 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>CACHESSIA NEOPLASTICA, IDENTIFICATE DUE PROTEINE RESPONSABILI DELLA SINDROME</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/cachessia-neoplastica-identificate-due-proteine-responsabili-della-sindrome</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/bialasiewicz170101311.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Gli scienziati del Dipartimento di eccellenza di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università di Torino, che lavorano al Molecular Biotechnology Center, hanno identificato il ruolo chiave di due proteine nella promozione della cachessia neoplastica e dell’atrofia muscolare.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Le cellule che costituiscono i tessuti del nostro corpo rispondono a stimoli dell’ambiente circostante con flussi di proteine che si attivano e inattivano lungo specifiche vie di segnalazione cellulare. La ridotta attività di una di queste vie di segnalazione, chiamata BMP-Smad, induce una diminuzione della forza e della massa muscolare ed è uno dei meccanismi biologici noti alla base della cachessia neoplastica.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I ricercatori dell’Università di Torino hanno aggiunto un tassello a questo quadro, identificando due proteine coinvolte nella riduzione di questa via di segnalazione: l’ormone eritroferrone (ERFE) e la proteina intracellulare FKBP12. Grazie a una stretta collaborazione con l’Università di Padova e l’Ospedale San Raffaele di Milano, gli scienziati hanno osservato l’aumento dell’ormone ERFE nei muscoli di pazienti oncologici. Inoltre, in modelli sperimentali di cachessia neoplastica hanno trovato che tale aumento è indotto da uno stato persistente di infiammazione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Una volta identificato ERFE come ulteriore inibitore della segnalazione del BMP-Smad, i ricercatori hanno valutato un possibile approccio terapeutico per riattivare questa via. Il gruppo ha in particolare studiato l’effetto della molecola FK506, che a basso dosaggio lega e rimuove la proteina FKBP12. Allentando il freno rappresentato dalla proteina FKBP12, la molecola FK506 riattiva la via del segnale del BMP-Smad nel muscolo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I risultati dello studio, sostenuto da Fondazione AIRC, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Cell Reports Medicine. (Agenbio) Etr 11:00. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “FNOB”
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 20 Dec 2023 14:08:31 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>VITAMINA B3</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/vitamina-b3</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/B3.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         La vitamina B3, anche detta Niacina o PP, fa parte delle vitamine definite IDROSOLUBILI, ovvero vitamine solubili in acqua. Questa caratteristica le rende non accumulabili nell’organismo e devono quindi essere regolarmente assunte attraverso l’alimentazione. 
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Gli alimenti che maggiormente contengono questa vitamina sono carni bianche, spinaci, arachidi, fegato di manzo, lievito di birra e alcuni pesci quali spada, tonno e salmone. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          E’ fondamentale per il corretto funzionamento energenitico delle cellule, infatti interviene nel proces-so di digestione degli alimenti. Inoltre è nota favorire la circolazione sanguigna, funge da protettivo per la pelle e  svolge un ruolo fondamentale in relazione al funzionamento del sistema nervoso.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La carenza di questa vitamina, è stata associata a disturbi digestivi e neurologici, depres-sione e mal di testa ricorrente, oltre a problemi di pelle. Normalmente però in una dieta equilibrata è facile raggiungere il fabbisogno necessario di 16mg
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          ONCOLOGIA: In numerosi studi la sua integrazione è stata correlata ad una migliore ri-sposta alle terapie oncologiche in MELANOMA e numerosi tumori del tratto GASTRICO. Inoltre, la sua integrazione, migliora le neuropatie che sono un effetto collaterale di molti trattamenti chemioterapici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 13 Dec 2023 10:38:34 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>GLI ALIMENTI ULTRA-PROCESSATI CREANO DIPENDENZA COME IL FUMO E L'ALCOL</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/gli-alimenti-ultra-processati-creano-dipendenza-come-il-fumo</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/alimenti+processati.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Gli alimenti ultra-processati possono creare dipendenza come il fumo o l’alcol. Questo quanto suggerito da una ricerca da poco pubblicata sul British medical journal.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Gli Autori, nelle loro conclusioni, sottolineano come gli esseri umani consumino compulsivamente cibi ricchi di carboidrati raffinati e grassi, che trovano altamente gratificanti e attraenti al pari di sostanze che creano dipendenza come, per esempio, la nicotina.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La ricerca ha preso in esame due revisioni sistematiche che includevano 281 studi provenienti da 36 paesi. Da questi dati, secondo gli standard della Yale food addiction scale, si stima che la dipendenza da alimenti ultra-processati si verifichi nel 14% degli adulti e nel 12% dei bambini. Per fare un confronto, gli autori sottolineano che i livelli di dipendenza da altre sostanze legali negli adulti sono del 14% per l'alcol e del 18% per il tabacco. Il livello del 12% per i bambini è, invece, “senza precedenti”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La Yale Food Addiction Scale valuta 11 criteri sintomatici per il disturbo da uso di sostanze, tra cui la capacità di controllo sull’assunzione, il desiderio, l’astinenza e l’uso continuato nonostante gli esiti negativi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La prevalenza della dipendenza da cibo raggiunge il 32% nelle persone con obesità che si sottopongono a chirurgia bariatrica e oltre il 50% in quelle con disturbo da alimentazione incontrollata.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Pur sottolineando che non tutti gli alimenti possono creare dipendenza, gli autori dello studio hanno identificato i più a rischio, a partire da quelli con alti livelli di carboidrati raffinati o grassi aggiunti, come dolci e snack salati, sui quali convergono i maggiori indizi legati a comportamenti di dipendenza, come assunzione eccessiva, perdita di controllo sul consumo, voglie intense e uso continuato nonostante le conseguenze negative.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Carboidrati raffinati e grassi determinano livelli di dopamina extracellulare nello striato cerebrale simili a quelli osservati con sostanze che creano dipendenza come la nicotina e l’alcol”, hanno riferito i ricercatori.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Gli autori dello studio sottolineano come gli alimenti ultra-processati rappresentino la principale fonte di carboidrati raffinati e grassi aggiunti nella moderna offerta alimentare. La combinazione che ne sortisce sembra avere un effetto sui sistemi di ricompensa del cervello. Anche la velocità con cui gli alimenti ultra-processati forniscono carboidrati e grassi all’intestino può essere alla base del potenziale rischio di dipendenza, come accade per altre sostanze che arrivano più rapidamente al cervello. Ecco perché una sigaretta, che trasporta rapidamente nicotina al cervello, crea più dipendenza di un cerotto alla nicotina a rilascio lento.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Secondo lo studio, anche gli additivi possono contribuire alla dipendenza da alimenti ultra trasformati, molti dei quali contengono additivi aromatizzanti che aumentano il gusto dolce e salato.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Esistono ormai dati consistenti sulla rilevanza clinica della dipendenza da cibo” commentano, in conclusione, gli Autori. “Rimane da chiarire in maniera definita quali siano i tipi di alimenti che creano dipendenza. Classificarli secondo questo criterio, potrebbe cambiare l’atteggiamento sul fronte normativo e delle etichettature”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nutrienti &amp;amp; Supplementi
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 02 Nov 2023 11:42:35 GMT</pubDate>
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      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>TUMORI: DIETA E PROBIOTICI PER POTENZIARE LA RISPOSTA IMMUNITARIA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/tumori-dieta-e-probiotici-per-potenziare-la-risposta-immunitaria</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Probiotici.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Sono sempre più numerose le evidenze scientifiche secondo le quali la dieta può influire in modo significativo sulla risposta dell’organismo ai trattamenti antitumorali, compresa l'immunoterapia. Come ribadito di recente a Milano, nel corso della Cicon23 International cancer immunotherapy conference promossa da divere società scientifiche internazionali insieme al Network italiano per la bioterapia dei tumori (Nibit), sono molti gli studi in corso in tutto il mondo che mostrano un legame tra un’alimentazione ricca di fibre e una maggiore efficacia dell’immunoterapia. Su questo fronte, entro il prossimo anno, è in programma al San Raffaele di Milano un nuovo trial clinico che prevede la somministrazione di una dieta controllata ricca di fibre nei pazienti con mieloma indolente.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Diverse ricerche, poi, sono in corso sui trapianti fecali insieme a studi che hanno come obiettivo quello di confermare i potenti effetti che gli acidi grassi esercitano sulla risposta immunitaria contro i tumori.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “L'immunoterapia ha rivoluzionato la cura di molti tumori”, spiega Pier Francesco Ferrucci, direttore dell’Unità di Bioterapia dei tumori presso l’istituto europeo di oncologia di Milano e presidente Nibit. “Tuttavia, non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo. Da qui l'ipotesi, che ormai è diventata una certezza, che la composizione del microbiota intestinale influenzi il successo del trattamento immunoterapico. In sostanza, i pazienti che ospitano determinati batteri intestinali sembrano rispondere meglio all’immunoterapia rispetto ai pazienti che ne sono privi”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Recenti evidenze scientifiche mostrano che una dieta ricca di fibre è in grado di aumentare l’efficacia dei trattamenti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “A questo proposito stiamo pianificando un trial clinico su pazienti affetti da mieloma indolente”, afferma Matteo Bellone, responsabile dell’Unità di immunologia cellulare presso l’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. “Ai pazienti proporremo una dieta controllata ricca di fibre con l'obiettivo di comprenderne gli effetti, non solo sulla composizione del microbiota intestinale, ma anche sulle modificazioni metaboliche dell’organismo, sul decorso e sulla prognosi della malattia".
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Alcuni gruppi di ricerca stanno cercando di superare la resistenza all’immunoterapia effettuando trapianti fecali: i microbi intestinali “buoni” vengono prelevati da campioni di feci di pazienti che hanno risposto bene ai farmaci per poi essere trapiantati tramite colonscopia ad altri pazienti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Che il microbiota sia una parte cruciale del nostro sistema immunitario lo sappiamo ormai da tempo”, aggiunge Vincenzo Bronte, direttore scientifico dell’Istituto oncologico veneto e next-president Nibit. “Secondo alcune stime, oltre il 60% delle cellule immunitarie del nostro corpo risiede nell'intestino. Ma solo di recente abbiamo accumulato sufficienti dati secondo i quali questi microbi possono essere modificati per influenzare positivamente l’esito dei trattamenti contro il cancro, compresa l’immunoterapia”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’evento di Milano è stata anche l’occasione per fare il punto su molti altri aspetti dell’immunoncologia, come l’immunometabolismo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “È noto che tutte le cellule necessitano di energia per svolgere le loro funzioni vitali e che tale capacità è sotto il controllo di vie metaboliche”, spiega Antonio Sica, professore presso l’Università degli studi del Piemonte orientale e segretario di Nibit. “In questo scenario, recenti evidenze hanno dimostrato che i tumori attuano una competizione metabolica con le cellule immunitarie, deprivandole di nutrienti essenziali per la produzione di energia e instaurando così una condizione di immunosoppressione che favorisce la crescita tumorale e l’insorgenza di meccanismi di resistenza alle terapie”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nuovi studi mirano quindi a comprendere i meccanismi che governano l’immunometabolismo dei pazienti al fine di ripristinare risposte immunitarie efficaci. In questo contesto, Teresa Manzo, dell’Istituto europeo di oncologia, ha illustrato i risultati di un recente lavoro pubblicato sulla rivista Cell metabolism, nel quale si dimostrano i potenti effetti che gli acidi grassi esercitano sulla risposta immunitaria contro i tumori.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Conclude Matteo Bellone: “Sappiamo che alcuni alimenti espandono un microbiota sano che aiuta la risposta immunitaria contro i tumori. Certo è importante che l’alimentazione e l’utilizzo di probiotici siano suggeriti da esperti non solo di nutrizione ma anche della malattia in questione. Abbiamo purtroppo assistito a un peggioramento della malattia quando i pazienti non cercavano il parere dell’esperto”. (n.m./NuteSup)
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 29 Sep 2023 20:08:17 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>LE PROMESSE DELLE SOSTANZE NATURALI CON AZIONE ANTI-ANGIOGENESI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/steatosi-epatica-le-promesse-delle-sostanze-naturali-con-azione-anti-angiogenesi</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/7d47e60ff5ebcf6908e43e544312d14c_L.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         L'angiogenesi rappresenta uno stadio chiave dell'infiammazione e della fibrosi in caso di epatopatie. contribuendo alla progressione e al rimodellamento della fibrosi stessa e aggravando il quadro cinico. Per far fronte a questa insidia, attualmente vengono utilizzati molti farmaci anti-angiogenici, principalmente inibitori della tirosin-chinasi e anticorpi monoclonali, spesso costosi o tossici, il che ne limita l'uso in molti casi.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Una recente review pubbicata su Nutrients da ricercatori dell’Università di Salerno, ha passato in rassegna diverse sostanza naturali che hanno mostrato effetti anti-angiogenetici, per il momento, però, soltanto sul fronte pre-clinico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Diverse le molecole oggetto di studio, a partire dalla quercetina, flavonoide promettente per i suoi effetti antinfiammatori e antifibrotici. A seguire, la silibina, flavonolignano estratto dal cardo mariano e la breviscapina, miscela grezza di diversi flavonoidi presenti nell’erba cinese Erigeron breviscapus: studi recenti mostrano che protegge dal danno epatico riducendo la secrezione di citochine proinfiammatorie e lo stress ossidativo. Inoltre, è stato dimostrato che la scutellarina, il componente principale della breviscapina, regola il metabolismo dei lipidi e riduce lo stress ossidativo in caso di steatosi epatica non alcolica (Nafdl).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Als-L1023 è n estratto isolato da Melissa officinalis, noto in medicina naturale come agente anti-angiogenico. I dati sui modelli animali hanno portato a uno studio clinico di fase IIa in corso che coinvolge pazienti con Nafdl.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La stessa curcumina ha mostrato proprietà anti-angiogeniche in diversi modelli sperimentali di danno epatico, così come il sulforafano, composto organosulfureo del gruppo degli isotiocianati, presente in alte concentrazioni nelle verdure crucifere come broccoli e cavolfiori, ha dimostrato di inibire l'angiogenesi in cellule umane tumorali di prostata e fegato.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Studi sulla cordicepina, un derivato dell'adenosina, antimetabolita e antibiotico del fungo Cordyceps militaris, ne hanno evidenziato la capacità di sopprimere la produzione di citochine proinfiammatorie e di attenuare la steatopatite non alcolica (Nash) contrastando l'infiammazione e la fibrosi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Si segnalano, poi, il metossieugenolo, composto presente nella propoli rossa brasiliana, prodotta dalle api Apis mellifera, con studi in vivo su modelli di fibrosi epatica che mostrano un’attenuazione del processo infiammatorio e della fibrosi, la naringenina, flavone particolarmente abbondante negli agrumi, con evidenze di effetti antinfiammatori, antiossidanti e ipolipidemizzanti, che sono fattori protettivi per la Nafld, e l’acido ferulico, ampiamente diffuso in cereali, verdure con studi recenti che mostrano effetti epatoprotettivi, attraverso un miglioramento del metabolismo lipidico e dello stato infiammatorio.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Pe quanto riguarda la betaina, sostanza naturale estratta dalla barbabietola da zucchero, alcuni studi ne hanno mostrato la capacità di sopprimere l’espressione di geni legati a fattori angiogenetici, mentre, sul fronte catechine, diversi studi su modello animale mostrano come il trattamento con estratto di tè verde abbia ridotto significativamente danno epatico, stress ossidativo, risposta infiammatoria ed espressione di tutti i marcatori pro-fibrogenici analizzati.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La puerarina, composto naturale estratto dalla Pueraria lobata, nei ratti ha mostrato capacità di regolare l’accumulo di lipidi epatici, il resveratrolo ha migliorato la funzionalità epatica endoteliale in ratti cirrotici e il fucoidano, contenuto in notevole quantità nell'Alga bruna, ha mostrato in vitro una significativa capacità di bloccare la crescita dei microvasi tanto da essere valutato in combinazione con farmaci anti-angiogenici quali sorafenib e bevacizumab.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il carnosolo e l'acido carnosico, infine, diterpeni fenolici presente in particolar modo nel rosmarino, si sono dimostrati in grado di modulare diverse fasi rilevanti del processo angiogenico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “La ricerca in questo campo sembra molto promettente e potrebbe portare alla scoperta di nuovi bersagli per agenti anti-angiogenici sintetici più selettivi ed efficaci”, sottolineano gli Autori. “Tra le criticità, segnaliamo quella relativa alla biodisponibilità dei prodotti naturali, in quanto presentano scarsa solubilità in acqua e basso tasso di assorbimento”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nut&amp;amp;Sup
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sat, 15 Jul 2023 13:15:21 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/steatosi-epatica-le-promesse-delle-sostanze-naturali-con-azione-anti-angiogenesi</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>REVIEW COCHRANE: SÌ AI MIRTILLI ROSSI NELLA PREVENZIONE DELLE INFEZIONI URINARIE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/review-cochrane-si-ai-mirtilli-rossi-nella-prevenzione-delle-infezioni-urinarie</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Mirtilli.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nutraceutici a base di mirtilli rossi, dai succhi agli integratori, si confermano un’ottima strategia per ridurre il rischio di infezioni del tratto urinario (Ivu). A rivelarlo, un aggiornamento di una review Cochrane la cui precedente versione, del 2012, aveva invece messo in discussione l’efficacia dell’approccio. Ora, invece, tutto viene ribaltato, alla luce di altri 50 studi presi in esame, per un totale di cica 9 mila persone coinvolte.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Gli studi interessati includevano 26 metanalisi e, nella stragrande maggioranza dei casi, confrontavano prodotti a base di mirtilli rossi con un placebo o nessun trattamento.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I risultati parlano chiaro: il succo di mirtillo rosso, piuttosto che integratori derivati dal frutto, riducono del 26% il rischio di recidiva di Ivu sintomatiche nelle donne, del 54% nei bambini e del 53% nelle persone suscettibili a Ivu a seguito di interventi chirurgici o radioterapici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nessun beneficio evidente, invece, per anziani, donne in gravidanza o nelle persone con disturbi legati a problemi di svuotamento della vescica.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “I mirtilli rossi contengono proantocianidine in grado di inibire l'adesione di Escherichia coli alle cellule uroteliali che rivestono la vescica”, sottolinea Jonathan Craig, Vicepresidente del College of medicine &amp;amp; public health della Flinders University a Bedford park, in Australia e coordinatore della ricerca. “I prodotti a base di mirtillo rosso sono stati ampiamente utilizzati per diversi decenni per prevenire le infezioni. Il nostro è il quinto aggiornamento di una review pubblicata per la prima volta nel 1998 e aggiornata nel 2003, 2004, 2008 e 2012. I benefici ora appaiono chiari, una volta presi in esame i dati clinici più recenti. Le nuove prove, dunque, mostrano che il succo di mirtillo rosso può prevenire l'infezione del tratto urinario. Sono, però, necessari ulteriori studi per chiarire al meglio chi può trarne maggior beneficio”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nut&amp;amp;Sup
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 22 May 2023 13:51:28 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Vitamina B2</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/B2.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         La vitamina B2, anche chiamata RIBOFLAVINA, è una vitamina idrosolubile (si scioglie nell’acqua) e quindi non può essere accumulata nell’organismo ma deve essere assunta regolarmente con l’alimentazione. Le maggiori fonti di vitamina B2 , o riboflavina, sono i formaggi, e in generale il latte e i suoi derivati, le uova, il lievito di birra, i funghi e i semi oleosi e naturalmente i vegetali a foglia verde ed il fegato. 
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Sotto la forma di Flavina Mononucleotide (FMN) e di Flavina Adenina Dinuclotide (FAD), la vitamina B12 è indispensabile per la respirazione cellulare e per il metabolismo cellulare. Assolve la funzione di rilasciare al corpo umano la giusta dose di energia necessaria all’esecuzione dei compiti quotidiani e alla crescita. La sua carenza infatti, ha come effetto collaterale, una forte astenia e un ritardo della crescita nei bambini. Inoltre è stato ampiamente dimostrato il suo ruolo come rimedio nelle emicranie. Quando la patologia è ricorrente e cronica, in molti paesi viene integrata regolarmente con ottimi risultati.    
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          INDICAZIONI NEI TUMORI:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Grazie al suo ruolo nel rilascio dell’energia per la cellula, è stato dimostrato un ruolo importante per la vitamina B2, per la produzione dell’energia necessaria a “sfamare” le cellule tumorali (che crescono molto velocemente e sono sempre ‘’affamate’’).  
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Un team di ricercatori britannici ha individuato un composto che è in grado di bloccare il processo di crescita delle staminali tumorali (le cellule da cui poi si sviluppano tutte le cellule tumorali) interferendo con l’attività della B2 nei mitocondri (che sono le centrali energetiche delle cellule) in esse contenute. Il composto individuato dai ricercatori è il Difenileneiodonio Cloruro (DPI), risultato in grado di ridurre del 90% la quantità di energia prodotta dai mitocondri delle cellule tumorali. Questi dati tuttavia, benchè molto incoraggianti, sono solo preliminari e provengono da studi condotti in vitro (su cellule in coltura) e su topi. Serviranno ulteriori ricerche prima di poter utilizzare il DPI nell’uomo, ma questo ci da un indizio sul NON integrarla assolutamente nelle patologie oncologiche. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Tue, 09 May 2023 13:48:08 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>EFSA: IL BISFENOLO A NEGLI ALIMENTI È UN RISCHIO PER LA SALUTE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/efsa-il-bisfenolo-a-negli-alimenti-e-un-rischio-per-la-salute</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/bisfenolo.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         L’esposizione al bisfenolo A (Bbpa) tramite gli alimenti costituisce una preoccupazione per la salute dei consumatori di tutte le fasce d’età e la soglia giornaliera tollerabile (Dgt) va abbassata di circa 20 mila volte. Questa la valutazione degli esperti scientifici Efsa, a conclusione di un’accurata valutazione delle evidenze scientifiche e alla luce dei contributi ricevuti da una pubblica consultazione, che hanno evidenziato possibili effetti nocivi a carico del sistema immunitario.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Come noto, il Bpa è una sostanza chimica usata per produrre plastiche e resine. Tra queste, il policarbonato, un tipo di plastica trasparente e rigida che si usa per produrre contenitori riutilizzabili per distributori d’acqua, bevande e conservazione di alimenti. Viene usato anche per produrre resine impiegate in pellicole e verniciature interne per lattine e contenitori destinati a cibi e bevande. In quantità esigue, dunque, può trasmigrare verso gli alimenti e le bevande; per questo motivo gli scienziati dell’Efsa ne rivedono periodicamente la sicurezza.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Fin dal 2006, data della nostra prima valutazione completa del rischio relativo alla sostanza, i nostri scienziati hanno analizzato periodicamente e in modo molto approfondito la sicurezza del Bpa”, dice Claude Lambré, presidente del gruppo di esperti sui materiali a contatto con gli alimenti, gli enzimi, gli aromatizzanti e i coadiuvanti tecnologici dell’Efsa. “Per il riesame abbiamo vagliato una grande quantità di pubblicazioni scientifiche, tra cui oltre 800 nuovi studi pubblicati dal gennaio 2013. Questo ci ha permesso di orientarci tra notevoli elementi di incertezza circa la tossicità del Bpa. Negli studi abbiamo osservato nella milza un aumento della percentuale dei linfociti del tipo T helper. Questi svolgono un ruolo chiave nei nostri meccanismi cellulari immunitari e un aumento di questo tipo potrebbe portare allo sviluppo di infiammazione allergica polmonare e malattie autoimmuni”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La nuova soglia di attenzione
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Rispetto alla precedente valutazione del 2015, il gruppo di esperti dell’Efsa ha abbassato in modo significativo la Dgt del Bpa, ovvero la quantità che può essere ingerita quotidianamente per tutta la vita senza rischi sensibili per la salute. Nel 2015 gli esperti avevano stabilito una Dgt temporanea a causa degli elementi di incertezza nelle evidenze, sottolineando la necessità di ulteriori dati sugli effetti tossicologici del Bpa. Il riesame ha toccato la maggior parte di tali carenze e i restanti elementi di incertezza sono stati presi in considerazione nello stabilire la nuova Dgt, che hanno stabilito in 0,2 nanogrammi, in sostituzione del precedente livello temporaneo di 4 microgrammi, per chilogrammo di peso corporeo al giorno: un valore di circa 20 mila volte più basso. Confrontando la nuova Dgt con le stime dell'esposizione dei consumatori al Bpa tramite l'alimentazione, gli scienziati hanno concluso che sia l'esposizione media che quella elevata al Bpa superano la nuova Dgt per tutte le fasce di età, costituendo così motivo di preoccupazione per la salute.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La parola, ora, passa alla Commissione europea e agli Stati membri, cui spetta il compito di fissare le soglie quantitative di una sostanza chimica che può trasmigrare dalle confezioni alimentari ai prodotti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sun, 07 May 2023 07:43:59 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>VITAMINA B1</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/vitamina-b1</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/B1.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Sul ruolo dell’integrazione delle vitamine in pazienti oncologici, c’è ancora molta confusione, sia tra i pazienti, che tra gli stessi oncologi. Per questo motivo ho deciso di scrivere e pubblicare una serie di articoli in cui chiarisco il ruolo di ognuna di esse e presenterò anche le controindicazioni e/o i vantaggi specifici nei pazienti oncologici alla luce di una revisione della letteratura scientifica.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Al fine di essere chiara e utile, sottolineo il concetto che utilizzo con tutti i miei pazienti: 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          APPOGGIO L’UTILIZZO DI UN INTEGRATORE (IN questo caso vitamine) SOLO DOVE è DIMOSTRATO CHIARAMENTE CHE NON interagisce CON I FARMACI CHEMIO/IMMUNO/RADIO TERAPICI. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          DOVE NULLA SI E’ SPERIMENTATO A RIGUARDO DELLE INTERAZIONI, NE SCORAGGIO L’UTILIZZO PER EVITARE DI ANNULLARE IL BENEFICIO delle TERAPIE.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          VITAMINE DEL GRUPPO B: 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Vitamina B1
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La vitamina B1 (o tiamina), come le altre del gruppo B, si scioglie nell'acqua ed è quindi definita idrosolubile. Viene assorbita nell’intestino e depositata nel fegato come riserva. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ha diverse funzioni, ma le più importanti sono:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - ricavare energia dalle sostanze nutritive. Infatti interviene nel processo di trasformazione (metabolismo) dei carboidrati, delle proteine e dei grassi. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - favorire la crescita, lo sviluppo e la funzione delle cellule. In particolar modo per cervello e sistema nervoso. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - Viene da sempre chiamata “vitamina del Morale” per la sua capacità di condizionare in positivo l’attitudine mentale delle persone. La carenza provoca deperimento, tanto quanto la sua giusta presenza provoca capacità di attenzione elevata e anche di apprendimento individuale. Per questo è considerata una vitamina fondamentale nel periodo di crescita dei bambini.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La vitamina B1 si trova in maggiori quantità in LIEVITO, LEGUMI, CARNE (soprattutto DI MAIALE), UOVA E RISO INTEGRALE O BASMATI . 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          INDICAZIONI NEI TUMORI:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - E’ dimostrata la possibile carenza in pazienti post gastrectomia (dopo circa 6 mesi). Dopo tale periodo, in tali pazienti, si suggerisce il dosaggio ematico
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - Ad alti dosi induce l’attivazione della caspasi-3, una proteina che induce la morte cellulare. Per tale capacità, in diversi tumori è stato dimostrato che la sua integrazione ad alte dosi ha un significativo effetto antitumorale.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          -NNutrizione Oncologia de Laurentiis
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sat, 15 Apr 2023 09:48:45 GMT</pubDate>
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        <media:description>main image</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>STOP ALLA CARNE SINTETICA, CI SI CHIEDE IL PERCHÉ</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/stop-alla-carne-sintetica-ci-si-chiede-il-perche</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/CarneSIntetica.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il Consiglio dei ministri ha approvato la scorsa settimana un disegno di legge che introduce disposizioni in materia di divieto di produzione e di immissione sul mercato di alimenti e mangimi sintetici. Sulla base del principio di precauzione “viene sancito il divieto di impiegare, nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere, importare, produrre per esportare, somministrare o comunque distribuire per il consumo alimentare, cibi o mangimi costituiti, isolati o prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati”.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Uno stop a carne, pesce e latte sintetico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In caso di violazione delle norme, sono previste sanzioni amministrative pecuniarie “da un minimo di euro 10 mila fino a un massimo di euro 60 mila, ovvero fino al 10 per cento del fatturato totale annuo, con l’indicazione comunque di un tetto massimo, oltre alla confisca del prodotto illecito. Si prevedono ulteriori sanzioni amministrative che intervengono sulla possibilità di svolgere attività di impresa, inibendo l’accesso a contributi, finanziamenti o agevolazioni erogati da parte dello Stato, da altri enti pubblici o dall’Unione europea, per un periodo da uno a tre anni”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In questo modo, come spiegato dal ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, “l'Italia diventa la prima nazione al mondo a dire no agli alimenti sintetici".
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          È davvero così? Non proprio. La carne sintetica dovrebbe rientrare tra i novel food, per i quali in Ue è richiesta approvazione da parte dell’Efsa. Se così dovesse accadere, in base alle regole comunitarie della libera circolazione dei beni e dei servizi, l’Italia non potrebbe opporsi alla loro importazione e distribuzione. Un po’ come succede per la soia geneticamente modificata: produzione vietata, ma ne importiamo circa 10 mila tonnellate al giorno.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ai dati di fatto, mi permetto di aggiungere due considerazioni personali. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La prima riguarda il fatto che se in Europa rientrerà nel novel food, la notizia passerà in silenzio per evitare il disdegno Nazionale e ci ritroveremo questi cibi sui banchi del supermercato. Adesso per accogliere il consenso generale, la notizia è stata sbandierata e il loro No sottolieneato con enfasi. Il contrario non lo sarà. La seconda osservazione invece, riguarda le multe decisamente esigue ( 60000 euro di tetto massimo) che per colossi industriali che possono permettersi milioni di euro in ricerca e sviluppo sono nulla. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 06 Apr 2023 07:44:27 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>FARINE D’INSETTI, L’ESPERTO: OCCHIO A ISTERIA COLLETTIVA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/farine-dinsetti-lesperto-occhio-a-isteria-collettiva</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/cibo-insetti-1649408c.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Al di la del pensiero prevenuto di ognuno di noi, di seguito alcune guide per districarvi meglio.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il Governo ha presentato quattro decreti interministeriali che introdurranno etichette informative sui prodotti che contengono o derivano da insetti. Le nuove norme prevedono un’etichettatura specifica sulla provenienza del prodotto, sui quantitativi di farine di insetti presenti e sugli allergeni, oltre che una scaffalatura apposita nei negozi, come per gli alimenti biologici o senza glutine. Ad annunciarlo, nei giorni scorsi, il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida in una conferenza stampa congiunta insieme al ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso e della Salute, Orazio Schillaci.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La firma sui decreti segue le intese raggiunte in Conferenza Stato Regioni sulle indicazioni obbligatorie per l'immissione in commercio di alimenti contenenti quattro farine di insetti: farina di grillo, farina Alphitobius diaperinus (larve), farina di Tenebrio molitor (tarme) e farina di Locusta migratoria.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Ci si può nutrire di quello che più si ritiene idoneo ma per quanto riguarda la farina di insetti pensiamo serva un'etichettatura che specifichi in modo puntuale e visibile quali prodotti hanno derivazione da questi insetti", dice Lollobrigida.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il Ministro Urso: “Alla base dei provvedimenti, firmati oggi, vi è il principio della trasparenza su cui si fonda la capacità di scelta di consumatori che devono sapere come un prodotto è stato realizzato, da dove proviene e con cosa è fatto per essere liberi di utilizzare o meno un prodotto".
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Orazio Schillaci: "Vigileremo con i Nas sul pieno rispetto delle disposizioni annunciate oggi, sia per quanto riguarda il divieto dell'utilizzo di farine di insetti in alimenti tipici della dieta mediterranea come pizza e pasta, sia per quanto riguarda la conformità dell'etichettatura dei prodotti che li contengono e che dovrà esser visibile e chiara. Chi acquista questi prodotti a base di farine di insetti deve sapere che c'è un rischio di allergia, anche se adesso non sappiamo quantificare quanto nello specifico".
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Spisni (Unibo): nessun pericolo. Scelga il consumatore
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Abbiamo chiesto un commento a Enzo Spisni, docente di fisiologia della nutrizione presso l’Università di Bologna: “Il rischio di sviluppare allergie esiste per qualunque alimento che una persona introduce per la prima volta nella sua dieta. Vale per la prima volta che assaggiamo il maracuja o il mangustano e vale anche per il grillo. Siccome gli insetti hanno proteine simili come sequenza amminoacidica e come struttura a quelle dei crostacei, è possibile che chi già soffre di allergia ai crostacei sia allergico anche alla farina di grillo. Anche chi ha forte allergia agli acari potrebbe avere problemi con queste farine, anche se le allergie agli inalanti sono diverse da quelle alimentari, come dimostrano l’allergia alle graminacee inalate e quella alimentare al grano. Detto ciò, questi rischi sono stati molto ben considerati dal panel di scienziati Efsa che ha autorizzato il consumo delle farine di grillo. Per quanto riguarda il merito dei provvedimenti governativi, i crostacei, che insieme ai molluschi sono tra i principali allergeni per l’uomo, non mi pare che vengano “ghettizzati” e posti su banconi del pesce separati, ben lontani da orate e branzini. Quanto all’etichettatura, in Italia e in Europa era già stata resa obbligatoria per le farine di grillo, quindi da questo punto di vista i provvedimenti governativi non hanno di fatto apportato modifiche a quanto già stabilito dal panel Efsa. Nessun ricercatore ha mostrato dubbi sulla commestibilità e sui valori nutrizionali, piuttosto elevati, della farina di grillo. Di pubblicazioni scientifiche che dimostrino qualche tipo di pericolosità per questa farina, semplicemente, non ce ne sono. Poi, anche se per noi europei si tratta di un alimento nuovo, i grilli e le larve di grillo vengono consumati in molti paesi del mondo da migliaia di anni e i dati epidemiologici sono più che rassicuranti anche dal punto di vista delle allergie, molto più rare di quelle a crostacei, molluschi, latte o uova. Credo, quindi, che, tutto sommato, possiamo parlare di un fenomeno ascrivibile a “isteria collettiva da gastronazionalismo” più che a qualche tipo di sottolineatura di un pericolo reale. Poi, nessuno obbliga nessuno ad acquistare o mangiare farina di grillo. È una libera scelta di chi si attiene a pareri scientifici fondati ed è curioso di assaggiare qualcosa di esotico, nuovo ed ecologicamente molto sostenibile”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sat, 01 Apr 2023 14:27:58 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>RISCHIO PER LA SALUTE: FARI PUNTATI SU NITRITI E NITRATI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/rischio-per-la-salute-fari-puntati-su-nitriti-e-nitrati</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/13017-ef2a28ca.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Nessun beneficio per la salute. Anzi, un potenziale rischio per l’insorgenza di diabete di tipo 2. Bocciatura senza appello per nitriti e nitrati quella che giunge da uno studio pubblicato di recente su Plos Medicine.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Parliamo di sostanze presenti naturalmente nell'acqua e nel suolo, assunte attraverso il cibo ma utilizzate anche come additivi alimentari, principalmente nelle carni lavorate, per aumentare la durata di conservazione ed evitare contaminazioni batteriche.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Studi in vitro e su modelli animali ne hanno indagato benefici e rischi in relazione all'insorgenza del diabete di tipo 2 (T2D), ma, a oggi, mancano dati epidemiologici e clinici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ecco così che i ricercatori hanno effettuato un ampio studio prospettico su un gruppo di 104.168 adulti francesi. L'età media dei partecipanti era di 42,7 anni a inizio studio e sono stati seguiti per circa sette anni. I partecipanti hanno completato questionari dettagliati sulle abitudini dietetiche. Durante il periodo di follow-up, in 969 hanno sviluppato diabete.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Una volta effettuata una correzione dei dati per potenziali elementi confondenti (Bmi, stile di vita, altri fattori dietetici che non fossero il consumo di nitriti a nitrati), i risultati hanno evidenziato che il terzile a consumo maggiore di nitriti presentava un rischio di sviluppare diabete del 27% più alto rispetto al terzile a consumo più basso. Quando poi si è andati a indagare gli additivi come fonte di nitriti, chi ne consumava di più correva un rischio del 53% più alto rispetto a chi non ne consumava. Nessuna correlazione, invece, tra consumo di nitrati e insorgenza di diabete.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “I risultati di questa ampia coorte prospettica non evidenziano alcun potenziale beneficio per nitriti e nitrati nella dieta”, commentano gli Autori. “Abbiamo invece visto come una maggiore esposizione ai nitriti, sia dagli alimenti che come additivi, si associ a un rischio più elevato di T2D, fornendo un ulteriore contributo al dibattito sulla sicurezza di queste sostanze e la necessità di interventi normativi che ne limitino l’uso come additivi alimentari. ..”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nutrienti&amp;amp;Supplementi
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 20 Mar 2023 08:36:51 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>CIBI ULTRAPROCESSATI: FARI PUNTATI SU RISCHIO TUMORE OVARICO E MAMMARIO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/cibi-ultraprocessati-fari-puntati-su-rischio-tumore-ovarico-e-mammario</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/114564.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Cibi ultraprocessati (Upf) nuovamente sotto accusa: aumentano il rischio di insorgenza dei tumori e la mortalità correlata, in particolare per quanto rigarda ovaio e mammella. A segnalarlo, i risultati di uno studio condotto da ricercatori dell’Imperial college di Londra e pubblicati di recente su eClinical Medicine.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La ricerca ha preso in esame i dati sulle abitudini nutrizionali tra il 2009 e il 2012 di 200 mila soggetti (età compresa tra 40 e 69 anni) all’interno della Uk Biobank, seguendoli, poi, per 10 anni, sino al 31 gennaio 2021. Gli alimenti consumati sono stati classificati in base al grado di lavorazione utilizzando il sistema Nova. Il consumo individuale di Upf è stato espresso come percentuale dell'assunzione totale di cibo (g/die). Nel tempo, sono stati incrociati i dati tra consumo di Upf e insorgenza e mortalità per 34 tipi di cancro differenti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il consumo medio di Upf nella dieta giornaliera è risultato del 22,9%. Nel corso dei 10 anni di follow up, si sono verificati circa 16 mila casi di cancro, con 4 mila decessi correlati. Ogni incremento di 10 punti percentuali nel consumo giornaliero di Upf corrispondeva a un aumento del 2% del rischio di sviluppare un tumore di qualsiasi natura. Per il tumore ovarico, il rischio di incidenza aumentava del 19% e di mortalità del 30%, mentre per la mammella la mortalità cresceva del 16%.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “I nostri risultati confermano quanto già noto sull'importanza di una dieta sana nel ridurre il rischio di cancro", sottolinea Eszter Vamos, docente presso la School of public health dell'Imperial College di Londra e coordinatore della ricerca. "Gli alimenti ultra-processati possono aumentare il rischio di cancro in più modi e abbiamo bisogno di ulteriori ricerche per chiarire bene il quadro. Sicuramente, hanno qualità nutrizionale scadente: sono spesso ricchi di sale, zuccheri e grassi nocivi, nonché poveri di fibre e favoriscono l'obesità e l’infiammazione, noti fattore di rischio per molti tipi di cancro. Possono anche contenere cancerogeni come alcuni additivi alimentari o sostanze chimiche generate durante la lavorazione o presenti nelle confezioni. Il nostro è il primo studio che valuta la correlazione tra consumo di alimenti ultra-elaborati e incidenza di diversi tipi di cancro, in particolare quello ovarico. Abbiamo, però, bisogno di dati su altre popolazioni per confermare questi risultati”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          -Nutrienti&amp;amp;Supplementi-
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 27 Feb 2023 18:44:42 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>FUNGHI MEDICINALI: OCCHIO ALLA QUALITÀ</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/funghi-medicinali-occhio-alla-qualita</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Funghi.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Il mercato dei funghi medicinali offre un arsenale di prodotti proposti per la prevenzione di numerose malattie o fattori di rischio. Sebbene siano considerati tali da non destare preoccupazione, una recente ricerca pubblicata su Nutrients (Autori: S. Risoli, C. Nali, S. Sarrocco, A. Cicero, A. Colletti, F. Bosco, G. Venturella, A. Gadaleta, I. Marcotuli) ne ha messo in evidenza alcuni limiti in grado di minarne l’efficacia e la sicurezza. Ne abbiamo parlato con Alessandro Colletti, del dipartimento di Scienza e Tecnologia del farmaco all’ Università degli studi di Torino.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Dr. Colletti, perché avete deciso di concentrare la vostra attenzione sui funghi medicinali?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I funghi medicinali sono ben noti alla comunità scientifica per avere diversi benefici per la salute in quanto caratterizzati da un'ampia gamma di attività farmacologiche, tra cui azioni ipolipemizzanti, antipertensive, antidiabetiche, antimicrobiche, antiallergiche, antinfiammatorie, antitumorali, immunomodulanti, neuroprotettive e osteoprotettive.  A tal proposito, il crescente interesse per la micoterapia comporta un forte impegno da parte della comunità scientifica nel proporre integratori di sicura origine e purezza genetica, oltre che nel promuovere studi clinici per valutarne i reali effetti sull'uomo. In Europa i funghi medicinali sono commercializzati principalmente sotto forma di integratori alimentari come componenti singoli o in combinazione con altri nutraceutici. In questo contesto, la prima peculiarità che li contraddistingue è la sicurezza stabilita attraverso la storia del consumo che caratterizza lo specifico fungo. Tuttavia, la coltivazione di funghi medicinali su larga scala viene effettuata principalmente in Cina, dove la maggior parte degli impianti di produzione non dispone di buone pratiche di fabbricazione riconosciute a livello internazionale, nonostante molte aziende europee che vendono micoterapici siano rifornite da produttori cinesi. Ciò è particolarmente evidente in Italia, dove viene commercializzato un arsenale di prodotti a base di funghi sotto forma di polveri ed estratti non sempre di origine accertata e talvolta di dubbia identificazione tassonomica, e quindi non rispondenti ai criteri qualitativi richiesti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Che tipo di indagine avete condotto?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Al fine di analizzare la composizione di alcuni dei principali integratori a base di funghi attualmente disponibili sul mercato italiano e regolarmente utilizzati per le loro proprietà nutritivo-fisiologiche, 19 campioni, commercializzati da sei diverse aziende, sono stati sottoposti ad analisi molecolari e biochimiche volte a identificare le specie di funghi utilizzate per estrarre l'ingrediente bioattivo, quantificare il contenuto di ergosterolo (Erg, ndr) e di glucani totali e controllare l'eventuale presenza di composti pericolosi, quali micotossine e metalli pesanti. I campioni erano costituiti da integratori alimentari commercializzati sotto forma di polvere incapsulata e sono stati utilizzati tal quali, senza alcuna alterazione, e non scaduti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali sono le principali criticità (problematiche) emerse?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Abbiamo evidenziato, attraverso l'analisi genetica, un grande mismatch (mischione) tra le etichette di alcuni prodotti commerciali a base di Ganoderma lucidum, Agaricus blazei e Grifola frondosa e l'identificazione delle sequenze, rilevando, invece, un'alta percentuale di omologia con G. resinaceum, G. sichuanense, A. subrugescens e Cordyceps militaris. Inoltre, l'analisi Aft (Aflatoxine, ndr) ha mostrato la presenza di tracce di micotossine con alcuni casi in cui la concentrazione di Aft è risultata superiore a quella consentita dal Regolamento CE n. 1881/2006 sui livelli massimi di contaminazione totale da Aft negli alimenti. Tutto ciò è particolarmente rilevante in quanto i dosaggi di funghi dimostratisi efficaci sui parametri di salute umana sono elevati e l'efficacia è stata osservata principalmente per esposizioni di medio-lungo periodo per cui dovrebbero essere garantiti i più alti profili di sicurezza.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Per quanto riguarda il contenuto di glucani?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I risultati hanno mostrato variabilità nelle diverse specie e tra capsule dello stesso lotto. In dettaglio, i valori andavano da 19,15 a 60,05 g 100 g−1, con un valore medio complessivo di 38,71 g 100g−1. I risultati ottenuti dall'analisi del contenuto di glucani confermano la disomogeneità all'interno dei lotti, come osservato dall'analisi sull'ergosterolo, un buon indicatore della biomassa fungina. Inoltre, è stata osservata una grande variabilità nei risultati ottenuti dallo stesso campione, evidenziando l'impossibilità di fare affidamento sul prodotto in termini di quantità di principio attivo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali conclusioni si possono trarre da questa vostra analisi?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tutti gli aspetti citati possono influire negativamente sull'efficacia del prodotto finale. Infatti, l'utilizzo di estratti standardizzati e titolati è fondamentale affinché il trattamento sia efficace e riproducibile nel tempo. Standardizzare significa uniformare. L'utilizzo di estratti standardizzati, che garantiscano un contenuto costante e ripetibile di principi attivi in ogni lotto di produzione, consente di garantire la riproducibilità dell'azione salutare del nutraceutico. Data la normale tendenza alla variabilità dei prodotti naturali come conseguenza di diversi fattori, dall’origine delle piante, alle condizioni di coltivazione, al clima, il processo di standardizzazione deve riguardare innanzitutto la materia prima. La selezione in campo di popolazioni vegetali omogenee in base al contenuto di sostanze funzionali, quindi, rappresenta il primo fondamentale passo nel processo di standardizzazione delle specie botaniche e di tutti i prodotti da esse derivati.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Dopodiché?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il successivo processo di trasformazione, che concentra e conferisce all'estratto le caratteristiche desiderate, deve poi garantire, attraverso l'utilizzo di metodi codificati e condotto parallelamente a controlli analitici di laboratorio, un prodotto finito sempre con la stessa composizione chimica, ovvero titolo in attivo ingredienti e fisica, cioè densità, aspetto, consistenza, solubilità. A tal proposito, l'utilizzo di estratti vegetali standardizzati e titolati permette di ridurre sensibilmente la variabilità della composizione dell'estratto dovuta fisiologicamente alle condizioni della pianta, all'estrazione e ai processi di produzione. La qualità di un nutraceutico è, quindi, condizione sine qua non per la sua efficacia e sicurezza. Tuttavia, la qualità deve necessariamente essere definita e controllata da valori oggettivi che si basino su criteri validati e non su considerazioni soggettive e fantasiose. In altre parole, la qualità di un integratore alimentare a base di funghi o estratti botanici non può essere definita se non si conoscono chiaramente le materie prime, le strategie formulative e i processi produttivi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali sono i prossimi passi nei vostri studi in questo ambito?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Le Università coinvolte, adiuvate dal supporto di società scientifiche come la Società italiana di nutraceutica e la Società italiana funghi medicinali, proseguiranno con le analisi dei nutraceutici a tutela del consumatore. Inoltre, è importante che le aziende del settore dialoghino costantemente con il mondo della ricerca, al fine di garantire sul mercato prodotti di qualità, sicuri e possibilmente efficaci a consumatori sempre più esigenti e informati.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 20 Feb 2023 17:50:35 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>OMOCISTEINA: SE TROPPO ALTA, SI RISCHIA L’ICTUS. CONSIGLI NUTRIZIONALI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/omocisteina-se-troppo-alta-si-rischia-lictus-consigli-nutrizionali</link>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         OMOCISTEINA: SE TROPPO ALTA, SI RISCHIA L’ICTUS. CONSIGLI NUTRIZIONALI
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Omocisteina.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Alice Italia Odv, Associazione per la Lotta all’ictus cerebrale, punta i fari contro rischi cardio e cerebrovascolari dell’iperomocisteinemia. In una nota, si sottolinea, infatti, come l’omocisteina, aminoacido presente in piccole quantità nell’organismo, nelle persone sane, si trasformi grazie all’acido folico e alle vitamine B6 e B12. Può succedere, però, che in caso di particolari patologie, di mutazione del gene Mthfr o di diete sbilanciate si verifichi un incremento dei valori plasmatici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Tutto ciò determina un danno alle pareti delle arterie, causando un ispessimento del loro rivestimento interno”, sottolinea Massimo Del Sette, direttore Uoc di Neurologia al Policlinico San Martino di Genova. Uno studio pubblicato nel 2013 su Neural regeneration research ha dimostrato che chi registra alti livelli di omocisteina, di colesterolo e trigliceridi, a parità di altri fattori di rischio, ha il 40% in più di possibilità di andare incontro a un ictus rispetto a chi ha valori nella norma. Inoltre, in una recente revisione della letteratura sull’argomento pubblicata su Stroke viene riportato che la correzione della iperomocisteinemia comporta una riduzione del rischio dal 34 fino al 70%”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’esame per il dosaggio dell’omocisteina è un semplice prelievo di sangue venoso, eseguito nella maggior parte dei laboratori, che deve avvenire dopo un digiuno di circa 10-12 ore. Vengono considerati normali i valori di omocisteina compresi tra 5-9 μmol/L. Quando questi valori vengono superati, si parla invece di iperomocisteinemia e ne esistono diversi stadi: borderline (10-12 μmol/L), moderata (13-30 μmol/L), intermedia (31-100 μmol/L) e grave (&amp;gt;100 μmol/L).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’iperomocisteinemia si può abbassare assumendo acido folico e le vitamine B6 e B16, attraverso una dieta ricca in vitamine e/o l’assunzione di integratori alimentari. Alimenti ricchi di vitamina B6 sono: pesce, carne, uova, frutta, verdura, latticini e frutta secca. Alimenti ricchi di vitamina B12 sono: aringhe, tonno, sgombro, sogliola, mozzarella, fontina, parmigiano, brie, gorgonzola, robiola.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          È molto importante, sottolinea l’associazione, anche individuare la modalità di cottura più adatta per evitare una perdita eccessiva di vitamine. Il consiglio è quello di consumare quanto più possibile cibi crudi o cotti a bassa temperatura: per esempio, circa il 50% della vitamina B6, della vitamina B12 e dell’acido folico si perde con la bollitura del latte; il 40% della vitamina B6 se si griglia la carne.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Alice Italia Odv ricorda l’importanza di uno stile di vita sano attraverso alcuni consigli:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - seguire una dieta bilanciata, varia e ricca di frutta, verdura, legumi, cereali, pesce (soprattutto quello azzurro) e olio extravergine di oliva;
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - limitare il consumo di: sale, zuccheri semplici (dolci, caramelle, bevande zuccherate), bevande  alcoliche e grassi saturi (salumi e carni grasse);
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - raggiungere e mantenere il peso ideale;
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - svolgere regolare attività fisica;
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - non fumare.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 10 Feb 2023 07:23:27 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>FLAVONOIDI, SCUDO PROTETTIVO DAL TUMORE DEL COLON-RETTO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/flavonoidi-scudo-protettivo-dal-tumore-del-colon-retto</link>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         This is a subtitle for your new post
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Flavonoidi.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Il consumo di flavonoidi (antocianidine e flavanoni in particolare, di cui, rispettivamente, sono ricchi frutta rossa e agrumi), protegge dal rischio di insorgenza di tumore del colon-retto e influenza la composizione del microbiota ematico. Queste le conclusioni di uno studio caso controllo finanziato dalla Fondazione Airc, condotto da un gruppo di ricercatori italiani e pubblicato di recente su Nutrients. A parlarcene, Marta Rossi, ricercatrice presso il dipartimento di Statistica medica, biometria ed epidemiologia “GA Maccacaro”, dell’Università degli studi di Milano e coordinatrice della ricerca.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          D.ssa Rossi, da quali premesse nasce l’idea del vostro studio?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La prima è che si è notato che i fattori associati a insorgenza del tumore colon retto, in particolare la dieta, influenzano anche la composizione del microbiota intestinale. In più, vi sono evidenze del fatto che processi infiammatori possano portare a una perdita della funzione di barriera epiteliale con conseguente maggiore permeabilità dei tessuti e traslocazione batterica dal tratto gastrointestinale al flusso sanguigno. Da qui, l’ipotesi che ci possa essere materiale batterico nel sangue maggiore in chi presenta un adenoma o un tumore del colon retto, correlato anche alle abitudini alimentari.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Che tipo di analisi avete condotto?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Si tratta di uno studio caso controllo, con una raccolta dati effettuata presso gli ospedali Niguarda e Policlinico di Milano. Abbiamo analizzato 100 casi istologicamente confermati di ca colon retto. Per ogni caso, un doppio controllo: 100 soggetti con adenoma e 100 sani. In totale, dunque, 300 persone coinvolte, alle quali, prima della colonscopia, è stato somministrato un questionario alimentare ed è stato effettuato un prelievo di sangue. Dal sangue abbiamo estratto del Dna con sequenziamento del gene 16 s rRna, tecnica tipica per individuare sia il carico batterico che la tassonomia dei vari ceppi. Il sospetto era che eventuale materiale batterico potesse derivare dal tratto intestinale, proprio per la perdita di impermeabilità dei tessuti dovuta a infiammazione o presenza tumore. Abbiamo, inoltre, focalizzato l’attenzione sul consumo di flavonoidi, noti per le proprietà antiossidanti e oncoprotettive, facendo ricorso a un questionario di frequenza di consumo alimentare che include circa 85 items di ricette e cibi, correlando le porzioni dichiarate con il contenuto in nutrienti, grazie a banche dati gestite in collaborazione con l’Università di Udine.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali evidenze sono emerse dall’analisi dei dati?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tra le varie tipologie di flavonoidi, flavanoni e antocianidine si sono dimostrati associati a riduzione di rischio del tumore del colon retto, rispettivamente, dell’82 e del 76% per il terzile di consumo più alto rispetto a quello più basso. Abbiamo, poi, messo in relazione il loro consumo con il microbiota attraverso l’esame del Dna batterico del sangue, riscontrando correlazioni inverse con la presenza di ceppi quali Flavobacterium e Legionella.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali conclusioni se ne possono trarre?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I nostri risultati supportano evidenze già riscontrate sull’effetto protettivo di antocianidine e flavanoni della dieta sul tumore colon retto. La correlazione con il Dna batterico nel sangue fa, inoltre, pensare che il consumo di questi antiossidanti possa influenzare o la permeabilità intestinale o direttamente la flora intestinale stessa.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali scenari di aprono e quali i filoni di ricerca più promettenti da indagare?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ora cercheremo, insieme a colleghi dell’Università di Bologna,  di analizzare gli stessi campioni di sangue stoccati con una tecnica ancora più potente, detta shotgun, in grado di sequenziare tutto il Dna genomico e non solo l’rRna 16 s. L’obiettivo è verificare se si trattava di batteri, piuttosto che funghi o virus, se non, addirittura, di artefatti o chimere il che, comunque, rappresenterebbe un’interessante evidenza: avere o meno presenza di batteri vivi nel sangue cambia completamente lo scenario, sia da un punto di vista diagnostico, per l’identificazione di potenziali marker tumorali, ma anche per lo studio dei meccanismi alla base della cancerogenesi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nutrienti&amp;amp;Supplementi
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sat, 21 Jan 2023 09:33:57 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>CEFALEA, DIETA E INTEGRAZIONE: IL PUNTO DAL CONGRESSO NAZIONALE ANIRCEF(Associazione neurologica italiana per la ricerca sulle cefalee)</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/cefalea-dieta-e-integrazione-il-punto-dal-congresso-nazionale-anircef</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Nervo.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         In occasione dell’11° congresso nazionale dell’Anircef (Associazione neurologica italiana per la ricerca sulle cefalee), il presidente, Piero Barbanti, ha fatto con la rivista "Nutrienti&amp;amp;SUpplementi" il punto sul ruolo che giocano alimenti e nutrienti in quella che l’Oms mette al secondo posto fra le malattie più disabilitanti: l’emicrania.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Professore, sappiamo che sulla relazione alimentazione e cefalea i luoghi comuni si sprecano e sono difficili da sfatare. Quali le evidenze scientifiche oggi disponibili in riferimento ai trigger alimentari?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In effetti, il tema dei trigger alimentari è ricco di luoghi comuni. Cioccolato, frutta secca ed agrumi, per esempio, un tempo considerati fattori scatenanti, sono in realtà del tutto innocui per il paziente emicranico. Viceversa, è dimostrato che un ECCESSO di caffeina, utile a piccole dosi per bloccare l'attacco emicranico, è in grado di produrre attacchi. Si ritiene che la massima dose giornaliera accettabile di caffeina per un paziente sia di 200 mg, corrispondente a 3 caffè al giorno.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Sotto la lente scientifica vi sono oggi gli additivi alimentari: cosa c’è di vero?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Rimane vera l'ipotesi che nitriti e nitrati, presenti negli insaccati, specialmente se affumicati, siano fattori trigger, in rapporto alla liberazione di ossido nitrico, potente vasodilatatore dei vasi cerebrali. C'è invece in punto interrogativo sui solfiti contenuti nei vini, in particolare in quelli bianchi. Sono al momento fortemente sospettati.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali sono le nuove e più solide evidenze sul ruolo giocato dagli integratori alimentari?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          C'è una grande fioritura di integratori per il mal di testa. Evidenze scientifiche di efficacia esistono soprattutto per il magnesio, che riduce l'ipereccitabilità dei neuroni, e il partenio, attivo sui recettori vanilloidi. Buone evidenze anche per il coenzima Q10 e la riboflavina, potenziatori metabolici attivi sulla catena respiratoria mitocondriale, ed il ginkgolide B, estratto terpenico del ginko biloba, utile nel ridurre il rilascio del glutammato e del fattore di attivazione piastrinica.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          E per chiudere: in quali ambiti della nutrizione sono riposte le maggiori speranze in termini di supporto alle terapie?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Per il futuro ci attendiamo contributi importanti dalla crononutrizione, cioè dalla definizione scientifica di quando sia meglio distribuire i pasti, i macro e i micronutrienti e l'apporto calorico della giornata in rapporto alle attività del soggetto. E' importante infatto che sia il rapporto calorico, che come viene suddiviso durante la giornata, sono fattori cruciali per l'emicrania.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 02 Jan 2023 17:53:06 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/cefalea-dieta-e-integrazione-il-punto-dal-congresso-nazionale-anircef</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>TUMORE AL PANCREAS, IL RUOLO PROTETTIVO DELLA DIETA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/tumore-del-pancreas-il-ruolo-protettivo-della-dieta</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/115507.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Una dieta sana, a base vegetale, ricca di frutta e verdura sembra in grado di proteggere dal rischio di sviluppare un tumore al pancreas, tra le neoplasie più temute a causa dell’elevata letalità. A sostenerlo, una umbrella review pubblicata di recente sull’International journal of environmental research and public health, guidata da Vincenza Gianfredi, del dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli studi di Milano. Ne parliamo con Daniele Nucci, dietista ricercatore sanitario presso il servizio di Dietetica e Nutrizione clinica all’ Istituto Oncologico veneto Iov-Irccs di Padova, co-autore della ricerca insieme a Pietro Ferrara, Monica Dinu e Mariateresa Nardi.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Dr. Nucci, da quali premesse nasce l’idea del vostro studio?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il tumore pancreatico rappresenta uno dei tumori con la più alta letalità e per il quale è difficile fare diagnosi precoce. Partendo da questa considerazione, ci siamo interrogati in merito ai possibili fattori di rischio legati allo stile di vita associati allo sviluppo di tumori pancreatici e, in particolare, a quali fossero le evidenze scientifiche in merito al ruolo della dieta. Infatti, se è vero che per fumo e obesità le evidenze di un loro ruolo nell’aumento del rischio per i tumori pancreatici sono forti, non è così invece per i pattern dietetici e gli alimenti che compongono la dieta.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Che tipo di analisi avete condotto?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ciò che abbiamo fatto è stato condurre una umbrella review, ossia una revisione sistematica di revisioni sistematiche con metanalisi. L’approccio metodologico previsto per questo tipo di studio permette di raccogliere, riassumere e valutare la qualità e la forza delle evidenze disponibili per un determinato topic. Nel nostro caso, abbiamo condotto una umbrella review con l’obiettivo di riassumere tutte le evidenze disponibili provenienti da metanalisi di studi sia osservazionali che di intervento sugli effetti di diversi tipi di pattern dietetici e componenti alimentari sul rischio di cancro del pancreas. Questo tipo di approccio ci ha permesso di fornire una panoramica della qualità e della validità delle associazioni finora studiate, valutando al contempo i possibili bias.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali evidenze sono emerse dall’analisi dei dati?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ciò che è emerso dal nostro studio è, innanzitutto, una qualità piuttosto bassa delle revisioni sistematiche con metanalisi al momento effettuate sul tema. Tra i pattern dietetici sono emerse evidenze convincenti per l’associazione tra modelli dietetici considerati sani e che, nello specifico, comprendono un elevato consumo di alimenti di origine vegetale e un minor rischio di tumore del pancreas. Tra i componenti della dieta, si osservano livelli convincenti di evidenza per il ruolo protettivo di frutta e verdura mentre un elevato consumo di carne rossa è stato associato a un significativo aumento del rischio.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali conclusioni se ne possono trarre?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Le indicazioni che emergono dal nostro studio sono di duplice natura. Da un lato, infatti, emerge la necessità di studi, sia primari che secondari, condotti con maggiore rigore metodologico. Dall’altro, si evidenzia l’importanza di comprendere quali comportamenti alimentari possano portare a una riduzione del rischio per il tumore pancreatico così da poter fornire raccomandazioni chiare per la prevenzione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali scenari di aprono su questo fronte e quali i filoni di ricerca più promettenti da indagare?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Considerata l'estrema aggressività e letalità del tumore del pancreas e le difficoltà nel raggiungere una diagnosi precoce, è doveroso concentrarsi non solo sulla ricerca di nuovi trattamenti ma anche su strategie di prevenzione efficaci. Sicuramente, essendo l’eccesso ponderale e, in particolare, l’obesità, un chiaro fattore di rischio per il tumore del pancreas dovranno essere rafforzate le azioni volte a contrastarne l’aumento in tutte le fasce di popolazione puntando su stili di vita sani e in particolar modo sull’adozione di corrette abitudini alimentari. In questo scenario, la ricerca sarà fondamentale. Per comprendere il ruolo dei diversi pattern nella prevenzione e anche nel trattamento dei tumori pancreatici saranno necessari studi clinici e osservazionali metodologicamente rigorosi. Tra i filoni di ricerca più promettenti c’è di sicuro quello che si occupa di indagare il ruolo del microbiota intestinale nella patogenesi del tumore pancreatico. Sappiamo, infatti, quanto la composizione microbica intestinale sia strettamente dipendente dalla nostra dieta. Quello del microbiota è un ambito scientifico in continua evoluzione e sicuramente nei prossimi anni potremo avere a disposizione dati interessanti per poter orientare, con maggiore precisione, le nostre raccomandazioni.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 29 Dec 2022 17:47:27 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>TUMORI, CASI IN CRESCITA COSTANTE NEGLI UNDER 50</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/tumori-casi-in-crescita-costante-negli-under-50</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/tumoriGiovani.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         “Roma, 2 novembre 2022 (Agonb) – I casi di tumore negli under 50 aumentano di anno in anno. A rilevarlo è uno studio condotto dai ricercatori del Brigham and Women’s Hospital di Boston, pubblicato su Nature Reviews Clinical Oncology.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Secondo l’indagine, i tumori compaiono sempre più precocemente in tutto il mondo, una tendenza che va avanti dal 1990, determinando una vera e propria emergenza per quanto riguarda i tumori di mammella, colon, esofago, reni, fegato e pancreas.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I dati dimostrano che ogni gruppo successivo di persone nate in un secondo momento, ad esempio un decennio dopo, ha un rischio maggiore di sviluppare il cancro più avanti nella vita, probabilmente a causa di fattori di rischio a cui sono stati esposti in giovane età. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il team di scienziati ha scoperto che a pesare sullo stato della salute futura delle persone è l’esposoma della prima infanzia, che comprende anche la dieta, lo stile di vita, il peso, l’esposizione ambientale e il microbioma. Proprio il cambiamento radicale subìto da microbioma negli ultimi dieci anni, secondo gli scienziati, gioca un ruolo fondamentale nelle evidenze riscontrate. (Agonb) Etr 12:00”
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Questo è l’articolo integrale diffuso dal nostro ordine sanitario. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Vorrei solo aggiungere che i fattori di rischio individuati dalla ricerca e diffusi dall'ente mondiale per la ricerca contro il cancro, sono:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          ALIMENTAZIONE, Inquinamento e Sedentarietà. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Questi fattori portano alterazioni fisiologiche importanti, tra cui il cambiamento del microbiota intestinali e l'abbassamento delle difese immunitarie, che sono cruciali per il benessere.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sat, 05 Nov 2022 17:42:00 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>DAGLI INSETTI VALORI PROTEICI E NUTRIZIONALI SIMILI A CARNE E PESCE</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/cibo-insetti.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Una dieta sana e sostenibile potrebbe in futuro non troppo lontano arricchirsi di approcci inediti. Se ne è parlato di recente al 20° congresso della Società italiana di scienze dell’alimentazione (Sisa), che si è tenuto a Roma presso l’Università La Sapienza, durante il quale è stato portato l’esempio degli insetti edibili, caratterizzati da importanti valori nutrizionali e da una sostenibilità ambientale, visto che richiedono minore uso di acqua, terreno, emissione di gas serra.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Già oggi circa due miliardi di persone in Asia, Africa, Australia e America latina si cibano di insetti, anche se noi siamo abituati a giudicare questa opzione con sospetto”, spiega Veronica D’Antonio, dell’Università di Teramo. Non vi sono solo i vantaggi per l’ambiente, ma anche quelli determinati da valori proteici e nutrizionali simili a carne e pesce. Solo per fare qualche esempio, alcune specie di insetti edibili contengono più calcio del latte, più ferro degli spinaci, più fibre dei fagioli, sebbene le fibre siano diverse. L’aspetto degli insetti edibili che ha maggiormente colpito i ricercatori è stata la capacità antiossidante e la funzione migliorativa dello stato infiammatorio e del metabolismo lipidico e glucidico. La maggior parte degli studi sono in vitro o su animali, ma ci sono anche due studi sull’uomo con risultati interessanti: il primo, con la somministrazione di 25 grammi di polvere di grillo a colazione per 14 giorni, ha evidenziato l’assenza di cambiamenti nel microbiota intestinale e un miglioramento dello status infiammatorio. Nel secondo, con la somministrazione di spaghetti con polvere del baco da seta, vi è stata una riduzione del glucosio postprandiale nel sangue, un risultato che può aiutare nella gestione del diabete. Questi risultati sono interessanti, ma restano necessari ulteriori approfondimenti sull’uomo per confermare questi effetti. Il crescente interesse della comunità scientifica ha portato le autorità dell’Ue ad autorizzare grilli, cavallette e una tarma della farina, mentre alcune aziende hanno realizzato prodotti a base di insetti edibili come integratori e farina per lo sviluppo di prodotti più familiari quali pasta, biscotti, cracker, burger”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Aggiungo a questo articolo, interessante e completo, che alcuni integratori asiatici, mirati a stati patologici GRAVI, sono gia a base di polvere di insetti. Questi mostrano in letteratura, risultati eccellenti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nut&amp;amp;Sup
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 24 Oct 2022 07:21:54 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>SARCOPENIA, I NUTRIZIONISTI CLINICI: COSÌ SI VINCE LA FRAGILITÀ</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/112196.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Il contrasto alla perdita di massa muscolare associata all’età e a diverse patologie importanti è stato uno dei temi al centro dei lavori del 5° congresso nazionale Sinuc (Società italiana di nutrizione clinica) tenutosi di recente a Lecce. Come sottolineato da Maurizio Muscaritoli, presidente della Sinuc, “la perdita delle riserve fisiologiche è un processo normale, ma in certe condizioni l’organismo va in riserva più velocemente.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ciò avviene, per esempio, quando ci troviamo di fronte a un organismo fragile, termine che abbiamo imparato a conoscere durante la pandemia. Il soggetto fragile è più vulnerabile a parità di età anagrafica e fisicamente presenta una diminuzione di forza e resistenza muscolare, stanchezza, debolezza, riduzione della velocità di cammino”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Per Paolo Orlandoni, direttore Uosd Nutrizione clinica all’Irccs-Inca di Ancona, “la perdita della massa magra è da considerarsi una vera e propria sindrome clinica che chiamiamo sarcopenia…”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Se a partire dalla quinta decade di vita la perdita di massa muscolare viaggia al ritmo dello 0,8% ogni anno, nel soggetto fragile, con sarcopenia questo processo accelera, complici anche una scarsa attività fisica, dieta inadeguata e assunzione di più farmaci. Due i pilastri per un invecchiamento di successo: attività fisica, che agisce su molteplici meccanismi biologici e metabolici migliorando la sensibilità all’insulina, rallentando la morte delle cellule muscolari e diminuendo i livelli di infiammazione, e dieta.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “In presenza di una diminuzione della massa muscolare è possibile agire con un intervento nutrizionale mirato e gestito da uno specialista che gestisca l’apporto proteico tenendo conto che la capacità di utilizzare le proteine nell’organismo anziano (o malato) diminuisce di circa il 28% e della presenza di molecole cataboliche che interferiscono in negativo sugli ormoni della crescita e gli androgeni” sottolinea Orlandoni.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Stanno aumentando, però, gli studi sperimentali e clinici che documentano l’efficacia della supplementazione proteica o con aminoacidi. L’integrazione con aminoacidi essenziali è stata individuata come intervento superiore a qualsiasi regime iperproteico e alla supplementazione per efficacia, rapidità di azione e sicurezza. Somministrata per endovena è in grado di ripristinare la sintesi proteica entro poche ore anche nel soggetto anziano con un risparmio energetico dato dalla via di somministrazione che non coinvolge il lavoro del pancreas. E la somministrazione per os di aminoacidi essenziali ha una efficacia pari alla somministrazione per via venosa”. (Nut&amp;amp;Sup)
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 17 Oct 2022 17:08:41 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>IL FUTURO DELLA NUTRACEUTICA? : SCIENZA E COMPETENZE QUALIFICATE.</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/il-futuro-della-nutraceutica-cicero-sinut-scienza-e-competenze-qualificate</link>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         This is a subtitle for your new post
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/integratori-antiossidanti.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         L’Italia vanta il più grande mercato degli integratori alimentari in Europa, oltre un quarto del suo totale, con attese di sfiorare i 5 miliardi di vendite nel 2025 e le prospettive di crescita mondiale sono molto favorevoli: quasi l’8% di crescita media annua, per un mercato globale vicino ai 240 miliardi dollari nel 2027. Questi i dati ribaditi di recente da Integratori &amp;amp; Salute, l’associazione nazionale che rappresenta il comparto degli integratori alimentari. Molti, però, si interrogano sulle reali evidenze scientifiche che giustificano un tale consumo, come sottolineato nel corso del XII congresso nazionale Sinut (Società italiana di nutraceutica) tenutosi nei giorni scorsi a Bologna.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “La nutraceutica è una scienza in rapida evoluzione”, sottolinea Arrigo Cicero, presidente Sinut.  “Le evidenze scientifiche sui meccanismi farmacologici siti alla base dell’effetto dei nutraceutici aumentano rapidamente e in modo esponenziale. Meno rapida è la conferma clinica dell’efficacia e ancora meno incisivo l’aumento delle conoscenze di farmacocinetica e di sicurezza sul lungo termine. Tuttavia, pur non potendo vantare formalmente l’efficacia dei nutraceutici più evidence-based, oggi abbiamo a disposizione prove di efficacia per la gestione di condizioni cliniche gravi ove la farmacoterapia convenzionale non arriva o non è adeguatamente tollerata. Penso, per esempio, al sostegno alla funzione cardiaca on top a terapia ottimale, piuttosto che in caso di declino cognitivo iniziale, neuropatie periferiche, prevenzione della preeclampsia o tamponamento degli effetti collaterali di farmacoterapie importanti. A fronte di questo, almeno il 50% del mercato dei nutraceutici si basa su prodotti aspecifici, spesso sottodosati, finalizzati a condizioni aspecifiche o, talora, gestibili con ottimi farmaci low-cost e ampiamente studiati per efficacia e sicurezza”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Su questo fronte, diventa determinante l’aiuto del professionista sanitario adeguatamente formato, in grado di fornire i migliori consigli al consumatore finale: “L’aumento delle competenze del personale sanitario coinvolto nel suggerimento dei nutraceutici può aiutare il consumatore/paziente a finalizzare l’investimento che fa verso una scelta di prodotti formulati in modo razionale, adeguatamente dosati, da assumersi per un tempo adeguato, per evitare appunto che sprechi risorse e concentrazione su prodotti inutili o assunti a dosi e per tempi incompatibili con l’effetto desiderato”, prosegue Cicero. “In questo contesto il personale sanitario deve essere sempre più edotto sugli avanzamenti scientifici riguardanti la nutraceutica, ma anche a non essere traviato dalla lettura di studi parascientifici, dove tutto sembra molto efficace e sicuro, a discapito della plausibilità biologica del risultato e/o della reale fattibilità dello studio proposto”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          E l’industria? “Gioca un ruolo fondamentale nel perseguire il risultato etico di promuovere la commercializzazione di prodotti realmente utili, testati in modo corretto e credibile, e col supporto di una informazione medico-scientifica di alto livello”, prosegue Cicero, così concludendo: “I limiti legislativi imposti alla nutraceutica impediscono spesso di impiegare dosaggi efficaci e che l’avanzamento delle conoscenze scientifiche possa essere divulgato ai professionisti sanitari. A oggi, la maggior parte dei prodotti nutraceutici venduti è aspecifica e/o sottodosata, mentre le prove scientifiche mostrano evidenze di efficacia di monocomponenti o oligocomponenti a dose piena su outcome di salute specifici e forti. Uno dei compiti degli esperti in nutraceutica è quello di colmare questi gap burocratici ed educazionali”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          -NuteSup-
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 23 Sep 2022 14:51:11 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>DIETA RICCA DI POTASSIO FAVORISCE MAGGIORE PROTEZIONE CARDIOVASCOLARE NELLE DONNE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/dieta-ricca-di-potassio-favorisce-maggiore-protezione-cardiovascolare-nelle-donne</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Nelle donne, una dieta ricca di potassio aiuta a contrastare gli effetti di un eccesso di sale, con conseguente abbassamento della pressione arteriosa. Questi i risultati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori olandesi e pubblicato di recente su European heart journal, rivista della Società europea di cardiologia.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Lo studio ha preso in esame 25 mila partecipanti dello studio Epic-Norfolk, nel Regno Unito, reclutati tra il 1993 e il 1997 e seguiti nel tempo. Età media: 59 anni per gli uomini, 58 per le donne. A inizio studio, tutti hanno compilato un questionario sullo stile di vita. I ricercatori hanno quindi misurato la pressione sanguigna e raccolto un campione di urina per valutare l’assunzione con la dieta di sodio e potassio. Obiettivo finale: valutare la correlazione tra assunzione di potassio e pressione sanguigna, aggiustando il dato in funzione di età, sesso e consumo di sodio.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I risultati evidenziano una relazione inversa tra consumo di potassio e pressione sanguigna sistolica soltanto nelle donne, in particolare tra quelle a maggiore assunzione di sale: per ogni grammo di aumento giornaliero di potassio, 2,4 mmHg di sistolica in meno.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nel corso di circa 20 anni di follow-up, inoltre, 13.596 (55%) partecipanti sono stati ricoverati in ospedale o sono deceduti a causa di malattie cardiovascolari. Le persone del gruppo a maggior consumo di potassio presentavano un rischio di eventi cardiovascolari inferiore del 13% rispetto a quelle nel sottogruppo a consumo più basso. Quando uomini e donne sono stati analizzati separatamente, le corrispondenti riduzioni del rischio sono state, rispettivamente, del 7% e dell'11%. In questo caso, la quantità di sale nella dieta non ha influenzato la relazione tra potassio ed eventi cardiovascolari nei due sessi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Così commenta Liffert Vogt, dell'Amsterdam university medical center, coordinatore dello studio: “I nostri risultati suggeriscono che il potassio aiuta a preservare la salute del cuore, ma che le donne ne beneficiano più degli uomini. La relazione tra potassio ed eventi cardiovascolari sembra indipendente dall'assunzione di sale, suggerendo che il potassio ha altre vie per proteggere il cuore oltre alla capacità di favorire l'escrezione di sodio".
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L'Oms raccomanda, per gli adulti, un consumo giornaliero di 3,5 mg di potassio e non più di 2 mg di sodio al giorno. Tra gli alimenti ricchi di potassio: banane, patate dolci, frutta secca, fagioli, piselli, lenticchie, frutti di mare.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Conclude Vogt: “L’industria alimentare potrebbe cominciare a pensare di sostituire il sale standard a base di sodio con un'alternativa a base di potassio negli alimenti trasformati, pur rimanendo prioritario il consiglio di preferire il consumo di alimenti freschi e non trasformati".
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          NuteSup
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 19 Sep 2022 07:12:21 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>CURA DELLA MALNUTRIZIONE, APPELLO MONDIALE: SIA RICONOSCIUTA COME DIRITTO DELL'INDIVIDUO.</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/cura-della-malnutrizione-appello-mondiale-sia-riconosciuta-come-diritto-dell-individuo</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         La cura nutrizionale in caso di malattie acute o croniche è un diritto del paziente e come tale va sancito. Ad affermarlo, una storica dichiarazione co-firmata dalle più importati società scientifiche internazionali di nutrizione clinica nei giorni scorsi a Vienna, in occasione del 44° congresso Espen (European society for clinical nutrition and metabolism). Un appello lanciato alle istituzioni, alle Società scientifiche e alla società civile per un'azione urgente contro la malnutrizione correlata alle malattie.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Così Rocco Barazzoni, presidente Espen: “La malnutrizione è una condizione comune nei pazienti affetti da malattie acute e croniche. AUMENTA IL RISCHIO DI MORTALITà DEL PAZIENTE e ha un impatto negativo sulla qualità di vita. L'assistenza nutrizionale è fondamentale per una prevenzione e un trattamento efficaci e può migliorare significativamente gli esiti della malattia. La dichiarazione di Vienna, che riconosce quello alla nutrizione clinica come un diritto dell’uomo, è un passo importante per garantire l'accesso a un'alimentazione ottimale per tutti. Ci auguriamo che il documento porti l'attenzione necessaria sull'importanza dell'assistenza nutrizionale e si riveli determinante nel ridurre ed eliminare la malnutrizione correlata alle malattie a livello globale.''
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La dichiarazione di Vienna è stata firmata da Espen, Aspen (American society for parenteral and enteral nutrition), Felanpe (Federacion latinoamericana de terapia nutricional, nutrición clínica y metabolismo), Pensa (Parenteral and enteral nutrition society of Asia), Federazione europea delle associazioni dei dietisti, Forum europeo dei pazienti e oltre 75 associazioni internazionali.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 15 Sep 2022 07:12:29 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>IL POMODORO FORTIFICATO CONTRO LA CARENZA DI VITAMINA D</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/ecco-il-pomodoro-fortificato-contro-la-carenza-di-vitamina-d</link>
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Pomodori per contrastare l’ipovitaminosi D. È quanto promettono i risultati di uno studio condotto dall’Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr di Lecce, in collaborazione con il John Innes centre di Norwich e pubblicato sulla rivista Nature Plants.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I ricercatori, infatti, hanno messo a punto una nuova linea di pomodoro in grado di accumulare in tutti gli stadi di maturazione provitamina D3, ovvero il precursore assumibile della Vitamina D. “Questa nuova linea di pomodoro è stata ottenuta grazie alle emergenti tecnologie di editing del genoma che si stanno imponendo in molti dei campi delle scienze, da quelle biomediche a quelle agroalimentari”, dice Aurelia Scarano, del Cnr-Ispa di Lecce.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Grazie a queste nuove tecnologie, e più precisamente all’utilizzo del sistema Crispr/Cas9, è stato possibile introdurre in maniera estremamente specifica una piccola modifica in un gene di pomodoro, il gene che codifica per l’enzima 7-deidrocolesterolo reduttasi 2, coinvolto nella conversione della provitamina D3 a colesterolo, senza intaccare in alcun modo altre regioni del genoma. Dopo due generazioni successive, si sono ottenute piante che presentano solo una piccola mutazione stabile e prive di alcun tipo di transgene. Con questa tecnologia abbiamo ottenuto importanti quantitativi di provitamina D3 nei frutti delle nuove linee di pomodoro. Inoltre, il trattamento dei pomodori di questa linea con luce Uv è stato in grado di convertire la provitamina D3 in vitamina D, aprendo nuove prospettive per la produzione di pomodori in grado di fornire direttamente la vitamina attiva”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Secondo alcune stime, circa il 40% della popolazione europea, il 26% di quella americana e il 20% di quella orientale sarebbero a rischio di carenza di vitamina D.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “L’assunzione quotidiana di questa importantissima vitamina può avvenire prevalentemente da fonti animali come latte, uova, olio di fegato di merluzzo e salmone”, spiega Angelo Santino del Cnr-Ispa. “Gli alimenti di origine vegetale non ne contengono, tranne alcuni funghi in grado di produrre provitamina D2, che è tuttavia meno attiva rispetto alla provitamina D3. La conversione da D2 o D3 a vitamina D avviene esponendo la pelle alle radiazioni Uv, che però in maniera prolungata e inadeguata può comportare rischi anche gravi come tumori della pelle. Inoltre, le persone anziane hanno spesso bassi livelli di assorbimento e di traslocazione di provitamina D3/D2 a livello epidermico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il nuovo pomodoro biofortificato rappresenta pertanto un’importante alternativa potenziale. “Dai calcoli effettuati, il consumo di un paio di pomodori freschi al giorno di questa nuova linea di pomodoro potrebbe soddisfare in buona parte la dose giornaliera raccomandata di vitamina D”, conclude Scarano del Cnr-Ispa.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La legislazione europea, come noto, è molto vincolante rispetto alla commercializzazione di prodotti di questo genere. In Inghilterra, però, dove il pomodoro è stato realizzato, promettono, in virtù della Brexit, di approvare una nuova legge decisamente più permissiva che ne consentirà la vendita.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          -Nut.e Sup-
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Tue, 02 Aug 2022 12:15:03 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/ecco-il-pomodoro-fortificato-contro-la-carenza-di-vitamina-d</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>RUOLO DEGLI INTEGRATORI IN CASO DI CARCINOMA MAMMARIO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/ruolo-degli-integratori-in-caso-di-carcinoma-mammario</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/125747.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Il ricorso a integratori alimentari dopo una diagnosi di tumore al seno è un’esperienza molto comune, ma le evidenze attuali a supporto sono ancora scarse. In letteratura ci si riferisce soprattutto a quelli a spiccata azione antiossidante, alla luce del meccanismo di azione dei chemioterapici che agiscono attraverso la generazione di radicali liberi.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Un recente studio osservazionale accessorio a uno clinico ha considerato l'uso di qualsiasi antiossidante (vitamine C, A, E; carotenoidi e coenzima Q10) mettendo in evidenza un aumento del 41% del rischio di recidiva con l'uso sia prima che durante il trattamento. Il numero di partecipanti allo studio era piccolo ma i risultati avvalorano le raccomandazioni di non consumare integratori antiossidanti durante la terapia del cancro al seno.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Anche l’uso di integratori di ferro, spesso già assunti dalle donne per trattare una carenza sistematica, non sembra favorevole, sia prima che durante la chemioterapia.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il ferro, infatti, svolge ruoli unici nell'insorgenza e nella progressione della malattia. La produzione di Ros contribuisce alla trasformazione maligna delle cellule e il tumore stesso, una volta insorto, richiede elevate quantità di ferro per la proliferazione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Resta da capire l’utilità della vitamina B12 (cobalamina), sia prima che durante la chemioterapia. Gli studi che hanno esaminato i livelli circolanti di vitamina B12 in relazione al cancro hanno avuto risultati contrastanti. In uno studio di coorte su oltre 25 mila pazienti, alti livelli di B12 sono risultati correlati a mortalità più elevata, ma non è stato chiarito se quei valori fossero indicatori di condizioni patologiche sottostanti. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Precedenti studi randomizzati e controllati su vitamine del gruppo B o placebo in pazienti con cardiopatia ischemica hanno riscontrato una maggiore incidenza di cancro e mortalità per tutte le cause in chi era stato assegnati in modo casuale ad acido folico più vitamina B12, ma non con vitamina B6. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          A dieci anni di distanza restano quindi valide le conclusioni della revisione di Ladas e Kelly del 2010: non esistono ancora prove sufficienti per quanto riguarda la sicurezza degli integratori alimentari per formulare raccomandazioni.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L'uso, tuttavia, potrebbe ridurre gli effetti collaterali che si verificano frequentemente, compromettendo la capacità funzionale e la qualità della vita dei pazienti a causa dello stato proinfiammatorio della chemioterapia.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I più studiati, in questo ambito, sono gli acidi grassi polinsaturi omega-3, in quanto modulano alcune vie molecolari come il fattore nucleare-kappa B (NF-κB) associato a tossicità secondaria alla somministrazione di antracicline. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Durante uno studio del 2019 i pazienti hanno ricevuto in modo casuale 2,4 g/die di Pufa Omega-3 (Epa 1,6 g e Dha 0,8 g) o placebo durante chemioterapia con adriamicina/ciclofosfamide seguito da paclitaxel+/-trastuzumab. I dati segnalano miglioramento significativo della xerostomia nei pazienti integrati con Pufa Ω-3, mentre l'integrazione non ha mostrato alcun cambiamento nella composizione corporea, nel profilo cardiometabolico o nella tossicità dovuta alla chemioterapia.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nello stesso anno, uno studio di controllo randomizzato in doppio cieco che ha coinvolto un totale di 48 pazienti con carcinoma mammario localmente avanzato ha concluso che l'integrazione di acidi grassi Omega-3 ha migliorato la sopravvivenza globale e la sopravvivenza libera da malattia dopo trattamento con chemioterapia neoadiuvante e mastectomia.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Per la letteratura precisa…
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          https://www.nutrientiesupplementi.it/focus/item/2023-ruolo-degli-integratori-in-caso-di-ca-mammario
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nut&amp;amp;Sup
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 20 May 2022 15:56:44 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/ruolo-degli-integratori-in-caso-di-carcinoma-mammario</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>INTEGRATORI ON LINE: ALTROCONSUMO INDAGA SU REGOLARITÀ PRODOTTI ED ETICHETTE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/integratori-on-line-altroconsumo-indaga-su-regolarita-prodotti-ed-etichette</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/IntegratoreDef.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         INTEGRATORI ON LINE: ALTROCONSUMO INDAGA SU REGOLARITÀ PRODOTTI ED ETICHETTE
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Prendo spunto da questo articolo molto interessante per far capire ai miei pazienti il perché gli integratori, da assumere in ogni fase della vita, devono essere accuratamente scelti e controllati. Purtroppo la realtà è che ogni farmaco è sottoposto a tantissimi controlli sia chimici che sperimentali per provarne la reale efficacia e l’assenza di tossicità. Questo però non vale per gli integratori, che quindi vengono buttati sul mercato, spacciati come naturali e di origine vegetalema…ecco la realtà. E sottolineo che in questo articolo se ne sono controllati SOLAMENTE 30. Su 30 SOLAMENTE 1 rispetta quello che dice. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Di seguito l’articolo integrale. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Occhio alle insidie del web negli acquisti di integratori dimagranti. A denunciarlo, un’indagine di Altroconsumo che, tra luglio e agosto 2021, ha acquistato online, trenta integratori e prodotti per dimagrire, analizzandoli in laboratorio, al fine di verificare al loro interno la presenza di possibili sostanze farmacologiche, tese a rendere questi prodotti efficaci nel dimagrimento. È stato inoltre verificato che l’etichettatura rispettasse le norme previste per legge e le indicazioni fornite sulla composizione del prodotto.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Gli integratori sono stati acquistati da piattaforme come Amazon, eBay, Alibaba/Aliexpress e Wish, che mettono in vendita prodotti provenienti da paesi esteri, anche extra Ue. I prodotti acquistati, per poter essere commercializzati in Italia, devono sempre e comunque rispettare le normative del Paese, anche se provengono dall’estero.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Durante l’analisi è emerso che l’80% dei prodotti non rispetta le regole sull’etichettatura e alcuni contengono anche farmaci o sostanze pericolose. Sui trenta prodotti presi in esame solo uno è risultato completamente in regola a livello di composizione e di dichiarazione sull’etichetta, mentre cinque presentano irregolarità negli ingredienti o nella presentazione del prodotto.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “In un caso abbiamo trovato l’amphetaminil, sostanza illegale negli integratori alimentari”, si legge in una nota della rivista. “Si tratta di un farmaco che contiene anfetamina, dall’azione anoressizzante e psicostimolante, sviluppato e utilizzato negli anni Settanta per l’obesità, il disturbo da deficit di attenzione, l’iperattività e la narcolessia. È in disuso da molto tempo a causa della forte dipendenza che può generare. In questo stesso prodotto era presente anche un estratto vegetale, Pausinystalia yohimbe, vietato in Europa negli integratori alimentari per i suoi possibili effetti nocivi come ansia, aumento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca. In altri due prodotti abbiamo trovato acido salicilico, una sostanza che si usa per la psoriasi e l'acne e che non è da ingerire”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In due prodotti, secondo l'etichetta, avrebbero dovuto esserci ben dieci sostanze presunte dimagranti o con altri possibili benefici, come, per esempio, mango, tè verde, lampone, estratto di garcinia cambogia, ginseng. In realtà, non c'era nulla, se non gli eccipienti: nella fattispecie acqua, sorbato di potassio, acido citrico e aromi naturali.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
           
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In seguito alle verifiche effettuate, Altroconsumo ha segnalato le irregolarità rilevate al ministero della Salute e alle piattaforme online dei venditori. (N.m.- Nut e Sup)
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sat, 07 May 2022 06:59:56 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/integratori-on-line-altroconsumo-indaga-su-regolarita-prodotti-ed-etichette</guid>
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        <media:description>thumbnail</media:description>
      </media:content>
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        <media:description>main image</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>UN PROBIOTICO A SUPPORTO DELLA TERAPIA ONCOLOGICA PER TUMORE DEL RENE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/un-probiotico-a-supporto-della-terapia-oncologica-per-tumore-del-rene</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         https://www.microbiologiaitalia.it/varie/un-probiotico-a-supporto-della-terapia-oncologica-per-tumore-del-rene/
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/tumore+rene_thumb_720_480.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         E’ stato pubblicato sulla rivista internazionale “Nature Medicine” il 28 febbraio 2022 un articolo riguardante uno studio clinico randomizzato di fase I che apre nuovi scenari nelle terapie oncologiche del tumore del rene. Il titolo di questo studio è “Nivolumab più ipilimumab con o senza supplementazione di batteri vivi nel carcinoma renale metastatico: uno studio randomizzato di fase 1”.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Questa ricerca conferma e avvalora anche gli studi e le teorie precedenti su cui sempre più clinici si concentrano, che mettono in relazione l’importanza del microbiota intestinale nella risposta all’immunoterapia. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Razionale dello studio
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Lo studio è stato condotto dal team di Sarah Highlander del Translational Genomics Research Institute (TGen), a Phoenix, in Arizona. Esso ha compreso la partecipazione di 30 pazienti oncologici con uno specifico tumore del rene, il carcinoma metastatico con istologia a cellule chiare e/o sarcomatoide (fig. 1), e malattia a rischio intermedio o scarso in base ai criteri dell’International mRCC Database Consortium (IMDC). 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tali pazienti sono stati randomizzati, e cioè suddivisi in due gruppi a cui sono stati assegnati casualmente in un rapporto di 2:1 a ricevere Nivolumab e Ipilimumab (immunoterapia) rispettivamente con o senza un probiotico da assumere per via orale giornalmente.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Uno dei criteri principali per l’arruolamento dei pazienti era che questo non dovesse aver già seguito una precedente terapia sistemica . La precedente terapia adiuvante era consentita a meno che con un farmaco inibitore dei checkpoint.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il farmaco Nivolumab è un inibitore della morte programmata 1 (PD-1). Il farmaco Ipilimumab è un inibitore citotossico della proteina 4 associata ai linfociti T (CTLA-4). Questi trattamenti rappresentano uno standard di cura per il trattamento di prima linea del carcinoma renale metastatico a cellule chiare.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Advertisement
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Durante lo studio è stato valutato anche il microbioma intestinale dei pazienti, per confrontare i cambiamenti nel tempo. Sono stati valutati anche i cambiamenti nei livelli di citochine circolanti e nelle popolazioni di cellule T regolatorie e soppressori di derivazione mieloide. Questi sono stati confrontati nel tempo per esaminare gli effetti di CBM588 (il probiotico) sul sistema immunitario.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Obiettivi dello studio
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’obiettivo primario di questa ricerca era valutare prospetticamente gli effetti del prodotto batterico vivo in questione abbinato alla terapia. Nello specifico, lo studio ha voluto caratterizzare l’effetto dell’agente sull’abbondanza relativa delle popolazioni microbiche intestinali e in particolare del Bifidobacterium spp.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Gli obiettivi secondari invece includevano il tasso di risposta, la sopravvivenza libera da progressione (PFS) e la tossicità.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il probiotico utilizzato
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il prodotto batterico studiato è stato postulato sulla base di studi preclinici e altri studi clinici e fornito da Miyarisan Pharmaceuticals e OSEL in bustina.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il nome che gli è stato assegnato è “CBM588”. Contiene Clostridium butyricum, un batterio sporigeno anaerobico produttore di butirrato. Ciascuna formulazione in bustina da 40 mg era composta da circa 2,0 × 108  cfu del principio attivo vitale, C. butyricum. Erano presente anche eccipienti farmaceutici come amido di mais, carbonato di calcio e lattosio.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Anche altri studi infatti supportano il ruolo di Bifidobacterium spp. nella modulazione della risposta ai farmaci inibitori dei checkpoint (CPI). In modelli preclinici inoltre il trapianto di materiale fecale arricchito con Bifidobacterium spp. da solo (anche senza CPI) si è dimostrato sufficiente per ritardare la crescita del tumore.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Risultati dello studio
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I risultati dello studio hanno mostrato che aggiungendo questo probiotico alla terapia, la risposta antitumorale è stata potenziata. In particolare è stato determinato che specie come Bifidobacterium adolescentis (fig. 2) e Barnesiella intestinihominis sono state associate a un maggiore beneficio clinico dei CPI.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’analisi dei dati finale (fig. 3) ha portato a queste conclusioni:
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          1) la sopravvivenza libera da progressione era significativamente più lunga nei pazienti trattati con il trattamento immunoterapico in associazione all’assunzione di CBM588 rispetto a quelli senza (12,7 mesi contro 2,5 mesi, hazard ratio 0,15, intervallo di confidenza 95% 0,05–0,47, P  = 0,001);
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          2) Sebbene non statisticamente significativo, anche il tasso di risposta è stato più alto nei pazienti che hanno ricevuto CBM588 (58% contro 20%, P = 0,06);
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          3) Non è stata osservata alcuna differenza significativa in termini di tossicità tra i bracci dello studio
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          4) Una riduzione delle lesioni target del tumore del rene è stata osservata in 14 pazienti (74%) trattati con Nivolumab e Ipilimumab più CBM588 rispetto a 5 pazienti (50%) che hanno ricevuto solo la terapia oncologica.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nonostante la dimensione piccola del campione di questo studio e la necessità di approfondire questa linea di ricerche, sempre più evidenze dimostrano l’importanza della modulazione del microbiota intestinale durante un trattamento oncologico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Si aprono sicuramente nuovi e positivi scenari per questo tipo di tumore del rene.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 20 Apr 2022 11:06:05 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>ZINCO E IMMUNITÀ: STUDIO SUI TUMORI EMATICI SVELA BENEFICI PER TIMO E LINFOCITI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/zinco-e-immunita-studio-sui-tumori-ematici-svela-benefici-per-timo-e-linfociti-t</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Zinco.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Uno studio sui tumori ematici, pubblicato su Blood, svela per la prima volta alcuni meccanismi chiave attraverso i quali lo zinco esercita una preziosa funzione sul sistema immunitario. Un gruppo di ricerca del Fred Hutchinson cancer research center di Seattle, da tempo sta cercando di comprendere cosa accade al sistema immunitario dopo chemioterapia o in seguito ai cosiddetti regimi di condizionamento utilizzati prima di un trapianto di cellule staminali. In particolare, l’attenzione va focalizzandosi sui linfociti T e il timo, loro organo di produzione e sviluppo.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Gli scienziati già si erano accorti come bassi livelli di zinco si correlassero a deficit di cellule T e a riduzione del volume del timo, dimostrando come il minerale fosse in grado di facilitare il recupero della funzione immunitaria nei pazienti con mieloma multiplo sottoposti a trapianti di cellule staminali. Non era chiaro, però, perché.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La scoperta giunge da una ricerca su un modello sperimentale in cui si è potuto verificare come anche timi di topo sottoposti a dieta senza zinco si rimpiccioliscono, producendo un numero significativamente inferiore di cellule T mature. In brevissimo tempo, peraltro, ovvero dopo appena tre settimane: senza zinco i linfociti T non possono maturare completamente. Allo stesso modo, trattamenti sui topi simili a quelli sull’uomo prima di un trapianto di staminali, determinano carenza di zinco con deplezione di linfociti T e rallentamento dei tempi di rispristino delle scorte. Al contrario, zinco abbondante consente alle cellule di riprendersi più velocemente: "Con un’integrazione abbiamo ottenuto una più rapida riparazione dei danni causati al timo dalle terapie e una rigenerazione più rapida di linfociti T nel sangue periferico. Ci era, però, ancora poco chiaro il meccanismo”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’aspetto sorprendente è stato verificare che lo zinco accumulato nei linfociti T viene liberato nella matrice extracellulare quando questi vengono, per esempio, distrutti dalle terapie, avviando un processo biochimico che attiva il recettore Gpr39 sulle cellule endoteliali inducendole a produrre Bmp4, fattore cruciale per la rigenerazione timica.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Così concludono: “C'è ancora molto da apprendere, prima di poter individuare protocolli da applicare in clinica. I pazienti trapiantati ricevono già diversi integratori minerali e sarebbe importante assicurarsi un adeguato rifornimento di zinco in caso di carenza, benché oggi non si disponga di test soddisfacenti per l’analisi e per la cui messa a punto, però, stiamo lavorando alacremente. L’area di ricerca è di estremo interesse al di là, ovviamente, del campo oncologico, in quanto, per esempio, potrebbe portarci a studiare le ricadute sui processi degenerativi fisiologici del timo legati all’invecchiamento, laddove sappiamo che la funzionalità dell’organo tende a diminuire con l’età esponendoci a maggiori rischi di infezioni”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nut&amp;amp;Sup
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 11 Apr 2022 16:21:48 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>IL TRANSGENICO NEL PIATTO: LA SOIA</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/soia_900x760.webp"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Prendo questo articolo dal sito dell'associazione SUM perché ben scritto e perché riassume benissimo cosa sta avvenendo con la SOIA. Ovvero spiega benissimo come un prodotto transgenico sia stato silenziosamente introdotto sulle nostre tavole nonostante le mille battaglie contro questa strategia scientifica.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La soia un prodotto oggi molto ricercato e utilizzato da un numero crescente di persone anche per le ue PROPRIETA’ TERAPEUTICHE, se non è biologica, può causare gravi danni alla salute. La soia è in assoluto il PRODOTTO TRANSGENICO PIU COLTIVATO AL MONDO (87% della soia coltivata negli stati Uniti e il 60% a livello globale, nel 2005) ed è anche il cibo OGM che più facilmente ci troviamo nel piatto. È stata prodotta nel 1995 negli USA dalla multinazionale MONSANTO ed è stata la prima pianta Roundup Ready cioè progettata per tollerare l’erbicida “Roundup” a base di glifosfato prodotto sempre dalla MONSANTO. La soia RR è stata autorizzata alla commercializzazione su tutto il territorio dell’Unione Europea nel 1996 ed è l’unica varietà di soia OGM in commercio in Europa. Inizialmente il DNA della soia è stato modificato con il gene della noce Brasiliana, ma quando furono effettuati appositi studi su questo tipo di soia (Università del Nebraska) si scoprì che la capacità di scatenare reazioni allergiche era stata trasferita alle noci brasiliane alla soia provocando shock anafilattico (reazione gravissima che blocca il respiro e che porta spesso alla morte) nelle persone allergiche alle noci brasiliane. Il gene delle noci del Brasile è stato quindi rimosso a casa di queste reazioni, ma il rischio di allergie è sempre presente nei prodotti OGM perché “modificazioni anche piccole nella struttura proteica (dato da mutazioni nel DNA) possono scatenare nuove allergie” (greenpeace.it). Il DNA della soia Roundup Ready attualmente coltivata e commercializzata è modificato con parti del genoma del virus (il virus del mosaico del cavolfiore), di un batterio (agrobacterium sp.) e della penuria (Petunia hybrida). La soia transgenica è stata dichiarata sicura per l’alimentazione, sia negu Stati Uniti sia in Europa, sulla base dei risultati di analisi fornite dalla Monsanto, la quale ha definito la soia modificata geneticamente, sostanzialmente equivalente alla soia non OGM. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In realtà ala composizione chimica della soia OGM è ovviamente diversa da quella delle varietà non-OGM perché, altrimenti, la linea transgenica non sarebbe resistente all’erbicida e non potrebbe essere Brevettabile. E’ abbastanza semplice distinguere in laboratorio le caratteristiche biochimiche che rendono la soia OGM diversa dalla soia tradizionale, ma essa è stata dichiarata sostanzialmente equivalente alla soia non-OGM per semplificare la procedura di autorizzazione. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Inoltre alcuni scienziati indipendenti hanno scoperto che la Monsanto ha effettuato le analisi su soia OGM non trattata con l’erbicida Roundup, mentre i consumatori mangiano soia coltivata in campi irrorati con questo erbicida altamente tossico. Questa notizia è stata pubblicata il 24 Maggio ’99 sul quotidiano inglese The Guardia. Neanche la Food and Drugs Administration (FDA), organismo di controllo dei prodotti alimentari farmaceutici negli USA, ha provveduto ad effettuare i test sulla soia transgenica trattata con l’erbicida sulla salute degli animali e degli esseri umani prima di metterla in vendita.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Già nel 1988 una ricerca condotta in Germania dai ricercatori Sandermann e Wellman aveva evidenziato che il Roundup può scatenare notevoli muramenti chimici nella soia, in particolare esso fa aumentare i livelli dei fitoestrogeni che, quando vendono introdotti nell’organismo dei mammiferi attraverso il cibo, agiscono come ormoni causando gravissimi squilibri ormonali (“pericolosi in caso di patologie oncologiche ormone sensibili”) (Fonte: Biosafety, p. 285- 292, edito dal Ministero della Ricerca e della Tecnologia della Germania nel 1988). Oltre ai rischi per la salute, comuni a tutti, i cibi OGM e a tutte e piante trattate con l’erbicida Roundup, la soia OGM può quindi causare anche disturbi all’apparato riproduttivo. Per questo motivo il 13 ottobre ’97 il Gruppo di lavoro sulla Biosicurezza dell’Assemblea delle Nazioni Unite sulla Biodiversità, composto da sette scienziati, ha lanciato attraverso un comunicato stampa un “Appello urgente a tutti i governi di revocare l’autorizzazione alla commercializzazione della soia RR della Monsanto”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nessun governo ha ascoltato questo appello e la soia OGM ha continuato a diffondersi in tutto il mondo. Altre prove scientifiche sulla pericolosità della soia OGM sono state fornite nel 2005 dalla scienziata russa Irina Ermakova che, studiando gli effetti dell’alimentazione contenente soia OGM nei topi, si è concentrata sui discendenti degli animali nutriti con soia OGM, un punto trascurato dalla maggioranza delle ricerche, ed ha riscontrato che moltissimi cuccioli sono morti oppure sono cresciuto poco. Inoltre i cuccioli, una volta diventati adulti, non sono assolutamente riusciti a riprodursi. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Questo si è verificato sia nel gruppo che ha continuato a mangiare la soia OGM ininterrottamente, sia in quello che ha smetto si mangiarla prima dell’accoppiamento. I topi femmina nutriti con soia OGM hanno potuto avere nipoti solo attraverso le figlie femmine accoppiate con maschi provenienti da gruppo di controllo nutrito con mangime convenzionale di laboratorio, non OGM. Ma c’è un’altra notizia molto preoccupante che riguarda la soia OGM. Nel luglio del 2001 le equipe di ricercatori di tre università e istituti scientifici, nell’ambito di un programma finanziato dal governo belga. Hanno trovato “DNA di origine sconosciuta” in campioni di soia RR
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Questo significa che il genoma della soia analizzata era differente da quello descritto e brevettato dalla Monsano e autorizzato alla commercializzazione nel 1996. La Monsanto era già al corrente di questo e i suoi responsabili l’avevano comunicato all’autorità di controllo britannico ACNFP. Sono state fatte diverse ipotesi per spiegare la presenza di nuove impreviste sequenze geniche nella soia RR, fra queste anche la possibilità che la soia transgenica abbia iniziato a mutare È un’ipotesi comunque probabile in quanto molti scienziati e ricercatori indipendenti hanno da tempo denunciato che la manipolazione genetica può portare a conseguenze inaspettate e imprevedibili. A causa della complessità degli organismi viventi, ogni modifica del DNA di un organismo può avere effetti a catena, impossibili da prevedere e da controllare. Essi possono mettere a rischio sia la salute di chi mangia cibi OGM. Sia gli equilibri dell’ecosistema in cui gli OGM vengono immessi
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 16 Mar 2022 16:58:26 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>DIETA E RITMI CIRCADIANI: PERCHÉ SERVE INDAGARE IL CRONOTIPO</title>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         This is a subtitle for your new post
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Cronotipo.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Serotino o mattutino? Ovvero, siamo più attivi alle prime ore dell’alba o nella seconda parte della giornata? Il cosiddetto cronotipo sembra non essere indifferente per il nostro metabolismo e sono sempre più numerosi gli studi che sottolineano l’importanza di assecondare i ritmi biologici dell’organismo per assicurarne salute e benessere. Ecco così che un gruppo di ricercatori italiani, guidati da Sofia Lotti, nutrizionista presso il dipartimento di Medicina sperimentale e clinica dell’Università di Firenze, ha condotto una metanalisi, pubblicata su Advances in nutrition, tesa a fare il punto sul rapporto tra ritmi circadiani, dieta e stato di salute.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          D.ssa Lotti, da quali premesse nasce il vostro lavoro?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Negli ultimi anni l’interesse nei confronti della crono-nutrizione è aumentato notevolmente. Sempre più approcci dietetici tengono conto, infatti, del timing dei pasti, l’orario in cui un pasto viene consumato. Questo perché è ormai chiaro l’importante ruolo dei ritmi circadiani nella regolazione di numerosi processi fisiologici, tra cui il ciclo fame-sazietà. La manifestazione individuale dei ritmi circadiani viene definita con il termine di cronotipo, che indica la predisposizione di una persona a essere maggiormente attiva in una specifica parte della giornata. I soggetti con cronotipo mattutino tendono ad alzarsi presto alla mattina e a essere più attivi nella prima parte della giornata, mentre i soggetti con cronotipo definito serotino prediligono la seconda parte della giornata per svolgere le loro attività. Secondo recenti evidenze scientifiche, i soggetti con cronotipo serotino sembrano seguire peggiori abitudini alimentari e andare incontro più facilmente a varie patologie croniche, come quelle cardiovascolari e oncologiche.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Come avete effettuato la ricerca?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Abbiamo deciso di condurre una metanalisi per studiare l’associazione tra cronotipo, intake energetico e stato di salute, in quanto in letteratura erano presenti studi molto eterogenei che impedivano di avere un quadro chiaro delle evidenze. A questo scopo è stata condotta una ricerca nei principali database elettronici per identificare gli studi che riportavano misure di associazione tra cronotipo, assunzione energetica, parametri antropometrici e biochimici e malattie croniche degenerative. Al termine della ricerca sono stati identificati 39 studi che rispondevano ai criteri di inclusione, 37 di tipo cross-sectional e 2 di coorte, per un totale di 377.797 soggetti analizzati.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali risultati avete potuto osservare?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Non abbiamo riscontrato differenze significative tra i soggetti serotini e mattutini in termini di calorie assunte giornalmente, peso corporeo e percentuale di massa grassa. Tuttavia, i soggetti con cronotipo serotino mostravano un peggior profilo cardio-metabolico dovuto a livelli significativamente più elevati di glucosio a digiuno, emoglobina glicata, colesterolo Ldl e trigliceridi. Inoltre, abbiamo osservato nei soggetti serotini anche un rischio significativamente maggiore di diabete, cancro e depressione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali conclusioni se ne possono trarre?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I risultati del nostro studio hanno fornito una maggior comprensione della relazione tra cronotipo e stato di salute evidenziando come i soggetti serotini siano associati a un maggior rischio di numerose patologie. A oggi si ipotizza che la causa risieda nel disallineamento dei ritmi circadiani, ritardati di circa due-tre ore nei soggetti serotini rispetto ai soggetti mattutini. Questo fenomeno, conosciuto anche come chronodisruption, interrompe le naturali oscillazioni del metabolismo glucidico, lipidico e della proliferazione cellulare impattando inevitabilmente sulla salute. In conclusione, dal nostro studio è emersa l’importanza di assecondare i ritmi biologici del nostro organismo per assicurarci un buono stato di salute e per questo potrebbe rivelarsi utile iniziare a considerare il cronotipo individuale nelle strategie di prevenzione e trattamento dei disturbi cardio-metabolici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nicola Miglino
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Tue, 08 Mar 2022 08:43:12 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>EPATOPATIE CRONICHE: NECESSARIO CORREGGERE L’IPOVITAMINOSI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/epatopatie-croniche-necessario-correggere-lipovitaminosi</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         L’ipovitaminosi è una condizione molto comune in caso di malattie croniche del fegato, dall’epatopatia alcolica (Ald), alla steatosi epatica non alcolica (Nafld), alla cirrosi, al carcinoma epatocellulare (Hcc). La supplementazione di vitamine e oligoelementi dovrebbe pertanto rappresentare un utile intervento di supporto in queste circostanze. Un gruppo di ricercatori, guidati da Anna Licata, docente di Medicina interna all’Università di Palermo, ha provato a raccogliere i dati oggi disponibile in una review pubblicata di recente su Nutrients.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “La letteratura suggerisce come in questi pazienti si registrino forti carenze vitaminiche, specialmente nelle fasi avanzate di malattia”, sottolineano gli Autori. Le strategie di integrazione possono aiutare a migliorare lo stress ossidativo e la salute immunitaria dell’organismo.  In particolare, la vitamina D si rivela importante per il suo ruolo immunomodulatore nel migliorare la risposta virale nei pazienti con epatite cronica, ma anche nel ridurre l'infiammazione in caso di Nafld e nel ridurre l'incidenza del rigetto del trapianto e delle infezioni nei pazienti immunocompromessi. Altre vitamine chiave nel metabolismo epatico sono la C e la E. Agiscono come antiossidanti e il loro ruolo nella progressione della Nafld in Nash (steatopatite non alcolica) è davvero rilevante. L'aggiunta di vitamina E al pioglitazone nei pazienti diabetici con Nash istologicamente documentata è ormai considerata prima linea di trattamento ed è stata inserita nelle linee guida dell’Aasld (American association for the study of liver diseases). Deficit di vitamina K vengono segnalati da un marker, la Pivka (Proteina indotta da assenza di Vitamina K o antagonista II), utilizzato come strumento diagnostico per cirrosi o Hcc. La stessa vitamina K può esercitare un’azione antiproliferativa, contribuendo, in caso di carcinoma epatocellulare, alla riduzione di recidive e a una migliore sopravvivenza a lungo termine se combinata con agenti antitumorali. In conclusione, il ruolo delle vitamine non va sottovalutato nell'approccio alle malattie del fegato e l’integrazione dovrebbe far parte di un’efficace strategia di trattamento”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 21 Feb 2022 11:09:25 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>ANGURIA, LA LETTERATURA SCIENTIFICA NE SOSTIENE I BENEFICI CARDIOMETABOLICI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/anguria-la-letteratura-scientifica-ne-sostiene-i-benefici-cardiometabolici</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           Un concentrato di vitamine, minerali, antiossidanti e aminoacidi essenziali, veri toccasana per la salute cardiometabolica. Parliamo dell’anguria, le cui virtù nutrizionali sono state prese in esame da una review pubblicata di recente su Current atherosclerosis reports.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Parliamo di un frutto ricco di citrullina e arginina, precursori dell'ossido nitrico, oltre che di polifenoli e carotenoidi che ne suggeriscono un ruolo benefico su più fronti”, sottolineano gli Autori. “Con il nostro lavoro abbiamo voluto verificare, in letteratura, quali fossero le evidenze precliniche e cliniche a riguardo, prendendo in esame le pubblicazioni dal 2000 al 2020 e valutando, così, sia l’effetto del consumo di anguria che quello di un’integrazione di L-citrullina, suo componente caratteristico, su alcuni esiti cardiovascolari e metabolici”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Da quanto analizzato, emerge la capacità del frutto, come della supplementazione, di ridurre la pressione sanguigna, secondo quanto riportato da studi sull'uomo. Cominciano a emergere dati clinici anche relativi ai benefici sul metabolismo lipidico, a conferma di quanto già osservato su modelli animali. Meritano approfondimenti alcune evidenze sul ruolo nel controllo del peso corporeo, probabilmente grazie a un’azione sul meccanismo fame/sazietà, e sul miglioramento dell'omeostasi del glucosio in modelli animali di diabete. Tra le aree di interesse emergenti, gli effetti su sistema nervoso centrale e intestino in virtù, da una parte, dell’elevata biodisponbibiltà di ossido nitrico in questi tessuti e, dall’altra, da evidenze che suggeriscono miglioramenti nella funzione della barriera intestinale e del microbiota dopo il consumo di anguria.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Così commentano gli Autori: “Nel complesso, l'anguria sembra in grado di fornire una combinazione di nutrienti e fitochimici che agiscono da più fronti determinando svariati effetti biologici. Centrale, in questa funzione, il ruolo di citrullina e arginina la cui azione cardiometabolica, però, è indubbiamente potenziata da altri componenti importanti come polifenoli, licopene, potassio e magnesio. A questo punto, sono più che mai necessari ulteriori dati clinici su popolazioni differenti, per quantificare dosi e consumi del frutto, dei suoi derivati piuttosto che di una supplementazione al fine di promuovere interventi preventivi e terapeutici”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 31 Jan 2022 09:30:59 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/anguria-la-letteratura-scientifica-ne-sostiene-i-benefici-cardiometabolici</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>MELANOMA, IMMUNOTERAPIA PIÙ EFFICACE CON DIETA RICCA IN FIBRE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/melanoma-immunoterapia-piu-efficace-con-dieta-ricca-in-fibre</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Una dieta ricca in fibre migliora la risposta all’immunoterapia nei pazienti con melanoma grazie a un’azione diretta sul microbiota intestinale. Questi i risultati di uno studio, pubblicato su Science, che ha visto la collaborazione del National cancer institute (Nci), appartenente ai National institutes of health americani, e dell’Anderson cancer center dell’Università del Texas.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Si tratta di una ricerca che ha messo insieme dati clinici e sperimentali rispetto agli effetti che una dieta ricca in fibre piuttosto che l’impiego di probiotici possono avere sul tempo di progressione della malattia in pazienti con melanoma trattati con inibitori dei checkpoint immunitari, in particolare gli anti Pd-1 che stimolano i linfociti T ad attaccare le cellule tumorali.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Questo approccio farmacologico, che aiuta a ripristinare la capacità naturale del sistema immunitario di riconoscere e uccidere le cellule tumorali, ha rivoluzionato la terapia del melanoma, migliorando anche di anni la sopravvivenza di pazienti con malattia avanzata. In molto casi, però, si rivela inefficace e diversi studi hanno suggerito un ruolo dei batteri intestinali nell’influenzare la risposta clinica.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tra questi, uno degli stessi Autori che in precedenza aveva messo in evidenza come un trapianto fecale da pazienti responder a non responder avesse determinato, in questi ultimi, una maggiore capacità di contrastare la malattia. In aggiunta, un lavoro sempre interno all’Nci, aveva evidenziato, su modelli animali, la capacità della pectina, una fibra contenuta nella mela, di bloccare la crescita del tumore attivando i linfociti e rimodellando la risposta immunitaria.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Nel nuovo studio, i ricercatori hanno preso in esame diversi indicatori nelle persone in terapia, dal microbiota fecale, alle abitudini alimentari, all’impiego di probiotici.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tra i 128 pazienti di cui era nota l'assunzione di fibre alimentari, quelli che hanno riferito di consumarne almeno 20 g/die, quantità ritenuta dai ricercatori sufficiente allo scopo, hanno fatto registrare la sopravvivenza maggiore, con una riduzione progressiva del 30% del rischio di ripresa della malattia ogni 5 g in più di fibre giornaliere consumate.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Contemporaneamente, i ricercatori sono andati a misurare in modelli murini di melanoma l’effetto delle fibre sulla risposta al trattamento con anti-PD-1, verificando così come una ricca di fibre determinasse un rallentamento nella crescita del tumore dopo il trattamento, rispetto a quanto osservato in topi trattati con una dieta povera di fibre.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Hanno poi ripetuto gli esperimenti su topi germ-free, osservando che la dieta non aveva alcuna influenza sulla risposta all’immunoterapia, segno evidente che l’effetto si può ottenere solo modificando una microflora già presente.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Una delle possibili spiegazioni sta sicuramente nel fatto che la fibra aumenta a livello intestinale la presenza di specie batteriche, come le Ruminococcaceae, che sono forti produttori di acidi grassi a catena corta con effetto antitumorale”, dice Giorgio Trinchieri, direttore del Laboratory of integrative cancer immunology al Nci e tra gli Autori dello studio.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Proprio nei topi, abbiamo visto un aumento, per esempio di uno di questi acidi grassi, il propionato, mentre nei pazienti, l’esame fecale ha rilevato che chi rispondeva meglio alle terapie registrava una forte presenza a livello intestinale proprio di Ruminococcaceae”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Oltre alle fibre, i ricercatori hanno anche esaminato l'impatto dei probiotici sulla risposta terapeutica riscontrando, però, in questo caso, un effetto opposto, ovvero una maggiore progressione della malattia benché, come sottolineano loro stessi, il numero di pazienti trattati fosse piuttosto esiguo e la tipologia di probiotici assunti eccessivamente eterogenea.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          "I nostri risultati confermano che il microbiota intestinale è in grado di influenzare la risposta all'immunoterapia e che una dieta ricca di fibre, ovvero di frutta, verdura e legumi, potrebbe migliorare gli esiti delle cure", conclude Trinchieri.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          "Di certo sono molti i fattori in grado di determinare il successo di queste terapie innovative nei pazienti con melanoma, ma i nostri dati sembrano svelare un ruolo chiave del microbiota intestinale, modulabile più con un’alimentazione mirata piuttosto che con il ricorso a probiotici”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 21 Jan 2022 16:57:40 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>POMPELMO: alleato nella cura del GLIOBLASTOMA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/pompelmo-alleato-nella-cura-del-glioblastoma</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/113217.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Il Glioblastoma rimane una patologia povera di cure a causa della barriera ematoencefalica (BEE) che blocca il passaggio del chemioterapico nell’encefalo, sede del tumore. La doxorubicina e paclitaxel sono tra i farmaci più attivi in neuro oncologia, come dimostrato dagli studi in vitro. Purtroppo nell’uomo la loro efficienza è drasticamente ridotta dalla loro limitata capacità di superare questa barriera (BEE) e quindi di raggiungere la sede del tumore. La BEE è una caratteristica tipica delle cellule dei vasi sanguigni che irrorano l’encefalo e ha principalmente una funzione di protezione del tessuto cerebrale dagli elementi nocivi presenti nel sangue, pur tuttavia permettendo il passaggio di sostanze necessarie alle funzioni metaboliche.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Gli studi vertono quindi a trovare nuove strategie per aggirare questo problema e aumentare l’efficacia del farmaco nel di superare questa barriera e penetrare il tessuto tumorale.  
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          È stato recentemente dimostrato che le Vescicole Extracellulari del POMPELMO sono in grado di allentare e superare efficacemente questa barriera. In particolare, si è dimostrato che queste vescicole, ingegnerizzate appositamente al trasporto del farmaco, portano 4 volte più doxorubicina delle vescicole in uso attualmente. Inoltre, il test con vescicole di POMPELMO in grado di rilasciare il farmaco in ambiente acido, (quale quello tumorale), ovvero acido sensibili, dimostrano anche un drastico aumento nel BLOCCARE la crescita delle cellule del glioblastoma rispetto ai farmaci in uso attualmente
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Ulteriori studi sono al vaglio per potenziare la tecnica e introdurla in terapia di prima linea
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          NB. Poiché il pompelmo interagisce negativamente con molti altri chemioterapici, mi raccomando di chiedere al proprio nutrizionista specializzato o all'oncologo, prima di assumerlo  
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Tue, 11 Jan 2022 07:37:46 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>PROCREAZIONE ASSISTITA, IL SUCCESSO DIPENDE ANCHE DALLA DIETA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/procreazione-assistita-il-successo-dipende-anche-dalla-dieta</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/122218.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Occhio al peso corporeo per la salute riproduttiva della donna. Il monito giunge da uno studio pubblicato sulla rivista Reproductive BioMedicine On line dal team di ricerca di GeneraLife, gruppo europeo di 30 cliniche specializzate in medicina della riproduzione.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Innanzitutto, il lavoro ha accertato un calo delle chance di gravidanza, dovuto a un aumento del rischio di aborto, dopo il trasferimento di embrioni euploidi, ovvero cromosomicamente sani, nelle donne con un indice di massa corporea superiore a 25, quindi in sovrappeso, ma non obese”, spiega Gemma Fabozzi, primo autore del paper, embriologa clinica e nutrizionista del centro GeneraLife di Milano.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Un primo risultato importante che possiamo trarre dalla ricerca, dunque, è aver messo in luce la rilevanza del Bmi nel tasso di natalità, anche quando la paziente è in semplice sovrappeso, non obesa”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Entrando nello specifico, lo studio rileva che l’incremento del Bmi è associato all’aumento del rischio di errori cromosomici negli embrioni (aneuploidie), che riducono le probabilità di gravidanza.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Si tratta di un’associazione ovviamente subordinata all’età della donna, che è il fattore preponderante nell’insorgenza delle aneuploidie”, prosegue Fabozzi. “Nonostante ciò, le donne in sovrappeso mostrano un lieve aumento nel rischio di errori cromosomici negli embrioni a qualsiasi età materna. Il messaggio-chiave di questo studio è, quindi, che sarebbe utile analizzare il profilo metabolico della paziente anche quando si è già ottenuta una blastocisti euploide da trasferire, in un ciclo di procreazione medicalmente assistita”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Così commenta Francesca Bongioanni, ginecologa e responsabile del centro GeneraLife di Milano e Torino: “Dato il valore prezioso di questo embrione per una coppia infertile, e a fronte della difficoltà di ottenerlo in età materna avanzata nelle donne con problemi di sovrappeso, potrebbe essere clinicamente rilevante intervenire con un regime nutrizionale ad hoc prima del trasferimento in utero. Nelle donne fertili invece, lo studio pone l’accento sull’importanza della prevenzione e del mantenimento di una dieta adeguata per ridurre la severità di disturbi di natura anche riproduttiva. È importante, comunque, che chi affronta un percorso di procreazione assistita venga preso in carico anche dal punto di vista nutrizionale”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          A ulteriore conferma, un nuovo studio presentato dalla stessa Fabozzi al recente congresso della Società italiana di fertilità e sterilità-Medicina della riproduzione (Sifes e Mr) di Riccione, secondo cui il Bmi, rappresenta uno dei fattori che più influenzano la buona riuscita dei trattamenti per l'infertilità, anche quando si ricorre all'ovodonazione.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          "I risultati confermano che in un programma di ovodonazione con transfer di blastocisti, l’obesità nelle donne riceventi si associa a un maggior rischio di aborto”, dice la nutrizionista, che è anche docente del master in Biologia della nutrizione per la riproduzione umana della Sapienza Università di Roma. “Quindi, ricorrere alla fecondazione eterologa sembra non mettere al riparo dai danni che l'obesità provoca al nostro sistema riproduttivo".
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’indice di massa corporea, concludono gli autori, è un marker grossolano, ma sicuramente rappresenta un importante campanello di allarme. “Ricerche future, finalizzate a identificare parametri più precisi dell’aspetto nutrizionale-metabolico, come, per esempio, studiare la localizzazione del tessuto adiposo in eccesso, sono sicuramente auspicabili anche nel campo della riproduzione umana”. (n.m.)
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 29 Dec 2021 18:06:47 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>ACIDO PALMITICO E RISCHIO METASTASI: NATURE SVELA POSSIBILE RELAZIONE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/acido-palmitico-e-rischio-metastasi-nature-svela-possibile-relazione</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/blog.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
           L’acido palmitico, tra gli acidi grassi saturi più comuni negli animali e nelle piante, potrebbe essere un fattore scatenante lo sviluppo di metastasi tumorali, con effetti permanenti anche a distanza di molto tempo dall’esposizione. A segnalarlo, uno studio su Nature condotto da un gruppo di scienziati dell’Istituto di ricerca biomedica (Irb) dell’Università di Barcellona che hanno prelevato cellule di melanoma e tumori del cavo orale da alcuni pazienti, esponendole brevemente a una concentrazione di acido palmitico simile a quella di una dieta ad alto contenuto dell’acido grasso.
          &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In seguito, hanno tra piantato le stesse cellule in topi, verificandone la capacità di generare metastasi. In effetti, non soltanto il fenomeno si è verificato, ma i ricercatori sono riusciti a comprendere qualcosa in più, ovvero che l’esposizione all’acido palmitico provoca effetti epigenetici permanenti, con alterazione di geni che conferisco capacità di diffondere il tumore anche a distanza di mesi dall’esposizione. Gli effetti, peraltro, sembrano strettamente correlati all’esposizione all’acido palmitico ma non all’oleico e al linoleico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Addirittura, pare che le alterazioni genetiche determinino il richiamo di cellule del sistema nervoso che vanno a innervare l’area favorendo la genesi di un ambiente utile alla disseminazione del tumore. Uno degli elementi chiave nella formazione della rete neurale che favorisce la metastasi sono, infatti, le cosiddette cellule di Schwann, che circondano e proteggono i neuroni e gli scienziati spagnoli hanno individuato diverse via di inibizione di questo processo, aprendo la strada allo sviluppo di terapie in grado di bloccare la diffusione del tumore.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          "Nel 2017 abbiamo pubblicato uno studio che suggeriva un legame tra acido palmitico e rischio di metastasi, ma non ne avevamo compreso il meccanismo responsabile”, afferma Salvador Aznar-Benitah dell'Irb di Barcellona, coordinatore della ricerca. “In questo studio, siamo stati in grado di dettagliare il processo, rivelando il coinvolgimento di un fattore di memoria nella capacità metastatica e identificando un possibile approccio terapeutico per correggerlo".
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tratto da Nut. e Sup.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
           
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 08 Dec 2021 18:42:44 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>ITALIA, RAGGIUNTA LA IODIOSUFFICIENZA.  IL RAPPORTO DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/italia-raggiunta-la-iodiosufficienza-il-rapporto-dellistituto-superiore-di-sanita</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Sale-iodato-300x199.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Il sale da cucina che si trova più comunemente nei supermercati è il sale iodato. Ovvero il sale ricavato dall’acqua di mare o dalle miniere di salgemma, addizionato artificialmente di IODIO sotto forma di ioduro o iodato di potassio. 
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Dal momento che il sale viene utilizzato da larghi strati di popolazione, con un consumo giornaliero omogeneo, la sua iodurazione (particolarmente economica) rappresenta una soluzione ideale per eradicare i disordini da carenza iodica presente in Italia. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Tale deficit può causare gravissimi problemi di salute che vanno dai deficit dello sviluppo mentale e fisico del feto e del bambino, a conseguenze più o meno severe nell’età adulto. Ma come mai solo alcune aree del pianeta sono soggette a deficit? Fondamentalmente perché da una regione all'altra varia la concentrazione di iodio nel terreno, di conseguenza nei suoi frutti e nelle carni degli animali che da essi traggono nutrimento. Ovviamente, anche le abitudini alimentari influenzano pesantemente l'apporto iodico; per esempio, in Giappone, dov'è piuttosto comune il consumo di alghe (alimento ricco di iodio per eccellenza), il problema è molto sfumato e spesso è necessario adottare misure per prevenire eventuali eccessi
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Buone notizie però giungono dall’Oservatorio nazionale per il monitoraggio della iodoprofilassi in Italia (Osnami) dell’Istituto superiore di sanità (Iss), in collaborazione con gli Osservatori regionali per la prevenzione del gozzo. Infatti secondo una loro recente indagine, l’Italia ha finalmente raggiunto la IODIOSUFFICIENZA 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          L’analisi è stata condotta su circa 4mila bambini di nove Regioni rappresentative del nord, centro e sud del Paese (Liguria, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Calabria, Sicilia).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La determinazione della concentrazione urinaria di iodio effettuata sui piccoli di età compresa tra gli 11 e i 13 anni ha evidenziato il raggiungimento della iodosufficienza in tutte le Regioni esaminate, mentre la valutazione ecografica del volume tiroideo ha mostrato la scomparsa del gozzo in età scolare.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          È stata, inoltre, analizzata la frequenza di valori elevati di Tsh neonatale, marcatore utilizzato di ipotiroidismo congenito. Anche in questo caso l’analisi ha mostrato un miglioramento con una riduzione dei valori elevati (6,4% nel 2004; 4.9% nel 2018).
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Altro dato rilevante è l’utilizzo del sale iodato in circa il 70% delle famiglie dei bambini reclutati.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Il raggiungimento della iodosufficienza certamente rappresenta un traguardo importante per la salute pubblica”, commenta Antonella Olivieri, responsabile dell’Osnami. “Tuttavia, in una prospettiva futura esso costituisce solo un primo passo nel lungo percorso ancora da fare per consolidare il programma nazionale di iodoprofilassi. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 15 Nov 2021 21:12:43 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/italia-raggiunta-la-iodiosufficienza-il-rapporto-dellistituto-superiore-di-sanita</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>GINSENG CONTRO LA FATIGUE DA CANCRO: BUONI INDIZI, MA POCHI DATI A DISPOSIZIONE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/ginseng-contro-la-fatigue-da-cancro-buoni-indizi-ma-pochi-dati-a-disposizione</link>
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  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/s/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Ginseng.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         È sicuramente tra le complicanze più invalidanti per i pazienti oncologici, in grado di comprometterne gravemente la qualità di vita. Parliamo della cosiddetta fatigue da cancro, ovvero quel corredo di sintomi composto da un mix di stanchezza fisica e piscologica che spesso accompagna le terapie e che può permanere anche a distanza di tempo dopo la fine delle cure. Negli ultimi anni, la ricerca ha posto attenzione a possibili rimedi naturali, visti anche i fallimenti spesso correlati a terapie farmacologiche o complementari, dallo yoga, all’agopuntura, per citarne qualcuno. Il ginseng è stato testato in diversi trial, al punto che un gruppo di ricercatori ha ricostruito quanto oggi disponibile in letteratura, pubblicando di recente una review sul Journal of advanced praticioner in oncology.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          “Gli studi in letteratura sono pochi e abbiamo potuto selezionare nelle banche dati soltanto quattro trial clinici e uno studio retrospettivo, condotti con Gingeng americano, Panex quinquefoliu, o asiatico, Panex Ginseng. Le conclusioni suggerirebbero un ruolo potenzialmente benefico solo per il Ginseng americano, ma sono molti i limiti dei dati oggi disponibili, a partire dalle tipologie di tumori presi in esame, soprattutto ca mammario e colo-rettale. Vi è poi il grosso bias dello stadio della malattia in cui veniva impiegata l’integrazione: in alcuni casi si trattava di pazienti non metastatici, in altri di pazienti in stadio avanzato, e la comparsa e l’intensità della fatigue, si sa, non + paragonabile nelle diverse fasi di malattia. I dati di tossicità sono comunque rassicuranti, anche rispetto a potenziali interazioni con i farmaci chemioterapici.  Comunque, possiamo concludere che vi sono dati incoraggianti sull’impiego del ginseng americano nel trattamento della fatigue cancro-correlata, mentre per quello asiatico non vi sono evidenze di efficacia. Il dosaggio ideale resta da definire, benché al momento le indicazioni suggeriscano 2 gr/die. Sono però necessari trial clinici mirati su tumori specifici, condotti su larga scala e per periodi lunghi al fine di verificare con precisione efficacia, durata del trattamento e dosaggi da impiegare”.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 14 Oct 2021 06:51:35 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>Terapia fotodinamica profonda: un farmaco intelligente con luce incorporata può trattare il cancro</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/terapia-fotodinamica-profonda-un-farmaco-intelligente-con-luce-incorporata-puo-trattare-il-cancro</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Una nuova forma di terapia tumorale fotodinamica per il trattamento dei tumori profondi che funziona senza irradiazione esterna è stata sviluppata da un team di ricerca cinese. La fonte di luce è incorporata nel farmaco e viene “accesa” selettivamente nel microambiente dei tumori, come riportato su Angewandte Chemie. Nella terapia fotodinamica classica viene somministrato un fotosensibilizzatore, quindi la regione in cui si trova il tumore viene irradiata con la luce. Il fotosensibilizzatore è eccitato dalla luce e trasferisce parte dell’energia assorbita alle molecole di ossigeno, dando luogo a specie reattive dell’ossigeno che distruggono le cellule tumorali. A causa della limitata profondità di penetrazione della luce visibile o UV necessaria nei tessuti, però, questo metodo è utile solo per i tumori poco profondi.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Un team guidato da Xiaolian Sun (China Pharmaceutical University, Nanjing) e Guoqiang Shao (Nanjing Medical University) ha ora sviluppato una nuova terapia fotodinamica del tumore che funziona anche per i tumori profondi: non necessita di irradiazione esterna perché il fotosensibilizzatore porta con sé la propria “lampada” e la “accende” da solo una volta raggiunto il tumore. Questo farmaco “intelligente” è costituito da quattro componenti legati in un’unica molecola: un fotosensibilizzatore (pyropheophorbide-a), un sensore di pH (gruppo diisopropilammino), un polimero (polietilenglicole) e la “lampada” (l’aminoacido tirosina che trasporta un isotopo iodio-131 radioattivo). Ai valori di pH che si trovano nei tessuti sani, le molecole sono strettamente aggregate in nanoparticelle.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In questa forma compatta, l’“irradiazione” è spenta e il farmaco non ha effetto. Tuttavia, il tessuto tumorale ha un valore di pH leggermente più acido: è grazie a questo ambiente che il sensore di pH cambia struttura e le nanoparticelle si sfaldano, così da attivare l’irradiazione e formare specie reattive dell’ossigeno che uccidono le cellule tumorali. Nelle colture cellulari e nei modelli animali, il nuovo farmaco ha dimostrato una potente inibizione del tumore con bassa tossicità e minimi effetti collaterali sui tessuti sani. 
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          (Agonb) Cdm 12:00.  (ONB)
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 16 Sep 2021 11:33:58 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>DALL'EFSA NO A E171: RISCHIO DI GENOTOSSICITÀ</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/dall-efsa-no-a-e171-rischio-di-genotossicita</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         L’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha bocciato il biossido di titanio (E171), uno degli additivi contenuti in diversi prodotti alimentari molto diffusi come) caramelle e dolci. L’elemento critico sono i timori di genotossicità (capacità di alcuni agenti chimici di danneggiare il DNA di un organismo vivente) connessi all’ingestione di particelle di biossido di titanio. “Poiché la genotossicità può avere effetti cancerogeni, è essenziale valutare il potenziale effetto genotossico di una sostanza per trarre conclusioni sulla sua sicurezza”, sottolinea Efsa. “Dopo l'ingestione, l'assorbimento di particelle di biossido di titanio è basso, tuttavia esse possono accumularsi nell'organismo umano”.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La valutazione è stata condotta prendendo in considerazione diverse migliaia di studi emersi dopo la precedente valutazione dell'Efsa risalente al 2016, compresi nuove evidenze scientifiche e dati sulle nanoparticelle.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Così Matthew Wright, presidente del gruppo di lavoro Efsa sull’E171: "Anche se le evidenze di effetti tossici in genere non sono state conclusive, sulla scorta di nuovi dati e metodi ancora più solidi non abbiamo potuto escludere timori di genotossicità e, di conseguenza, non abbiamo potuto stabilire un livello di sicurezza per l'assunzione quotidiana di questo additivo alimentare".
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Altroconsumo, insieme alle associazioni europee partner del Beuc, ha immediatamente inviato richiesta alla Commissione europea di introdurre con urgenza una legge che vieti l’additivo in tutta l’Ue.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Fri, 28 May 2021 14:15:29 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>STUDIO USA CONFERMA EFFETTO ANTITUMORALE DEI FUNGHI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/studio-usa-conferma-effetto-antitumorale-dei-funghi</link>
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Il consumo giornaliero di circa 20 g di funghi riduce il rischio di cancro del 45%. Sono i risultati sorprendenti di una review/metanalisi pubblicata di recente su Advances in nutrition condotta da ricercatori della Penn state college of medicine, a Hershey, Pennsylvania. L’analisi ha preso in esame 17 studi osservazionali tesi a valutare la relazione tra consumo di funghi e rischio di cancro, pubblicati dal 1966 al 2020, per un totale di 19.500 pazienti coinvolti.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          "I funghi sono la fonte alimentare più ricca di ergotioneina, potente antiossidante e protettore cellulare", sottolinea Djibril M. Ba, epidemiologo presso il Penn State College of Medicine. "Ecco perché un pieno di antiossidanti può proteggerci dallo stress ossidativo e ridurre il rischio di cancro".
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Pur sottolineando come i funghi giapponesi Shiitake, Maitake, Oyster e King Oyster contengano maggiori quantità di ergotioneina rispetto ai nostri più comuni prataioli o champignon, i ricercatori hanno rilevato che qualsiasi varietà determina un impatto positivo sul rischio di cancro: secondo i risultati, un consumo giornaliero di 18 grammi di funghi determina un rischio di cancro inferiore del 45% rispetto a chi non ne fa uso.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il tumore che sembra beneficiarne maggiormente è il ca mammario, benché i ricercatori sottolineino che negli studi presi in esame era proprio questa la neoplasia più frequente, suggerendo la necessità di ricerche in aree oncologiche più eterogenee.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          "Nel complesso, questi risultati forniscono prove importanti sugli effetti protettivi dei funghi contro il cancro", commenta John Richie, docente di Scienze della salute pubblica e Farmacologia al Penn State Cancer Institute. "La nostra ricerca può rivelarsi utile per esplorare ulteriormente gli effetti protettivi dei funghi e aiutare a stabilire diete più sane in grado di prevenire l’insorgenza del cancro. Sono però necessari ulteriori studi per individuare meglio i meccanismi coinvolti e le tipologie di tumore maggiormente influenzate”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 07 May 2021 11:22:28 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>TRIESTE, SCOPERTA NEI DIABETICI UN’ALTERATA PERCEZIONE DI GUSTO E OLFATTO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/trieste-scoperta-nei-diabetici-unalterata-percezione-di-gusto-e-olfatto</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/123175.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Uno studio condotto dall’Irccs “Burlo Garofolo” di Trieste ha mostrato una ridotta capacità di riconoscere gusti e odori da parte di pazienti affetti da diabete di tipo 2 rispetto alla popolazione sana. I risultati della ricerca, condotta su 94 pazienti con diabete di tipo 2 e 244 controlli sani, sono stati pubblicati su Nutrition, metabolism &amp;amp; cardiovascular diseases. 
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Per testare le capacità gustative dei soggetti partecipanti allo studio sono state utilizzate strisce di carta imbevute con diversi composti dal gusto salato, dolce, acido e amaro”, spiega Antonietta Robino, coordinatrice dello studio. “La funzione olfattiva è stata invece valutata utilizzando un test standard, lo Sniffin sticks test, che consiste di dodici pennarelli ciascuno con un diverso odore. I partecipanti, annusandoli, hanno indicato l’odore percepito tra quattro possibili scelte». 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Un’alta percentuale di pazienti diabetici di tipo 2, rispetto al gruppo di controllo sano, ha mostrato alterazioni nell’identificazione del gusto salato e degli odori e, nel 65% dei pazienti diabetici che soffrono di ipertensione, è emersa una significativa alterazione dell’olfatto. Inoltre, sono stati riscontrati disturbi nel riconoscimento sia del gusto, sia dell’olfatto nei pazienti con elevato livello di glicemia a digiuno. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Non sappiamo ancora se la perdita della capacità di gusto e olfatto sia causa della malattia o se ne sia una conseguenza” dice Eulalia Catamo, prima firma della ricerca. “Le alterazioni sensoriali osservate, infatti, influenzando presumibilmente il comportamento alimentare dei pazienti diabetici, potrebbero spiegare la presenza di patologie quali obesità e ipertensione, in essi frequentemente osservati».  
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Così conclude Gianluca Tornese, del gruppo di ricerca: «Per accertare la reale connessione tra diabete e alterazione sensoriale, stiamo studiando un altro modello, quello del diabete di tipo 1 nei bambini. In questo caso, il livello di glicemia è alto come nel diabete di tipo 2, ma la causa non è legata a sovrappeso o cattiva alimentazione. Inoltre, nei bambini che utilizzano solamente insulina per controllare il diabete, sono assenti le complicanze e non vengono utilizzati altri farmaci, come negli adulti, che possono interferire nelle percezioni sensoriali: il modello è quindi più puro e privo di fattori confondenti. Anche in questo studio abbiamo evidenziato differenze nella percezione del gusto tra pazienti diabetici e sani, indice del fatto che la connessione tra diabete e alterazione sensoriale è qualcosa di reale». 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Secondo una nota del Busto Garofolo “La presenza di alterazioni sensoriali nei soggetti diabetici allarga lo spettro di segni e sintomi tipici di questa patologia e apre nuove prospettive su un loro utilizzo come possibili biomarcatori anche se ulteriori studi sono necessari per comprendere il momento di insorgenza delle alterazioni sensoriali, le relative cause e la loro eventuale influenza sulle scelte alimentari dei diabetici”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Fri, 12 Mar 2021 11:10:05 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>EFFETTO ANTITUMORALE DEL TÈ VERDE: SCOPERTO IL MECCANISMO D’AZIONE</title>
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Svelato il meccanismo molecolare con cui il tè verde è in grado di esercitare un effetto onco-protettivo. Tutto ruota intorno a un polifenolo, l’epigallocatechina gallato (Egcg), e al suo legame con p53, proteina naturale anti-cancro, nota come "guardiano del genoma" per la sua capacità di riparare i danni del Dna o distruggere le cellule tumorali. Questi i risultati di una ricerca pubblicata nei giorni scorsi su Nature communications, condotta da un gruppo di scienziati del Rensselaer polytechnic institute di New York.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          A coordinare il lavoro, Chunyu Wang, uno dei maggiori esperti al mondo di spettroscopia di Risonanza magnetica nucleare (Nmr), una tecnica analitica strumentale che permette di ottenere informazioni dettagliate sulla struttura delle molecole osservando il comportamento dei nuclei atomici in un campo magnetico.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Molti gli studi da lui effettuati sul ruolo di p53 in ambito oncologico. Si tratta di una proteina nota per le sue diverse attività antitumorali, dall'arresto della crescita cellulare per consentire la riparazione del Dna, alla riparazione stessa del Dna, all'avvio della morte cellulare se il danno non può essere riparato. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Una parte di questa proteina è in grado di legarsi all’ Egcg del tè verde in modo che p53 non venga degradata (distrutta) e i suoi livelli, nonché la sua azione onco-protettiva, aumentino.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
           ““Egcg e p53 sono molecole che stanno attirando molto interesse da parte dei ricercatori”, sottolinea Wang. “Mutazioni in p53 si trovano in oltre il 50% dei tumori, mentre l'Egcg è il principale antiossidante nel tè verde, bevanda popolare in tutto il mondo. Diversi studi hanno già messo in evidenza gli effetti protettivi di quest’ultimo contro vari tipi di cancro, come quelli al seno, ai polmoni, alla prostata e al colon. La maggior parte di tali effetti vengono attribuiti ai composti polifenolici, il più importante dei quali è sicuramente l'epigallocatechina-3-gallato, in grado di determinare arresto della crescita cellulare e apoptosi. In questa dinamica, p53 svolge un ruolo chiave in quanto proteina nota come onco-soppressore in grado di riparare danni del Dna o provocare morte cellulare. Nel nostro lavoro, abbiamo dimostrato un legame diretto tra Egcg e p53. La conseguenza è una maggiore disponibilità di p53 che ne favorisce l’azione onco-soppressiva, fornendo una spiegazione dell’azione antitumorale di Egcg. Ora potrebbero aprirsi le porte allo sviluppo di nuovi agenti antitumorali sulla base proprio dell’interazione Egcg-p53”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 24 Feb 2021 10:36:58 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>SCIENZIATI SCOPRONO IL COLLEGAMENTO TRA NICOTINA E METASTASI DEL CANCRO AL SENO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/scienziati-scoprono-il-collegamento-tra-nicotina-e-metastasi-del-cancro-al-seno</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/125747.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Il legame tra il fumo di sigaretta e il cancro è ben noto, ma al contempo sono necessari maggiori studi sul ruolo della nicotina – una sostanza chimica non cancerogena presente nel tabacco – nelle metastasi seno-polmone. Gli scienziati della Wake Forest School of Medicine hanno scoperto che questa sostanza promuove la diffusione delle cellule del cancro al seno nei polmoni. Lo studio è pubblicato nell’edizione online di Nature Communications.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “I nostri dati mostrano che l’esposizione alla nicotina crea nei polmoni un ambiente maturo per la crescita metastatica”, ha detto Kounosuke Watabe, autore principale dello studio e professore di biologia del cancro alla Wake Forest School of Medicine, parte del Wake Forest Baptist Health. Questo ambiente è chiamato nicchia pre-metastatica, che attrae i neutrofili pro-tumorali, un tipo di cellule immunitarie. La nicchia pre-metastatica rilascia una proteina chiamata lipocalina ( LCN2) per indurre la crescita metastatica.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I ricercatori hanno scoperto che l’esposizione persistente alla nicotina genera un microambiente infiammatorio nei polmoni caratterizzato da un afflusso di neutrofili attivati per creare una nicchia pre-metastatica. Watabe e colleghi hanno anche cercato un farmaco che potesse bloccare questo accumulo di neutrofili e hanno identificato il salidroside, un composto naturale presente nella pianta Rhodiola rosea. Questo composto, che ha proprietà antinfiammatorie, antitumorali e antivirali, ha ridotto significativamente il numero di neutrofili pro-tumorali e successivamente ha ridotto l’incidenza di metastasi polmonari. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          ONB
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 12 Feb 2021 09:48:36 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>La SALVIA è capace di controllare la glicemia e di abbassare gli zuccheri nel sangue</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/la-salvia-e-capace-di-controllare-la-glicemia-e-di-abbassare-glizuccheri-nel-sangue</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/salvia-diabete.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Il diabete è una patologia caratterizzata da alti livelli di glicemia: la salvia è uno dei rimedi naturali che può aiutare a regolare la glicemia nel sangue. Vediamo meglio cos’è il diabete e perché la salvia può essere utile nel controllo della glicemia. 
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Cos’è il diabete: cause, sintomi e rimedi
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il diabete mellito – o più semplicemente diabete – è una patologia che coinvolge il metabolismo glucidico. Il diabete è caratterizzato da ipeglicemia, cioè da una elevata presenza di zucchero nel sangue sotto forma di glucosio.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il glucosio si trova in quantità abbondanti a livello ematico dopo i pasti poiché deriva dalla digestione dei carboidrati. Subito dopo il pasto, le cellule beta del pancreas rilasciano insulina, un ormone che consente l’internalizzazione del glucosio da parte delle cellule, che lo utilizzeranno per produrre energia. Nel diabete si ha un malfunzionamento del meccanismo che consente l’utilizzo del glucosio.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il diabete si distingue in diabete di tipo 1 e in diabete di tipo 2. Il diabete di tipo uno compare in età giovanile ed è una patologia su base autoimmune in cui si verifica la distruzione delle cellule beta del pancreas. Nel diabete di tipo uno dunque non si ha produzione di insulina e l’unica terapia consiste nella somministrazione di insulina esogena. Il diabete di tipo due è invece una patologia causata da diversi fattori genetici e ambientali, tra cui ad esempio l’eccessiva nutrizione e la sedentarietà e compare in età adulta.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nel diabete di tipo due si verifica una resistenza dei tessuti all’insulina e una progressiva diminuzione di produzione di insulina da parte del pancreas.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Tra i sintomi del diabete rientrano l’aumento della sete e della quantità di urina prodotta, l’ipotensione e l’ipovolemia. Le persone affette da diabete mostrano anche un profilo lipidico alterato, con aumento dei trigliceridi circolanti. L’iperglicemia caratteristica del diabete causa inoltre numerose complicazioni tra cui la retinopatia diabetica, la nefropatia diabetica e la neuropatia dei nervi periferici.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il trattamento con insulina nel diabete di tipo due è richiesto solo nella fase avanzata della malattia: generalmente l’intervento terapeutico prevede la correzione della dieta e dello stile di vita e la somministrazione di farmaci ipoglicemizzanti.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Un corretto stile di vita, un’alimentazione varia ed equilibrata, il controllo del peso corporeo e alcuni rimedi naturali tra cui la salvia, possono aiutare ad abbassare la glicemia tipica del diabete.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La salvia nella prevenzione del diabete
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La salvia (Salvia officinalis) è una pianta aromatica che appartiene alla famiglia delle Lamiaceae, molto utilizzata come aroma in cucina e per il trattamento di numerosi disturbi nella medicina popolare e in fitoterapia.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Tra le proprietà della salvia rientrano l’azione antiossidante, antinfiammatoria e antibatterica. La salvia ha inoltre effetti positivi sulla memoria e sui disturbi legati al ciclo mestruale e alla menopausa.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Per quanto riguarda l’azione ipoglicemizzante della salvia, i meccanismi d’azione ipotizzati dagli studi in vitro e in vivo sono l”inibizione della gluconeogenesi da parte delle cellule del fegato e la diminuzione della resistenza all’insulina attraverso la stimolazione del recettore PPARγ.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La capacità della salvia di abbassare i livelli di glucosio nel sangue è stata dimostrata in diversi studi in vivo sui topi e i risultati sono stati confermati da studi clinici sull’uomo.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          In uno studio condotto su 40 pazienti affetti da diabete di tipo due, l’assunzione di estratti ottenuti da foglie di salvia si è dimostrato efficace e sicuro nell’abbassare la glicemia e migliorare il profilo lipidico nei pazienti trattati.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Un altro studio ha confermato risultati simili su un numero maggiore di pazienti, mostrando una riduzione della glicemia nella fase post-prandiale.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Infine, uno studio condotto su un modello animale diabetico ha permesso di confrontare l’effetto di un estratto di salvia con un farmaco antidiabetico mostrando un miglioramento della sensibilità dei tessuti all’insulina, inibizione della lipogenesi e riduzione dell’infiammazione.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Sat, 30 Jan 2021 13:19:19 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>L. CASEI SHIROTA EFFICACE NELLA PROTEZIONE DELLE ALTE VIE RESPIRATORIE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/l-casei-shirota-efficace-nella-protezione-delle-alte-vie-respiratorie</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/MICROBIOTA_850-1-8bbc0f9e.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Negli ultimi anni, diversi studi hanno dimostrato l’efficacia di alcuni probiotici non soltanto contro le infezioni del tratto gastrointestinale, ma anche nei confronti di quelle delle vie respiratorie, in particolare nelle categorie più a rischio come i bambini e gli anziani. Di recente, però, è stata pubblicata un’analisi che ha messo in evidenza come un consumo regolare di latte fermentato a base di L. casei Shirota sia in grado di dimezzare il rischio di infezioni respiratorie anche in adulti sani.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Un gruppo di ricercatori giapponesi ha infatti condotto uno studio controllato randomizzato su 96 impiegati di età compresa tra i 30 e i 49 anni, che, durante il periodo invernale, hanno consumato una volta al giorno per tre mesi latte fermentato a base di L. casei Shirota (LcS-Fm) o un latte “placebo” di controllo (Cm, Control milk, senza probiotico). Alla fine del periodo di test si sono andati a verificare l’incidenza di infezioni alle alte vie respiratorie, nonché alcuni marker immunologici.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Sul primo fronte, i risultati indicano che nel gruppo LcS-Fm il rischio di sviluppare infezioni delle vie aeree superiori si è dimezzato rispetto a quanto osservato nei soggetti che non hanno ricevuto il probiotico (22,4% rispetto a 53,2%). Inoltre, nei soggetti che hanno consumato LcS e che hanno manifestato ugualmente un’infezione respiratoria, questa è risultata meno grave ed è durata meno giorni, rispetto al gruppo placebo...
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          ...Così concludono gli Autori: “Molti studi clinici hanno valutato l’utilità di diversi ceppi probiotici contro infezioni delle alte vie respiratorie, quali il comune raffreddore e l’influenza, nella stragrande maggioranza dei casi in popolazione pediatriche o geriatriche.  I risultati del nostro studio suggeriscono che l'assunzione giornaliera di latte fermentato con L. casei Shirota sia in grado di ridurre il rischio di infezioni dell’alte vie respiratorie anche in soggetti adulti e sani, probabilmente attraverso la modulazione del sistema immunitario”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Sat, 23 Jan 2021 09:04:42 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>CANCRO E VISCUM ALBUM</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/cancro-e-viscum-album</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/vischio.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Il cancro è un problema crescente sia nel mondo sviluppato che in quello in via di sviluppo. 
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Attualmente le maggiori terapie per il cancro sono la chemioterapia, la radioterapia, immunoterapia e l'intervento chirurgico. L'uso di queste terapie è accompagnato da molti effetti collaterali come la soppressione della crescita delle cellule del sistema immunitario, lesioni gastrointestinali, tossicità neurologica,  disfunzioni cardiache e la perdita di capelli. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Pertanto la ricerca di nuovi agenti antitumorali con maggiore efficacia e minori effetti collaterali continua
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I composti naturali sono buone fonti per lo sviluppo di nuovi rimedi per molte malattie. Sperimentalmente, si è verificato che molte piante medicinali ed ingredienti erbosi hanno effetti antitumorali. Inoltre, molti agenti fitochimici isolati da piante medicinali hanno mostrato di ridurre la proliferazione cellulare, di indurre apoptosi, di ritardare le metastasi e di inibire l'angiogenesi. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Uno dei trattamenti alternativi più usato e efficace è il Viscum album. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          In Germania il Viscum album è il rimedio più prescritto nella terapia oncologica complementare. Già nel 1999 più del 80% dei pazienti oncologici ricorrevano alle medicine non convenzionali di cui circa il 60% usavano il Viscum (Stoll, 1999). Sia in Germania che in Svizzera è dispensato dal sistema sanitario.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          È interessante notare che anche se questo rimedio, con la sua particolare preparazione farmaceutica, è nato dalle conoscenze della medicina antroposofica, oggigiorno in Germania viene principalmente prescritto da medici non antroposofici, come anche dagli oncologi.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Questo è dovuto al suo utilizzo come terapia di SUPPORTO alle terapie convenzionali (chemioterapia, radioterapia e immunoterapia), per ridurne gli effetti collaterali e quindi per migliorare la qualità di vita del paziente oncologico.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          COME AGISCE IL VISCUM ALBUM?
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Già dagli anni ’80 sono state studiate a fondo le proprietà delle sostanze attive del vischio: le principali individuate sono viscotossine, lectine e polisaccaridi.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Se dovessimo fare una sintesi nei termini della scienza moderna, dell’efficacia clinica del vischio, potremmo così elencare i vantaggi che questa terapia potrebbe recare ai nostri pazienti:
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Arresto della crescita tumorale senza danno ai tessuti sani
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Riduzione della suscettibilità alle infezioni
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Migliore tollerabilità di radioterapia e chemioterapia.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Miglioramento delle condizioni generali 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
              - Aumento del benessere generale
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
              - Aumento dell'appetito
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
             - Normalizzazione del peso corporeo
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Effetti psichici
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
             - Riduzione dell’ansia e miglioramento del sonno
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
             - Diminuzione degli stati depressivi
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Effetti fisico – psichici
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
             - Riduzione della sintomatologia dolorosa indotta dal tumore 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
             - Incremento, stabilizzazione e migliore distribuzione del calore corporeo
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Questa correlazione tra effetti sul sistema immunitario e vantaggio clinico può trovare fondamento se pensiamo al contributo moderno della psico-neuro-endocrino-immunologia, secondo la quale tra questi sistemi esistono produzione di mediatori chimici e recettori comuni, quindi comunicazione con una sorta di linguaggio comune.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 14 Jan 2021 20:56:37 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>DA CROSTACEI E LEGNO INTEGRATORI E FARMACI DEL FUTURO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/da-crostacei-e-legno-integratori-e-farmaci-del-futuro</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/crostacei.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Normalmente finiscono in discarica. Ora, però, ricercatori dell’Università nazionale di Singapore (Nus) hanno trovato un sistema di riciclo in grado di trasformare gusci dei crostacei e scarti del legno in prodotti utili per la salute.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Un team, guidato da Yan Ning e Zhou Kang del dipartimento di Ingegneria chimica e biomolecolare dell’Università di Singapore, ha, infatti, ideato un metodo per trasformare i gusci di aragoste, gamberi e granchi (tecnicamente definiti carapaci) in L-Dopa, farmaco impiegato nella cura del morbo di Parkinson e, dall’altra, un altro per convertire i residui del legno in prolina, essenziale per la formazione di collagene e cartilagine.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Si calcola che l'industria di trasformazione alimentare generi ogni anno fino a otto milioni di tonnellate di gusci di crostacei “di scarto”. Allo stesso tempo, Singapore, per citare un esempio, solo nel 2019 ha prodotto 438 mila tonnellate di rifiuti del legno, da rami di alberi potati a segatura nell’industria.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I ricercatori della Nus hanno ideato una procedura che abbina due processi: in prima battuta, con un metodo chimico, si converte il prodotto di scarto in una sostanza digeribile che, in una seconda fase, viene trasformata in aminoacidi da batteri ingegnerizzati.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          È noto che la L-dopa viene prodotta dalla L-tirosina, a sua volta ottenuta dalla fermentazione degli zuccheri. Con l'approccio sviluppato dal team della Nus, i rifiuti dei crostacei vengono prima trattati chimicamente per poi far produrre L-Dopa dai batteri, con una resa simile a quella ottenuta con il metodo tradizionale a base di zuccheri e un considerevolissimo risparmio: rispetto al glucosio, lo zucchero più comune utilizzato, che costa tra i 400 e i 600 dollari a tonnellata, gli scarti dei gamberetti ne costano solo 100.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La prolina, dal canto suo, viene normalmente prodotta attraverso processi biologici puri. Il team della Nus ha invece convertito il tutto in metodo prevalentemente chimico, realizzando un approccio integrato che aumenta la produttività, accelera i tempi di realizzo e riduce i costi operativi.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La ricerca sulla produzione di L-Dopa dai gusci dei crostacei è stata pubblicata lo scorso marzo su Proceedings of the national academy of sciences (Pnas) mentre il lavoro sulla produzione di prolina dai residui del legno lo scorso luglio su Angewandte Chemie.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          "I processi chimici sono rapidi e possono utilizzare condizioni estreme come alte temperature o grandi pressioni per disintegrare diversi materiali di scarto, non contenendo organismi viventi. Il risultato, però, è la produzione di sostanze semplici. Di contro, i processi biologici sono molto più lenti e richiedono condizioni molto specifiche perché i microorganismi prosperino, ma il risultato finale è la generazione di sostanze molto più complesse. Solo la combinazione di entrambi consente di ottenere materiali a valore aggiunto", sottolineano gli Autori.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il metodo messo a punto dal team della Nus sembra essere adattabile ad altri materiali di scarto, e già si pensa di testarlo su Co2 e carta, abbattendo il ricorso a fonti non rinnovabili per la produzione di sostanze chimiche utili all’industria del farmaco e degli integratori
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 18 Nov 2020 09:22:57 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>NUTRIZIONE IN ONCOLOGIA, ESPERTI ALLE REGIONI: ATTUARE LINEE GUIDA MINISTERIALI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/nutrizione-in-oncologia-esperti-alle-regioni-attuare-linee-guida-ministeriali</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/1102.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         “A quasi tre anni dalla pubblicazione da parte del ministero della Salute delle linee di indirizzo, non sono ancora disponibili dati relativi all’effettiva implementazione dei percorsi nutrizionali per i pazienti oncologici nelle diverse Regioni. Ciò delinea la presenza di evidenti criticità e rende necessaria l’urgente verifica sullo stato dell’arte nelle varie realtà territoriali”. Questa l’amara conclusione che si legge nel 12° Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati colpiti di tumore presentato di recente a Roma nel corso della 15.ma Gionata nazionale del paziente oncologico promossa da Favo (Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia).
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Come specificato nel capitolo dedicato all’interno del Rapporto, le linee di indirizzo sui percorsi nutrizionali nei pazienti oncologici, elaborate da un gruppo di lavoro multidisciplinare composto da rappresentanti del ministero della Salute, di aziende sanitarie, università, società scientifiche di settore e associazioni di pazienti, sono state approvate in sede di Conferenza Stato Regioni a dicembre 2017.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “L’accordo impone alle regioni e alle aziende sanitarie di garantire al malato di cancro la valutazione tempestiva dello stato di nutrizione e la corretta gestione della terapia di supporto, per prevenire o trattare efficacemente la malnutrizione” sottolinea Riccardo Caccialanza, direttore Uoc Dietetica e Nutrizione clinica al Policlinico San Matteo di Pavia, coautore del capitolo in oggetto del Rapporto e componente del comitato scientifico di Sinpe (Società italiana nutrizione artificiale e metabolismo).
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “In particolare, le linee di indirizzo sottolineano l’importanza di sottoporre ogni malato a screening nutrizionale da ripetere regolarmente lungo tutto il percorso terapeutico assistenziale per individuare precocemente chi deve essere poi indirizzato a una valutazione nutrizionale completa. È importante che tali interventi siano effettuati da figure professionali adeguatamente formate e definite. Il piano di trattamento nutrizionale deve essere personalizzato e può avvalersi di counseling nutrizionale, supplementi nutrizionali orali o nutrizione artificiale, sia per via enterale che parenterale. Per quanto riguarda i supplementi nutrizionali orali, nell’accordo Stato-Regioni questi sono inclusi tra gli strumenti integranti della terapia nutrizionale. Tuttavia non ne sono state definite le modalità di erogazione: è auspicabile che avvenga in regime di gratuità in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale e che tale problematica sia quanto prima esaminata dalla commissione Lea”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nel dar seguito alle linee di indirizzo, dal 2017 a oggi si sono registrate esperienze virtuose su base provinciale o interaziendale ma a macchia di leopardo sul territorio italiano, con casi di eccellenza in Piemonte, Veneto, Lombardia. Qualcosa si sta muovendo in Campania e Sicilia ma “è evidente - sottolinea Caccialanza -  che senza il coinvolgimento e la gestione diretta da parte degli assessorati regionali non è possibile valutare l’appropriatezza e l’omogeneità dei Pdta operativi nelle diverse realtà ospedaliere e assistenziali”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Diverse le ragioni dello stallo ipotizzate: insufficiente consapevolezza sulle tematiche nutrizionali tra operatori sanitari e membri delle istituzioni e delle amministrazioni;  scarsità di strutture/servizi di nutrizione clinica e di personale sanitario dedicato al supporto nutrizionale sul territorio nazionale; insufficiente offerta formativa a livello universitario e post; assenza di omogenei piani gestionali a livello delle istituzioni regionali, che avrebbe dovuto essere risolta proprio con l’implementazione delle linee di indirizzo ministeriali.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Alla luce di questa sconfortante situazione riteniamo che la soluzione sia l’urgente riapertura del dibattito tra componenti ministeriali e regionali finalizzata all’implementazione di azioni concrete”, conclude Caccialanza. “Nello specifico, riteniamo decisiva un’ulteriore sensibilizzazione da parte del ministero della Salute verso gli assessorati regionali, al fine di individuare il livello di interesse nei confronti di un’iniziativa promossa e avviata dallo stesso Ministero, in grado di generare vantaggi rilevanti non solo in termini clinici e di qualità di vita, ma anche economici, legati agli ingenti risparmi derivanti dalla tempestiva gestione/prevenzione delle complicanze associate alla malnutrizione in oncologia, evidenziati anche dalla recente letteratura internazionale”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          -Nut.eSup.-
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 18 Nov 2020 09:10:50 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>AZIONE IMMUNOMODULANTE DELLA LATTOFERRINA (proteina del LATTE)</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/azione-immunomodulante-della-lattoferrina-proteina-del-latte</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/123252.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Negli ultimi anni, sempre più pazienti entrano nel mio studio con la consapevolezza che il cibo stia contribuendo all'insorgenza delle loro patologie. Come conseguenza logica, sulla base di fonti volutamente generiche (riviste o internet), quasi tutti arrivano da me che già hanno eliminato alcuni alimenti dalla loro dieta giornaliera. Il primo alimento che subito viene incriminato dal 90% delle persone che ricevo, risulta sempre essere il LATTE. Purtroppo la credenza che questa bevanda sia dannosa, porta al risultato che sempre meno persone la beva e se lo fa è in quantità irrisorie e quasi con terrore. 
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Scopo di questo articolo è far capire che se questa bevanda non è eliminata per ragioni di salute precise e reali, si rischia di perderne gli EFFETTI BENEFICI, tutt'altro che scontati 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Un esempio di sostanza presente nel latte, sicuramente più unica che rara come importanza, è la LATTOFERRINA.  Studiata da oltre 50 anni viene citata in oltre 3000 articoli di letteratura scientifica, dove viene ampiamente dimostrato che possiede cruciali proprietà antinfiammatorie e immunomodulanti in grado di potenziare la risposta immunitaria dell'uomo contro batteri e virus (virus nudi o avvolti)
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Questa abilità sembra dovuta alla capacità della lattoferrina di chelare (nascondere) gli ioni del Ferro presenti nel nostro organismo. Questo rende il Ferro, non disponibile per i microorganismi patogeni che ne hanno bisogno per entrare nelle nostre cellule e per duplicarsi e crescere a nostre spese. Tolto il ferro questi ospiti sgraditi non sono, quindi, più in grado di essere dannosi. Questa azione è verosimilmente la ragione per cui i nostri antenati attribuivano al latte potere calmante e curativo per bambini o adulti influenzati. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Questa glicoproteina risulta altamente conservata tra speci diverse, la più alta omologia di sequenza è stata riconosciuta tra lattoferrina umana e bovina (circa 79%) ed è quindi questa a essere usata in studi in vitro e in vivo oltre ad essere suggerita come integratore in alcune patologie. A questo si somma l'osservazione che la lattoferrina alimentare e quella endogena (già presente nel nostro corpo), abbiano le stesse proprietà protettive e immunomodulanti. Questo fa si che questa proteina introdotta con l'alimentazione, possa già influenzare direttamente le cellule del sistema immunitario presenti nell'intestino, con conseguente risposta sistemica veloce.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nel 2007 uno studio italiano aveva valutato la supplementazione orale di lattoferrina in bambini infetti da virus dell'immunodeficienza umana (HIV),  accoppiato alla terapia antiretrovirale classica.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Una review del 2018 evidenzia prove che la lattoferrina possa ridurre significativamente l'incidenza di enterocolite necrotizzante e sepsi a esordio tardivo e diminuire il rischio di infezione acquisita in ospedale e mortalità correlata a infezioni nei neonati prematuri senza evidenti effetti avversi.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Più di 140 prove sono disponibili su trials.gov. ed è stato dimostrato un importante contributo della lattoferrina su anemia, infezioni batteriche e virali, sia comunitarie che nosocomiali (ospedaliere), infiammazioni e prevenzione della sepsi.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Non per ultimo, visto il periodo, sottolineo che nell’ambito delle ricerche messe in campo per prevenire e contrastare Sars-CoV-2, un team italiano ha postulato che questa proteina del latte, potrebbe svolgere un ruolo protettivo bloccando l'interazione precoce tra virus e cellula ospite. Inoltre, la capacità della lattoferrina di entrare nel nucleo può anche contrastare l'attivazione della tempesta di citochine, evitando così disturbi dell'omeostasi del ferro sistemica, polmonare o intestinale nonché esacerbazione della malattia.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Di conseguenza, se non avete patologie particolari per cui uno specialista vi ha detto espressamente di evitare il latte, bevetene e gustatene liberamente la bontà.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 23 Oct 2020 10:58:38 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>MICROBIOTA INTESTINALE PREDITTIVO DI RISPOSTA A IMMUNOTERAPIA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/microbiota-intestinale-predittivo-di-risposta-a-immunoterapia</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/MICROBIOTA_850-1-8bbc0f9e.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Le differenze nel microbiota intestinale possono influenzare la risposta all’immunoterapia con farmaci anti-Pd-1 (proteina 1 di morte cellulare programmata). Questo il tema al centro di un recente incontro di presentazione del progetto ‘Immunoterapia e Nutrizione’, realizzato in collaborazione con Sanofi Genzyme e che vede come responsabili scientifici Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia medica melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative presso l’Istituto Pascale di Napoli, Gabriella Fabbrocini, direttore Uoc di Dermatologia clinica presso l’Aou Federico II di Napoli e Ignazio Stanganelli, presidente dell'Intergruppo melanoma italiano nonché direttore della Skin cancer unit presso l'Istituto tumori della Romagna.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Il rapporto tra la nutrizione e i tumori della pelle ha un potenziale importante che deve essere approfondito”, afferma Ascierto. “Alcuni studi in vitro e su modelli animali hanno evidenziato l’associazione tra la composizione del microbiota intestinale e la risposta alle terapie antitumorali quali l’immunoterapia. I risultati ottenuti da uno studio clinico in pazienti con tumore della pelle indicano che la composizione del microbiota intestinale è capace di modulare la risposta all’immunoterapia anti-Pd-1.  In particolare, l’abbondanza e la varietà dei batteri intestinali “buoni” erano associate a una migliore risposta alla terapia anti-Pd-1”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Allo stesso modo, anche in dermatologia, dalle ultime evidenze è emersa un’alterazione della composizione del microbiota intestinale nei pazienti con dermatite atopica e, anche in questo caso, la dieta potrebbe giocare un ruolo a sé tra i fattori ambientali. La dermatite atopica è una malattia infiammatoria cronica della pelle che si associa ad aumentato rischio di sviluppare allergie alimentari, asma, rinite allergica, e altre malattie infiammatorie immuno-mediate. Per garantire la salute del microbiota intestinale è fondamentale uno stile di vita sano che includa anche una dieta equilibrata e varia, caratterizzata dal consumo giornaliero di frutta e verdura, cereali integrali, legumi, proteine di origine vegetale e animale.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Oggi la diffusione di uno stile di vita occidentale, sedentario e con cattive abitudini alimentari, quali il consumo elevato di cibi ad alto indice glicemico e ricchi di leucina, grassi e proteine di origine animale, può giocare un ruolo importante nel peggioramento dei sintomi della dermatite atopica”, spiega Gabriella Fabbrocini, direttore Uoc di Dermatologia clinica presso l’Azienda ospedaliero-universitaria Federico II di Napoli. “Diversi studi scientifici hanno riportato che la terapia medica prescritta dal dermatologo può essere aiutata, in termini di efficacia, da un'alimentazione equilibrata a base di frutta e verdura, ricca di vitamine e antiossidanti. Presso i nostri centri dermatologici, durante il percorso di inquadramento diagnostico-terapeutico, prevediamo sempre una consulenza nutrizionale da parte del nostro team per suggerire il migliore stile di vita possibile”.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Dai lavori del board scientifico del progetto “Immunoterapia e nutrizione”, sono nati degli opuscoli informativi sull’importanza di una corretta alimentazione per il benessere generale del paziente, sia per i tumori che per le patologie infiammatorie della cute, grazie anche alla collaborazione con la scuola Italiana di Comix, insieme alle associazioni di pazienti Ai.Ma.Me e AndeA , e alle società scientifiche Sidemast, Imi e Fondazione melanoma.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Questi materiali costituiscono inoltre uno strumento di supporto ai clinici nell’ambito del percorso diagnostico-terapeutico, grazie all’esperienza dei centri di riferimento, sia nelle neoplasie cutanee che nelle patologie infiammatorie della cute, come nel caso della dermatite atopica.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Non si tratta solo un progetto innovativo nel campo dell’immunoterapia, dove assistiamo a continui progressi scientifici, ma di un’iniziativa che vuole contribuire, con un linguaggio semplice e adatto a tutti, a migliorare la qualità di vita dei pazienti, oltre la terapia”, commenta Mauro Ninci, direttore medico di Sanofi Italia.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          - tratto da Nut.e Sup. -
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
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      <pubDate>Sat, 10 Oct 2020 19:22:49 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>FRUTTOSIO IN ECCESSO E' UNA MINACCIA</title>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
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         Troppe volte nel mio studio arrivano pazienti convinti di mangiare sano e di non assumere zuccheri.  Questo articolo, che in particolare parla della steatosi epatica, è solo un esempio che presento per far capire a tutte le persone che fanno colazione con abbondante frutta, che la cosa NON È PER NULLA SANA come erroneamente si pensi. La frutta è ricca di fruttosio, uno zucchero che aumenta indirettamente la produzione di insulina in modo anche maggiore del glucosio, provocando un rilascio di fattori infiammatori e tumorali elevato. La frutta come ogni alimento zuccherino va assunto in quantità corrette e nel momento corretto della giornata.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Come detto un esempio di danno provocato dal consumo eccessivo di fruttosio è la steatosi epatica non alcolica (Nafld) che induce alterata permeabilità intestinale, conseguente endotossemia e induzione di sintesi di acidi grassi nel fegato. Il meccanismo è stato svelato da ricercatori della Uc San Diego school of medicine che hanno pubblicato i risultati del loro studio su Nature Metabolism.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          "La capacità del fruttosio, abbondante nei fichi e nei datteri essiccati, di ingrassare il fegato era nota già agli antichi egizi, che nutrivano anatre e oche con questi frutti per ricarvarne foie gras ", sottolinea Michael Karin, docente di farmacologia e patologia alla Uc San Diego school of medicine e tra gli Autori della ricerca.  "Oggi, grazie agli studi biochimici e metabolici, sappiamo che IL FRUTTOSIO È DA DUE A TRE VOLTE PIÙ POTENTE DEL GLUCOSIO NELL'AUMENTARE IL GRASSO DEL FEGATO, UNA CONDIZIONE CHE INNESCA LA STEATOSI, ANTICAMERA DI CIRROSI E TUMORE EPATICO".
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il fruttosio viene scomposto nel tratto digestivo umano dall’enzima fruttochinasi, prodotto sia dal fegato che dall'intestino. Utilizzando modelli murini, i ricercatori hanno scoperto che l'eccessivo metabolismo del fruttosio nelle cellule intestinali altera la produzione di proteine ​​che compongono le cosiddette tight junction, ovvero quelle cerniere che mantengono integra la barriera intestinale, impedendo a batteri e prodotti microbici, come le endotossine, di fuoriuscire dall’intestino ed entrare in circolo.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          "Pertanto, deteriorando la barriera e aumentandone la permeabilità, il consumo eccessivo di fruttosio può provocare una condizione infiammatoria cronica chiamata endotossiemia, che è stata documentata sia negli animali da esperimento che nei pazienti pediatrici Nafld", dice Jelena Todoric, prima firma dello studio.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nella loro analisi, i ricercatori hanno potuto verificare come le endotossine fuoriuscite che raggiungono il fegato provochino un aumento della produzione di citochine infiammatorie e stimolino la conversione di fruttosio in depositi di acidi grassi.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Da notare, però, che quando l'assunzione di fruttosio è stata ridotta al di sotto di una certa soglia, non sono stati osservati effetti avversi nei topi, suggerendo che solo il consumo eccessivo e a lungo termine di fruttosio rappresenti un rischio per la salute. Di contro, un moderato apporto di fruttosio attraverso il normale consumo di frutta è ben tollerato.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          "Purtroppo, molti alimenti trasformati contengono fruttosio, soprattutto sottoforma di dolcificanti e la maggior parte delle persone non è in grado di stimarne la quantità effettivamente consumata", conclude Karin. "Informazione e consapevolezza sono sempre i migliori rimedi, ma questi risultati offrono la speranza di una futura terapia basata sul ripristino della barriera intestinale a quei pazienti già colpiti da steatosi epatite non alcolica".
          
                    &#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      
                      
           nutrizionista oncologica, oncologo, nutrizionista, Facebook
          
                    &#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
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      <pubDate>Thu, 08 Oct 2020 15:45:36 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>BMJ: MIELE MEGLIO DEI FARMACI PER TRATTARE TOSSE E MAL DI GOLA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/bmj-miele-meglio-dei-farmaci-per-trattare-tosse-e-mal-di-gola</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Il miele come prezioso e insostituibile alleato per combattere le infezioni vie respiratorie. Addirittura, meglio dei trattamenti abituali nel risolvere sintomi particolarmente fastidiosi come la tosse e valida alternativa agli antibiotici, spesso usati impropriamente. Questi i risultati di una review pubblicata nei giorni scorsi sul British medical journal che per la prima volta fa il punto sull’impiego del miele nel trattamento delle infezioni delle vie respiratorie mettendo insieme i dati oggi disponibili in letteratura.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nello specifico, sono stati presi in esame i risultati di 14 trial clinici per un totale di 1.761 partecipanti di varie, confrontando l’efficacia del miele o prodotti a base di miele rispetto ad antistaminici, mucolitici e fluidificanti, medicinali contro la tosse e antidolorifici nel migliorare i sintomi a carico delle vie respiratorie.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il miele si è rivelato superiore, in particolare nel migliorare frequenza e gravità della tosse con un paio di trial in cui addirittura ha dimostrato di accorciare la durata dei sintomi fino a due giorni rispetto ai farmaci.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Si tratta di un rimedio usato tradizionalmente per curare tosse e raffreddore” coomentano gli Autori. “Ci sono prove per il suo impego nei bambini, ma per un uso ad ampio raggio mancava finora una revisione dei dati oggi disponibili. Alla luce di questi risultati, possiamo affermare che il miele rappresenti un'alternativa efficace, economica, facilmente disponibile e senza effetti collaterali agli antibiotici, spesso prescritti in maniera inappropriata in quanto trattasi di infezioni più comunemente causate da virus”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nicola Miglino
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Thu, 01 Oct 2020 19:07:21 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>TOSSICITÀ DA CURCUMINA: SUL GIORNALE ITALIANO DI MEDICINA INTERNA SETTE UTILI RIFLESSIONI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/tossicita-da-curcumina-sul-giornale-italiano-di-medicina-interna-sette-utili-riflessioni</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/curcumina.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Cautela e vigilanza per evitare due rischi opposti: sottostimare un fenomeno e creare allarmismi senza prove a supporto. Sono le raccomandazioni che Davide Donelli, Michele Antonelli e Fabio Firenzuoli, tra i maggiori esperti in Italia di fitoterapia, hanno affidato, in una lettera, all’Internal and emergency medicine, rivista della Società italiana di medicina interna (Simi), a commento dei recenti casi di epatotossicità collegati al consumo di curcumina e sotto monitoraggio da parte del ministero della Salute.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “L'uso tradizionale della curcumina come spezia, rimedio medicinale tradizionale e integratore alimentare sotto forma di estratto ad alta concentrazione è oggi considerato  assolutamente sicuro dall'Efsa, dall'Ema e dall’ Fda” sottolineano gli autori. “Gli effetti avversi riportati sono generalmente inesistenti.  Tuttavia, va sottolineato che le formulazioni di curcumina a elevata biodisponibilità (INTEGRATORI), come le nanoformulazioni o quelle in cui è associata alla piperina, sebbene apparentemente sicure, sono state meno studiate. Questo è un dettaglio importante, dal momento che gli eventi accaduti sembrano essere caratterizzati dall'uso di formulazioni ad alta biodisponibilità, spesso in associazione con piperina”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          In attesa di chiarimenti, si propongono alcune considerazioni utili alla comunità scientifica:
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          1. casi di epatite sono stati concentrati negli ultimi 6 mesi, anche se non è escluso che potrebbero aumentare;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          2. i casi sono spesso legati all'uso della curcumina non solo di origine vegetale ma anche sintetica;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          3. la maggior parte degli integratori alimentari coinvolti contiene un'associazione di curcumina e piperina o una formulazione a elevata biodisponibilità;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          4. l'analisi del prodotto è fondamentale per escludere tutte le possibili ma anche possibili adulterazioni con altri specie di curcuma contenenti sostanze potenzialmente epatotossiche terpeniche come lo zederone;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          5. i pazienti andrebbero valutati dal punto di vista genetico per identificare potenziali polimorfismi che possono alterare il metabolismo epatico della curcumina e/o della piperina;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          6. ogni caso di epatite colestatica acuta con eziologia sconosciuta richiede un'anamnesi nutrizionale e farmacologica approfondita, perché altre sostanze naturali considerate finora sicure possono essere coinvolte;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          7. è importante che ogni caso sospetto che segue il consumo di un integratore alimentare o di un prodotto a base di erbe sia segnalato alle autorità sanitarie come "sospetto di reazione avversa a un prodotto naturale", per migliorare la conoscenza del fenomeno.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il rischio di un allarmismo eccessivo, a detta degli autori, è che si arrivi a definire politiche di regolamentazione precauzionale altamente limitanti, come già accaduto in passato, per esempio con le restrizioni sull'uso di kava-kava che ha provocato la completa indisponibilità delle materie prime in Europa. “Se non giustificate, tali limitazioni avrebbero solo ripercussioni negative sulla pratica clinica della fitoterapia. A oggi, il profilo di efficacia e sicurezza della curcumina è positivo per diverse condizioni patologiche, in particolare per le malattie infiammatorie croniche e per il trattamento integrativo del cancro in oncologia, dove queste sostanze sono spesso utili ai medici per gestire e ottimizzare le terapie. La nostra speranza è che la comunità scientifica, così come le autorità sanitarie di tutti i paesi, capiscano tempestivamente e correttamente il fenomeno e lo controllino il prima possibile, migliorando anche le verifiche di qualità e di approvazione di sicurezza di tali prodotti”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Tratto da Nutrienti e Supplementi
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Tue, 22 Sep 2020 15:11:59 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>PERCLORATO NEI CIBI: AVVERTENZE E RISCHI PER LA TIROIDE DA UNA REVIEW ITALIANA</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/perclorato-nei-cibi-avvertenze-e-rischi-per-la-tiroide-da-una-review-italiana</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
         Attenzione ai FERTILIZZANTI
        &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
         Una review da poco pubblicata su Nutrients fa il punto rispetto al rischio per la tiroide rappresentato dal perclorato, il cui impiego in fertilizzanti naturali o la cui presenza in acque irrigue contaminate possono portare a un notevole accumulo della sostanza nei vegetali a foglia. Ne abbiamo parlato con due degli Autori: Vincenzo Triggiani, Professore Associato di Endocrinologia all’Università degli studi di Bari e Giuseppe Lisco, dirigente medico presso Asl Brindisi, Ospedale Perrino, Uo Endocrinologia e malattie del metabolismo e cultore della materia in Endocrinologia presso l'Università degli studi di Bari.
         &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Prof. Triggiani, quali sono i principali interferenti endocrini della funzione tiroidea?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Rientrano nella categoria sostanze chimiche di origine industriale come bisfenoli, ftalati, composti alogenati, taluni pesticidi e fitochimici. In particolare, bisfenoli e ftalati sono stati largamente utilizzati nella lavorazione di plastiche per via della loro capacità di aumentarne elasticità e maneggevolezza. Queste molecole, pertanto, sono presenti in numerosi prodotti di uso comune come bottiglie di plastica, contenitori per alimenti, carta termica, giocattoli, elettrodomestici, e possono essere liberate dal materiale in cui sono contenute e diffondere nell’ambiente circostante. L’incauto smaltimento di materiali plastici nel corso del tempo ha comportato una larga dispersione ambientale di ftalati e bisfenoli. Studi osservazionali hanno confermato la presenza di tali sostanze in aria, acque, polveri presenti nell’ambiente domestico.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali sono i meccanismi di interazione coinvolti?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I principali sono rappresentati da: inibizione della captazione di iodio, per esempio da parte di composti alogenati come i perclorati; inibizione della tireoperossidasi, enzima chiave nella sintesi degli ormoni tiroidei, da parte di alcuni pesticidi; inibizione dell’attività desiodasica da parte di pesticidi e composti polibrominati; competizione con le proteine plasmatiche trasportatrici degli ormoni tiroidei; aumentato catabolismo degli ormoni tiroidei a livello del fegato; inibizione del rilascio di ormoni tiroidei da parte delle cellule follicolari della tiroide.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Dr. Lisco, nella vostra review vi siete concentrati sul perclorato: in quali cibi è più facilmente rintracciabile e come mai?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          La coltivazione di prodotti in terreni ricchi in perclorati così come l’uso di acque di irrigazione e di fertilizzanti che contengono queste sostanze, determina una significativa contaminazione di frutta e verdura, fatto che emerge inequivocabilmente analizzando prodotti provenienti da aree geografiche contaminate. La misurazione delle concentrazioni di perclorati negli alimenti ha messo in evidenza che i prodotti di origine vegetale maggiormente contaminati da perclorati sono rappresentati da: meloni, angurie, uva da tavola, albicocche, lattuga, pomodori, peperoni, lamponi, asparagi.  Inoltre, elevati livelli di perclorati possono essere riscontrati in differenti varietà di tè e infusi di erbe. Un consumo eccessivo di tali prodotti, pertanto, può causare una sovraesposizione cronica ai perclorati.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Che effetti esercita sulla tiroide?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          I perclorati presentano caratteristiche simili a quelle degli ioduri essendo composti alogenati. Una volta ingerito, il perclorato raggiunge la mucosa intestinale dove viene assorbito attraverso lo stesso canale ionico utilizzato dall’organismo per assorbire lo iodio, ovvero lo scambiatore sodio-ioduro. Allo stesso modo, il perclorato compete con lo ioduro per l’assorbimento a livello tiroideo dove normalmente si accumula la stragrande maggioranza dello iodio assunto con la dieta. L’affinità dei perclorati per lo scambiatore sodio-ioduro a livello tiroideo è circa 20 volte maggiore rispetto a quella degli ioduri, per cui l’esposizione cronica anche a basse concentrazioni di perclorati potrebbe progressivamente depauperare le riserve intra-tiroidee di iodio e causare ipotiroidismo.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Che relazione esiste tra livelli di perclorato circolanti e ipotiroidismo?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Il perclorato di potassio è stato adoperato in passato nel trattamento di alcune forme di ipertiroidismo proprio per la sua efficace capacità di ostacolare l’assorbimento di iodio a livello tiroideo e, quindi, di inibire indirettamente la sintesi degli ormoni tiroidei. Tuttavia, per indurre tale effetto, sono necessarie dosi estremamente elevate di perclorato di potassio, pari a 600-800 mg/die, centinaia di volte superiori rispetto alla quantità di perclorati mediamente assunta con la dieta. I risultati di due studi osservazionali prospettici condotti per sole 2 settimane hanno confermato quanto detto, mettendo in evidenza che l’esposizione per brevi periodi di tempo ai sali di perclorato nella misura di 0,5-3 mg giornalieri non è sufficiente a determinare alcuna alterazione significativa della funzione tiroidea, mentre una esposizione a dosaggi più elevati, tra 10 e 30 mg giornalieri, riduce la captazione tiroidea di iodio anche senza causare significative alterazioni della sintesi ormonale. Studi trasversali o retrospettivi, hanno invece messo in evidenza una correlazione inversa tra livelli di esposizione ai perclorati e indici di funzionalità tiroidea quali Tsh, fT4, fT3. Si tratta di studi condotti per lo più in donne in gravidanza, dal momento che in questa fase della vita di una donna l’integrità della funzione tiroidea è essenziale per limitare il rischio di effetti avversi fetali e neonatali, specialmente sotto il profilo cognitivo-comportamentale.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Cosa ci dicono questi studi?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          In sintesi, che una esposizione acuta anche ad elevate concentrazioni di perclorati non è sufficiente a causare alterazioni significative della funzione tiroidea in persone sane. Al contrario, un’esposizione cronica ai perclorati, anche a basso dosaggio, potrebbe ridurre l’efficienza della biosintesi ormonale tiroidea con conseguenze potenzialmente pericolose in determinati momenti della vita, come durante l’accrescimento fetale, l’infanzia o l’adolescenza e per pazienti con fattori predisponenti come alcune patologie tiroidee, dalla tiroidite all’ipotiroidismo, in caso di carenza di iodio, nei fumatori che sono esposti ai tiocianati presenti nel fumo di sigaretta e che hanno azione sinergica rispetto ai perclorati e in individui che consumano elevate quantità di alimenti di origine vegetale.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Prof. Triggiani, c’è il rischio di altri interferenti endocrini presenti nel cibo?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Le plastiche, largamente adoperate nella fabbricazione di contenitori per bevande e cibi sono da ritenersi certamente un veicolo di interferenti endocrini, in particolare bisfenoli e ftalati. Come detto, tali sostanze sono volatili e il contatto dell’alimento con la superficie interna del suo contenitore può determinarne la diffusione e il passaggio nell’alimento stesso. In Italia, il consumo di bevande in contenitori usa e getta è tra i più elevati in Europa, pertanto una buona parte della popolazione è esposta cronicamente a questo tipo di contaminazione. In aggiunta, alcuni studi hanno evidenziato che variabili fisico-chimiche possono accentuare il passaggio di interferenti endocrini dai contenitori agli alimenti in essi contenuti. Si pensi, per esempio, che la velocità di diffusione di questi interferenti endocrini dalla superficie di un bicchiere in plastica quando viene versato al suo interno una bevanda calda aumenta considerevolmente, tanto da determinare un incremento di circa 5 volte della concentrazione finale di ftalati e bisfenoli nella bevanda consumata. Gli effetti possono essere ancora più significativi se l’alimento caldo viene travasato in contenitori in plastica non termo-resistenti.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Esistono cibi più a rischio per questi contaminanti?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Considerato che bisfenoli e ftalati hanno natura lipofila, il passaggio dal contenitore all’alimento è accentuato per cibi a più elevato contenuto di grassi, come per esempio formaggi, panna, latticini, salumi. La contaminazione di ecosistemi da parte di agenti tossici come le diossine, liberate dalla combustione di rifiuti, e metalli pesanti ha determinato nel tempo una significativa contaminazione di numerose specie viventi. La catena alimentare, attraverso un fenomeno noto come bioaccumulo, determina una marcata concentrazione di sostanze tossiche all’interno di specie animali di grossa taglia e, quindi, un elevato consumo di pesce e carne potrebbe contribuire a una sovraesposizione dell’uomo a queste sostanze tossiche.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Quali sono, dunque, i rischi per la popolazione?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Relativamente al consumo di alimenti ricchi in perclorati, è utile che la popolazione venga a conoscenza dei rischi interconnessi, limitando o contenendo il consumo di quei cibi che possono essere più facilmente contaminati. L’Unione europea ha individuato, in accordo con le evidenze scientifiche attualmente disponibili sull’argomento, un limite di esposizione giornaliera ai perclorati di 0,3 mcg/Kg di peso corporeo, limite che solitamente non viene superato. Tuttavia, uno studio austriaco recentemente pubblicato ha evidenziato che un consumo eccedente la media di prodotti di origine vegetale potrebbe indurre una sovraesposizione cronica ai perclorati con conseguenze a livello tiroideo potenzialmente dannose.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Cosa suggerire in termini di profilassi?
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          Come detto, alcune categorie di pazienti potrebbero essere esposte a tale rischio e proprio in questi casi andrebbero effettuati degli studi osservazionali per verificare potenziali effetti avversi nel breve, ma soprattutto nel lungo termine, al fine di testare strategie efficaci di prevenzione. Fondamentale è sicuramente la iodo-profilassi estesa all’intera popolazione mediante l’utilizzo di prodotti alimentari addizionati in iodio, in primis il sale iodato, ricorrendo alla prescrizione di nutraceutici a base di iodio nei casi in cui si renda necessario il trattamento e la prevenzione di uno stato carenziale, per esempio in gravidanza. In ambito agro-alimentare potrebbe essere consigliabile l’utilizzo di fertilizzanti non contenenti perclorati e di metodi che abbattano i livelli di perclorati nei sistemi di coltura mediante l’utilizzo di strumenti di estrazione dei perclorati da terreni di coltura e acque di irrigazione, quali, per esempio, scambiatori ionici, bio-degradazione batterica, microfiltrazione accoppiata a elettrodialisi.
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
          - Nutrienti e Supplementi -
         &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Wed, 02 Sep 2020 10:09:55 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>TUMORE AL SENO, DIETA MIMA-DIGIUNO MIGLIORA RISPOSTA A CHEMIO. PRIMI DATI CLINICI.</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/tumore-al-seno-dieta-mima-digiuno-migliora-risposta-a-chemio-primi-dati-clinici</link>
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Cominciano ad arrivare i primi dati clinici sugli effetti della dieta-mima digiuno (Fmd) nella terapia antitumorale e sembrano aprire nuovi scenari nella lotta al cancro. È dei giorni scorsi, infatti, la pubblicazione su Nature communications dei risultati del primo trial randomizzato e controllato teso a valutare gli effetti della mima-digiuno su tossicità ed efficacia della chemioterapia in pazienti con cancro al seno. Risultati davvero incoraggianti, che confermano quanto già gli studi sui modelli animali avevano suggerito: il protocollo dietetico in associazione alla chemio ne migliora l’efficacia riducendone la tossicità.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Lo studio, di fase II, ha preso in esame un gruppo di 131 donne con carcinoma mammario HER-2 negativo allo stadio 2/3. Le partecipanti sono state assegnate a due gruppi: il primo ha seguito una dieta standard tre giorni prima e durante i sei cicli di chemioterapia adiuvante, ovvero quella eseguita dopo l’intervento allo scopo di ridurre il rischio di recidiva della malattia, ricevendo anche desometasone per il controllo degli effetti collaterali da chemio; il secondo, invece, ha seguito il regime mima-digiuno prima e durante la chemio per un totale di quattro giorni. Alle pazienti del secondo gruppo è stata assegnata una dieta di circa 1.200 kcal il primo giorno, ridotti poi a 200 kcal nei tre giorni successivi, derivate per l’80% da carboidrati complessi: 53 pazienti su 65 (81,5%) hanno completato il primo ciclo di Fmd, il 50% ne ha completati due, il 33,8% è arrivato a 3 cicli e il 20% ha completato 6 cicli.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nel gruppo che aveva rispettato la restrizione, la malattia definita “stabile”o “progressiva” era marcatamente inferiore nel gruppo mima-digiuno rispetto a quello del controllo: l’11,3% contro 26,9%. Le pazienti che hanno seguito restrizioni per più cicli hanno mostrato una perdita di cellule tumorali tra il 90 e il 100% tre volte maggiore. In aggiunta, è emerso anche come la mima-digiuno protegga i linfociti T dai danni al Dna causati dalla chemio rendendoli quindi maggiormente disponibili nell’azione di attacco al tumore. Infine, non si è registrata maggiore tossicità della chemioterapia nelle pazienti che seguivano la mima-digiuno, rendendo quindi non necessario l’impiego del cortisonico.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “I risultati di questo studio per la prima volta ci confermano in clinica la sicurezza e l’efficacia della Fmd in aggiunta a chemioterapia in donne con tumore al seno”, sottolinea Valter Longo, direttore dell’Istituto sulla longevità all’University of Southern California, padre della mima-digiuno e una delle firme dello studio.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “L’effetto della restrizione calorica nel rallentare la crescita tumorale sembra legato alla cosiddetta resistenza differenziale allo stress: le cellule tumorali sono più sensibili al trattamento chemioterapico, mentre quelle sane sono protette dagli effetti collaterali che esso comporta. Questi dati, insieme a quelli preclinici, ci fanno ben sperare rispetto alla decina di trial in corso su centinaia di pazienti in diversi tipi di tumore”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Così commenta Maurizio Muscaritoli, presidente della Società italiana di nutrizione clinica (Sinuc): “Si parla spesso del digiuno come strumento per affamare le cellule tumorali e migliorare l’efficacia delle terapie. L’argomento è particolarmente delicato e deve essere trattato da specialisti e con la massima attenzione e competenza: sappiamo infatti che il 65% dei pazienti presenta una condizione di malnutrizione, seppur variabile in gravità a seconda del tipo di tumore, già alla prima visita oncologica. I risultati di questa ricerca, per quanto estremamente preliminari, sono certamente interessanti e incoraggiano nuovi studi. L’avvertenza è che i risultati non siano usati al di fuori del contesto clinico e specialistico con tentativi e regimi improvvisati quanto pericolosi per la salute”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Tue, 21 Jul 2020 10:14:02 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    <item>
      <title>PSICOBIOTICI, la sfida del prossimo futuro per le MALATTIE MENTALI</title>
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&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare del cosiddetto asse intestino-cervello, noto anche come gut-brain-axis. Una relazione complessa, quella tra cervello e intestino, nella quale entrano in gioco diversi attori, con un ruolo di primo piano svolto dal sistema nervoso enterico e dal microbiota intestinale. Di psicobiotica e più in generale del ruolo che il microbiota e i probiotici possono giocare nel delicato equilibrio che regola il nostro sistema nervoso centrale e periferico abbiamo parlato con Bernardo Dell’Osso, direttore della Clinica psichiatrica all’Ospedale Sacco di Milano e Gianluca Serafini, docente di Psichiatria all’Università degli Studi di Genova.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Il microbiota intestinale, un sottoinsieme del più generale microbiota, è il più ricco e importante ed è composto da centinaia di specie batteriche diverse tra loro e svolge varie funzioni di tipo metabolico e di modulazione dell’attivazione del sistema immunitario”, sottolinea Dall’Osso. “Inoltre, il microbiota intestinale è un sistema in continuo cambiamento nel corso della vita. Dalla nascita all’età avanzata, infatti, si assiste a una variazione nella composizione che, peraltro, viene modificata da altri fattori tra cui l’alimentazione, lo stile di vita, l’esercizio fisico, l’utilizzo di farmaci. Insieme all’epitelio intestinale, il microbiota forma la barriera intestinale, il cui stato di salute influenza quello generale dell’individuo. Una barriera intestinale sana permetterà un corretto scambio funzionale, mentre una danneggiata o sofferente non sarà in grado di svolgere adeguatamente le proprie funzioni, con conseguenti processi di malassorbimento e microinfiammazione, in grado di provocare ripercussioni sullo stato di salute individuale”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Negli ultimi anni, molta ricerca si è concentrata sulle possibilità di manipolare il microbiota per ottenere benefici in diverse aree della medicina attraverso interventi che vanno dalla somministrazione di prebiotici e probiotici al trapianto microbico fecale”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Mentre questi tipi d’intervento si stanno sempre più affinando nell’area di patologie gastrointestinali, quali la sindrome dell’intestino irritabile, la loro applicazione nell’area della salute mentale è a uno stadio più precoce” , prosegue dall’Osso. “Dall’evidenza che interventi sul microbiota nel modello animale sono in grado di modificarne l’interazione sociale e una serie di altri modelli comportamentali, negli ultimi anni si è iniziato a valutare i pazienti con diversi disturbi ascrivibili all’area della salute mentale, per appurare se essi presentino delle differenze nella composizione del microbiota rispetto ai controlli sani e quali siano le possibilità terapeutiche attraverso interventi con nutraceutici, prebiotici e, soprattutto, probiotici”.    
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Campioni di pazienti con specifici problemi psichiatrici, quali disturbi schizofrenici, depressivi, disturbi d’ansia e dello spettro autistico hanno evidenziato una diversa composizione del microbiota rispetto a campioni di soggetti sani. Mentre resta da chiarire se tale dato rappresenti una conseguenza piuttosto che una concausa associata allo specifico disturbo valutato, recenti studi interventistici hanno valutato l’azione dei probiotici su specifiche dimensioni sintomatologiche quali appunto quella depressiva, quella ansiosa, quella correlata allo stress e altre ancora.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “I risultati sono stati in molti casi incoraggianti e hanno dato il via a una nuova fase della ricerca in questo campo, dalla quale ci aspettiamo di conoscere con maggiore precisione non solo in quali disturbi ma soprattutto in quali espressioni di gravità, in quali fasi e con quali risultati nel medio-lungo termine tali interventi possano essere considerati clinicamente utili da un punto di vista terapeutico”, conclude Dall’Osso.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nel 2013 è stato coniato il termine psicobiotico per definire quei probiotici in grado di determinare effetti benefici sulla salute mentale. Altri agenti implicati sono i cosiddetti prebiotici, che altro non sono che sostanze nutrienti per i microrganismi benefici.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “I meccanismi diretti e indiretti con i quali questi agenti esercitano i propri effetti protettivi sono molteplici e includono azioni locali sull’intestino ed effetti generalizzati, per esempio sulla regolazione del sistema immunitario o sulla modulazione di sostanze attive sul sistema nervoso periferico e centrale”, prosegue Serafini. “I risultati degli studi sull’utilizzo degli psicobiotici sono al momento molto promettenti, ma appaiono da approfondire e verificare. Tra i promettenti, possiamo sicuramente citare quelli relativi a uno studio clinico pubblicato su Beneficial Microbes, il cui obiettivo era di valutare, con scale standardizzate, le proprietà del ceppo probiotico Lactobacillus plantarum DR7 rispetto a placebo e i suoi meccanismi d’azione in un campione di 111 adulti affetti da stress moderato. La somministrazione di DR7 per 12 settimane è risultata associata a una riduzione significativa dei livelli di stress, ansia e distress psicologico, rispetto a coloro che assumevano placebo. Fra i soggetti che assumevano DR7 si sono inoltre osservati livelli plasmatici significativamente ridotti di cortisolo e una riduzione della risposta infiammatoria, che risulta invece incrementata in diverse patologie neuropsichiatriche. La somministrazione di DR7 si correla inoltre, negli adulti di età pari o maggiore dei 30 anni, con un miglioramento di alcune funzioni cognitive, in particolare memoria, attenzione, funzioni cognitive emotive e apprendimento. È presumibile che queste ricerche avranno, in tempi relativamente brevi, sviluppi importanti; un futuro ricco di potenzialità attende la ricerca sul microbiota e le sue applicazioni cliniche”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Thu, 16 Jul 2020 16:39:54 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>NUTRIZIONE PERSONALIZZATA:  STUDIO DI NATURE  RIVOLUZIONA IL CONCETTO DI DIETA</title>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         La risposta al cibo è strettamente individuale e personalizzata. Conta la genetica, ma meno di quanto si pensi, mentre altri fattori entrano in gioco e fanno la differenza, a partire dalla composizione dei cibi, per arrivare al microbiota e a stili di vita che comprendono, per esempio, attività fisica e qualità del sonno. Inutile, dunque, impostare diete standard: su tutti vince la cosiddetta nutrizione personalizzata o di precisione in quanto, a parità di alimento assunto, la risposta metabolica tra un individuo e l’altro può variare anche fino a dieci volte.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Un messaggio non sorprendente ma che sicuramente lascerà il segno quello che arriva dai risultati dello studio Predict-1, da poco pubblicati su Nature Medicine, che si candida a diventare una pietra miliare nell’ambito delle ricerche su nutrizione, metabolismo e prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La ricerca è stata guidata da Tim Spector e dal suo gruppo di lavoro al King's College di Londra, in collaborazione con altri colleghi internazionali. Coinvolti 1.103 partecipanti, tutti in buona salute, inclusi 660 gemelli mono ed eterozigoti, seguiti per due settimane sia nel tipo di alimentazione, sia attraverso misurazione di marker metabolici, composizione del microbiota e valutazione di stili di vita: sicuramente lo studio più dettagliato a oggi disponibile per valutare i diversi fattori che influenzano le risposte del nostro organismo al cibo.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I risultati mettono innanzitutto in evidenza come sono diversi i fattori con un impatto sulla qualità della salute, a partire dalla composizione microbica intestinale, per arrivare a glicemia, lipemia, insulinemia, esercizio fisico fino alla qualità del sonno.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La genetica gioca un ruolo minore di quanto generalmente si tenda a credere nella risposta metabolica all’ingestione di cibo, tanto che gemelli monozigoti possono rispondere in maniera molto diversa agli stessi alimenti.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Ciascuno di noi è “unico” nella risposta al cibo e, pertanto, non esiste un modo "giusto" di mangiare. Lo stesso momento ottimale per mangiare dipende dall'individuo e non può legarsi a orari fissi: i ricercatori, per esempio, hanno scoperto che vi sono soggetti in grado di metabolizzare meglio il cibo a colazione.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Anche la miglior combinazione di nutrienti in termini di mix tra grassi, carboidrati, proteine ​​e fibre è altamente individuale e, pertanto, le diete basate su rapporti fissi di macronutrienti non possono funzionare allo stesso modo in ogni individuo. Per esempio, persone con alterata risposta glucidica dovrebbero ridurre il consumo di carboidrati, mentre altri potrebbero essere in grado di mangiarli liberamente.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Per quanto riguarda il microbiota intestinale, infine, sono stati individuati 15 ceppi correlati a marker di buona salute, legati in particolare al consumo di alimenti vegetali. Altri 15, invece, legati più al consumo di carne, si sono segnalati più strettamente correlati a indicatori di cattiva salute.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Così commenta Sarah Berry, docente di Scienze della nutrizione presso il King's College di Londra e prima firma dello studio: “L’aumento di grassi e glucosio nel sangue dopo i pasti innesca una risposta infiammatoria che differisce enormemente tra gli individui. Strategie dietetiche e di stile di vita personalizzate vanno pertanto considerate per ridurre il rischio di condizioni infiammatorie sub-cliniche in grado di portare nel tempo allo sviluppo di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari".
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Conclude Tim Spector, coordinatore della ricerca: "In ambito di dieta e soprattutto di controllo del peso, abbiamo sempre posto una grande attenzione su fattori non modificabili, come la genetica. Eppure, ce ne sono molti altri che influenzano la risposta di un individuo al cibo e il mantenimento di un metabolismo sano. Il nostro studio dimostra come non si possa prescindere da un approccio scientifico all'alimentazione che tenga conto della biologia unica di ciascun individuo ".
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 13 Jul 2020 07:55:39 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>INTERVENTI NUTRIZIONALI NEL CONTROLLO DELL’ENDOMETRIOSI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/interventi-nutrizionali-nel-controllo-dellendometriosi</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il tasso di successo del trattamento medico e chirurgico per l'endometriosi è limitato e per questo l’approccio nutrizionale, che valuta l’impatto di protocolli dietetici e di singoli nutrienti è oggi sotto attento esame.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Su Internet sono disponibili numerose fonti che promuovono restrizioni dietetiche o diete complete per il trattamento dell'endometriosi. Si tratta di diete spesso elaborate dai pazienti stessi e si basano sulla propria esperienza anziché su prove scientifiche ancora piuttosto scarse.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nella maggior parte di casi si tratta di studi caso-controllo che valutano l'assunzione di cibo e il rischio di endometriosi invece del ruolo nel trattamento.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          In tali analisi i nutrienti da evitare per un effetto positivo sui sintomi associati all'endometriosi sono risultati soia e FODMaPs (oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli altamente fermentabili).
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La soia può stimolare l'attività degli estrogeni, favorendo così la comparsa di endometriosi. Evitandola, la quantità di fitoestrogeni nella dieta viene ridotta, con una possibile soppressione del dolore associato al disturbo, un risultato, però, documentato in una sola serie di casi piuttosto limitati. Pertanto, non ci sono prove sufficienti per consigliare alle donne con endometriosi di evitare la soia.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Uno studio del 2017 sostiene che evitare i FODMaPs sia efficace in caso di endometriosi, ma il campione esaminato aveva come comorbilità la sindrome dell’intestino irritabile (Ibs), rendendo difficile spiegare gli effetti dell’intervento nutrizionale. Pertanto, se anche in questo caso l'evidenza è insufficiente per consigliare ai pazienti con endometriosi di aderire a una dieta a basso contenuto di FODMaP, non si può negare che spesso queste due realtà cliniche, endometriosi e Ibs, coesistano nella stessa donna e quindi questi cambiamenti nella dieta possono effettivamente ridurre i sintomi del dolore pelvico.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          L'aggiunta di vitamina D e la concentrazione plasmatica di 25-idrossi vitamina D (25 (OH) D) possono influenzare i sintomi correlati all'endometriosi perché oltre al suo ruolo nell'omeostasi del calcio e delle ossa, può esercitare una certa influenza sulla funzione immunitaria e contrastare l’infiammazione. È stato riportato che la carenza di vitamina D ha un ruolo nella patogenesi dell'endometriosi e in uno studio prospettico l’aumento del 25 (OH) D plasmatico e un maggiore consumo di latte sono stati associati a un ridotto rischio di sviluppare endometriosi.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Tutti i nutrienti che si sono rivelati efficaci nel ridurre il dolore associato all'endometriosi hanno avuto azioni antinfiammatorie o antiossidanti, sopprimendo così direttamente o indirettamente la risposta infiammatoria. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La palmitoiletanolamina (Pea), che si trova in piccole quantità in uova e arachidi, svolge un ruolo nel controllo dell'infiammazione generata da mastociti e ha effetti immunosoppressivi, analgesici, neuroprotettivi e antiossidanti. La presenza di mastociti attivati ​​e degranulanti nell'endometriosi profonda e la stretta relazione istologica tra mastociti e sistema nervoso suggeriscono che tali cellule possono contribuire allo sviluppo del dolore nell'endometriosi, probabilmente con un effetto sulle strutture nervose.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La polidatina, un glucoside naturale del resveratrolo, svolge attività antinfiammatoria, antiossidante e anti-chemiotattica ed è presente in bacche, uva e arachidi. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Molto interessante il ruolo del Dim, un antiossidante che si forma in ambiente acido dall'indolo-3-carbinolo (I3C) che è presente in cavoli, cavoletti di Bruxelles, broccoli e cardamomo: nelle cellule sensibili agli estrogeni, inverte in modo specifico gli effetti di questi ormoni inibendo il segnale del recettore alfa (ERα). La combinazione di attività antiossidante e antiestrogenica lo rende particolarmente promettente per il trattamento dell'endometriosi. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Gli acidi grassi Omega-3 modulano selettivamente specifiche prostaglandine coinvolte nella generazione del dolore, mentre la vitamina B6 svolge un ruolo specifico nella produzione di prostaglandine E2. Influenzando il livello di antiossidanti e prostaglandine utilizzando diversi componenti dietetici, può essere creato un ambiente in cui viene soppressa l'infiammazione, provocando una sinergia di azioni abbastanza potente da trattare efficacemente i sintomi correlati all'endometriosi. È importante sottolineare che i casi in cui è stato descritto un effetto positivo dell'aggiunta di antiossidanti alla dieta sono troppo limitati per trarre conclusioni sull'efficacia dell'aggiunta di antiossidanti alla dieta delle donne con endometriosi.
          
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Mon, 22 Jun 2020 15:46:31 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>ESTRATTO DI FICHI AIUTA AD ABBASSARE LA GLICEMIA E L'INSULINEMIA POST-PRANDIALI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/bi</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/fichi_benefici.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
                      
           L’estratto di fichi (Ffe, Fig fruit extract) potrebbe rivelarsi un ottimo nutraceutico nel controllo dell’omeostasi di glucosio e insulina. Il merito andrebbe attribuito all’acido abscissico (Aba), un fitormone comunemente presente nella frutta e nella verdura, che ha già dimostrato in diversi modelli sperimentali e animali di promuovere l'assorbimento di glucosio periferico. Ora arrivano alcuni dati preliminari clinici attraverso un piccolo studio condotto su dieci volontari sani pubblicato sulla rivista Nutrients.
          
                    &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Negli adulti sani, la concentrazione plasmatica di Aba aumenta dopo somministrazione orale di glucosio, stimolandone l'assorbimento periferico”, sottolineano gli autori. “Inoltre, nei diabetici si registrano livelli non ottimali di Aba endogeno e sappiamo che, a concentrazioni nanomolari, l'Aba stimola l'assorbimento del glucosio in modo simile all'insulina. Nel loro insieme, questi dati suggeriscono che l’acido abscissico possa svolgere un ruolo importante nel modulare l'omeostasi del glucosio nell'uomo”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I ricercatori hanno preparato due tipologie di estratto, ognuna contenente 40 µg e 80 µg di Aba. Ciascuna veniva aggiunta a una bevanda standard di riferimento contenente zucchero diluito in acqua.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          A non meno di un giorno di distanza l’una dall’altra, ciascuna delle quattro bevande è stata somministrata ai volontari, con tre intervalli in cui veniva data, come controllo, solo la soluzione standard zuccherata.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Campioni di sangue venivano prelevati nel corso delle due ore successive alla somministrazione.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I risultati hanno evidenziato che le soluzioni a concentrazioni maggiori di Aba determinavano una riduzione di circa il 25% del picco massimo di glicemia e insulinemia raggiunti a 30 minuti dalla somministrazione rispetto alla soluzione zuccherata.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “L’aggiunta di Aba ha determinato una riduzione di indice glicemico e insulinico della soluzione standard”, commentano gli autori. “L’estratto di fichi, standardizzato secondo le adeguate concentrazioni di Aba, potrebbe dunque rivelarsi, sottoforma di integratore o bevanda funzionale, un promettente intervento nutrizionale per la gestione dell'omeostasi del glucosio postprandiale, di disturbi metabolici, del prediabete e soprattutto per tutti i pazienti ONCOLOGICI (ricordiamo che le cellule tumorali si nutrono di zucchero ad alto indice glicemico e che l'insulina è un fattore indiretto di crescita tumorale)
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/fichi_benefici.jpg" length="58660" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Mon, 08 Jun 2020 08:45:11 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>CAFFÈ E APPARATO DIGERENTE, ANALISI SFATA LUOGHI COMUNI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/caffe-e-apparato-digerente-analisi-sfata-luoghi-comuni</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
         IL CAFFÈ PUÒ AIUTARE A RIDURRE IL RISCHIO DI ALCUNE PATOLOGIE DELL’APPARATO DIGERENTE, TRA CUI LA CALCOLOSI BILIARE E LA PANCREATITE, NONCHÉ FAVORIRE LA MOTILITÀ INTESTINALE E AGIRE POSITIVAMENTE SUL MICROBIOTA INTESTINALE. 
        
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/caff%C3%A8.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;span&gt;&#xD;
            
                            
              Queste
le principali conclusioni di un
             
                          &#xD;
          &lt;/span&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;a href="https://www.coffeeandhealth.org/wp-content/uploads/2020/05/Expert-report-Coffee-and-its-effect-on-digestion.pdf"&gt;&#xD;
        &lt;span&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;font&gt;&#xD;
              &lt;span&gt;&#xD;
                &lt;span&gt;&#xD;
                  
                                  
                 rapporto
sugli effetti gastrointestinali del caffè
                
                                &#xD;
                &lt;/span&gt;&#xD;
              &lt;/span&gt;&#xD;
            &lt;/font&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/span&gt;&#xD;
      &lt;/a&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;span&gt;&#xD;
            
                            
              redatto, per conto dell’
             
                          &#xD;
          &lt;/span&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               Institute
for scientific information on Coffee
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;span&gt;&#xD;
            
                            
              (Isic),
da
             
                          &#xD;
          &lt;/span&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               Carlo
La Vecchia
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;span&gt;&#xD;
            
                            
              ,
docente di Statistica medica ed epidemiologia all’Università di
Milano.
             
                          &#xD;
          &lt;/span&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             Il
documento nasce per fare chiarezza sui risultati contrastanti
presenti in letteratura riguardo agli effetti del caffè
sull’apparato digerente e, più in generale, sui meccanismi della
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               digestione
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             .
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      
                      
           “
           
                      &#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             Si
tratta di un’area di ricerca in grande fermento” dice
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               La
Vecchia
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             .
“I dati indicano benefici contro comuni disturbi digestivi come la
costipazione, nonché una potenziale riduzione del rischio di
patologie più gravi come i calcoli biliari e la pancreatite
correlata ".
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             Entrando
più nel dettaglio, il lavoro mette in evidenza come il caffè sia in
grado di favorire la liberazione di
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               gastrina
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             da ghiandole salivari e stomaco, agevolando così la produzione di
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               acido
gastrico
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             per la digestione. La secrezione acida nello stomaco viene favorita
anche da un’azione antagonista della caffeina sull’
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               adenosina
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             ,
noto inibitore della produzione di acido gastrico. Nessun effetto,
invece, sullo svuotamento gastrico.
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               Bruciore
di stomaco
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             e
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               reflusso
gastroesofageo
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             sono stati spesso correlati al consumo di caffè. La maggior parte
degli studi, però, esclude un legame di questa natura, anche se
emergono variabili in relazione al tipo di tostatura e, secondo La
Vecchia, sarebbe meglio indagare più a fondo in quest’ambito.
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             Per
quanto riguarda l’
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               ulcera
gastrica e duodenale
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             ,
nonostante chi ne soffre tenda a escludere il consumo di caffè, non
esistono evidenze di correlazione.
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             Il
caffè, inoltre, stimola la produzione di
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               colecistochinina
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             che favorisce il rilascio di bile dalla cistifellea e di enzimi
digestivi dal pancreas. I dati della letteratura suggeriscono anche
una riduzione del rischio di calcolosi biliare e pancreatite
correlata, con un
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               effetto
dose-dipendente
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             .
Sebbene in questo caso i meccanismi non siano chiari, è probabile
che tutto ruoti intorno alla caffeina, giacché l’effetto pare non
osservarsi in caso di decaffeinato.
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             A
livello intestinale, infine, il caffè è in grado da una parte di
stimolare la motilità riducendo il rischio di stipsi  e,
dall’altra, di favorire la crescita di una microflora batterica
sana grazie al contenuto in
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               fibre
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             e
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               polifenoli
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             .
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;font&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             Il
caffè è consumato da milioni di persone in tutto il mondo ed è una
delle bevande più richieste” conclude La Vecchia. “Contiene una
varietà di composti tra cui
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;strong&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          &lt;font&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
               caffeina,
polifenoli, trigonellina e i diterpeni cafestolo e kaveolo
              
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/font&gt;&#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/strong&gt;&#xD;
      &lt;font&gt;&#xD;
        &lt;font&gt;&#xD;
          
                          
             che contribuiscono non solo al suo sapore unico ma anche ai peculiari
effetti fisiologici. Quanto alle dosi consigliate, l’Efsa
suggerisce un massimo di circa 400 mg di caffeina al giorno,
considerando che una tipica tazza ne fornisce circa 75–100 mg e
quella di un espresso circa 60 mg”.
            
                        &#xD;
        &lt;/font&gt;&#xD;
      &lt;/font&gt;&#xD;
    &lt;/font&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Mon, 08 Jun 2020 08:44:50 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/caffe-e-apparato-digerente-analisi-sfata-luoghi-comuni</guid>
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      </media:content>
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        <media:description>main image</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>CONOSCERE L'ACQUA DEL PROPRIO RUBINETTO</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/conoscere-l-acqua-del-proprio-rubinetto</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a href="/"&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/MINISTERO.png"/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Vorrei condividere questo link del ministero della salute, che sottolinea una cosa di cui gia vi avevo parlato in precedenza. L'acqua ad alto residuo fisso è una fonte importantissima di minerali fondamentali per la salute. Non serve prendere acqua chiamata "leggera", ovvero a basso residuo fisso, e poi spendere i soldi in integratori di Calcio, Magnesio, Potassio ecc ecc. E' l'operazione di marketing meglio riuscita al mondo!
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          L'acqua ad alto residuo fisso esiste in vendita ma è anche l'acqua del rubinetto. Alcuni comuni a residuo piu alto e altri piu basso, che aggiunti agli alimenti che mangiamo ci danno un apporto minerale completo. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          E' ottima soprattutto per chi fa sport che ne consuma molti, senza bisogno di bustine o integratori che vengono venduti a parte. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Attenzione ad integrare senza avere una minima cognizione di cio che si fa, molti minerali ad alte concentrazioni sono tossiche e danneggiano alcuni organi responsabili della loro eliminazione. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&amp;amp;id=4528&amp;amp;area=acque_potabili&amp;amp;menu=dieta
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Fri, 07 Feb 2020 09:49:50 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/conoscere-l-acqua-del-proprio-rubinetto</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>CAUTELA CON GLI ANTIOSSIDANTI DURANTE LA CHEMIOTERAPIA!</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/cautela-con-gli-antiossidanti-durante-la-chemioterapia</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/integratori-antiossidanti.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
                      
           Pazienti con carcinoma mammario che assumono integratori alimentari ad azione antiossidante (ferro, vitamina B12 e acidi grassi omega-3) prima o durante la chemioterapia possono avere un maggior rischio di recidiva e morte per malattia: è quanto sostiene una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Clinical Oncology.
          
                    &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Sebbene si tratti di uno studio osservazionale e il numero di utilizzatori di integratori fosse piuttosto ridotto, i risultati sono convincenti” affermano gli autori. “I pazienti che assumevano qualsiasi antiossidante prima e durante la chemioterapia avevano un aumentato rischio di recidiva del carcinoma mammario e, in misura minore, un aumento del rischio di morte. L'uso di vitamina B12, ferro e acidi grassi omega-3 era anche associato a esiti peggiori”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          L’analisi è stata condotta nell’ambito di uno studio per determinare dose e schema migliori per l'utilizzo di tre chemioterapici (doxorubicina, ciclofosfamide e paclitaxel) come terapia adiuvante per carcinoma mammario ad alto rischio in fase iniziale. Lo studio ha arruolato 2.716 pazienti che sono stati seguiti per una mediana di sei anni per identificare effetti collaterali delle combinazioni chemioterapiche testate e misurare l’intervallo alla comparsa di eventuale recidiva.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Se gli integratori vitaminici e minerali, in particolare quelli ad azione antiossidante, aiutino o danneggino i malati di cancro è una questione al centro di dibattito: alcune prove, infatti suggeriscono che gli antiossidanti possono interferire con gli effetti della chemioterapia. Questo avverrebbe perché i trattamenti antitumorali inducono l’organismo a sviluppare stress ossidativo, reazione che uccide le cellule tumorali. Ma gli antiossidanti combattono lo stress ossidativo, il che significa che possono attenuare gli effetti della chemioterapia. Altri studi invece giungono a conclusioni diametralmente opposte, fornendo prove a sostegno dei benefici di un’assunzione di integratore alimentari per i malati di cancro.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Per comprendere meglio il ruolo degli integratori nella risposta dell’organismo alla chemioterapia, è stato chiesto ai pazienti di rispondere a questionari dettagliati sull’uso di integratori alimentari, al momento dell’assegnazione a un gruppo di trattamento e sei mesi dopo il completamento della chemioterapia. Sono stati 1.134 coloro che hanno completato entrambi i sondaggi e, di questi, il 18% aveva usato almeno un antiossidante al giorno, mentre il 44% aveva assunto multivitaminici. Questi i risultati:
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          - I pazienti che hanno riferito di assumere qualsiasi antiossidante (vitamina A, C, E e carotenoidi e coenzima Q10) prima e durante il trattamento chemioterapico avevano il 41% in più di probabilità di una recidiva;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          - I pazienti avevano un simile, ma più debole, aumento del rischio di mortalità durante l'assunzione di antiossidanti;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          - I pazienti che assumevano integratori a base di vitamina B12, ferro e acidi grassi omega-3 presentavano un rischio significativamente maggiore di recidiva e morte per carcinoma mammario;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          - I pazienti che assumevano multivitaminici non hanno mostrato segni di esiti peggiori o migliori dopo la chemioterapia.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Si tratta, puntualizzano gli autori, di risultati non definitivi per influenzare le modalità di cura dei malati di cancro, che necessiterebbe di uno studio più ampio e randomizzato di confronto tra gruppi che fanno/non fanno uso di integratori. Tuttavia, i dati suggeriscono cautela nei confronti dell’uso di integratori, dando la preferenza all’assunzione di vitamine e minerali, insieme a una dieta sana ed equilibrata, laddove i cambiamenti nel gusto o la perdita di appetito correlati agli effetti del trattamento del tumore lo consentano.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Fri, 31 Jan 2020 16:31:09 GMT</pubDate>
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        <media:description>thumbnail</media:description>
      </media:content>
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        <media:description>main image</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Bevande zuccherate e frutta, dal fruttosio una minaccia per la salute dei vasi sanguigni</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/bevande-zuccherate-e-frutta-dal-fruttosio-una-minaccia-per-la-salute-dei-vasi-sanguigni</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
         “Il dato più interessante della nostra analisi è quello relativo al fatto che il fruttosio preso dalla sola frutta fa molto meno male che quello preso da bibite, benché ad alte dosi anche la frutta può arrecare danno”, commenta Arrigo Cicero.
        
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/lattine.jpg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Il fruttosio contenuto nelle bevande dolcificate è dannoso per le pareti vascolari, al contrario di quanto accade nella frutta dove l’effetto può essere compensato da altri nutrienti. Sono questi i risultati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori italiani sulla coorte del Brisighella Heart study e pubblicato su Nutrients. 
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Ci sono informazioni contrastanti sul legame tra consumo di frutta e fruttosio e comparsa di disturbi cardiometabolici”, sottolineano gli autori. “Così abbiamo voluto verificare l’associazione tra consumo di fruttosio e un paramento classico di rigidità arteriosa, ovvero la misurazione della velocità dell’onda sfigmica carotideo-femorale (CfPwv)”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Sono stati selezionati quattro sottogruppi omogenei per età e sesso all’interno della popolazione dell’ultima indagine del Brisighella heart study. Dopo esclusione dei soggetti in prevenzione secondaria per le malattie cardiovascolari, con gotta, malattia renale cronica da moderata a grave e/o in trattamento con farmaci vasodilatatori, i quattro gruppi sono stati così suddivisi:
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          basso consumo di frutta e bevande zuccherate (Lflb, n=437),
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          alto consumo di frutta e basso di bevande zuccherate (Hflb, n=419),
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          basso consumo di frutta e alto di bevande zuccherate (Lfhb, n=133),
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          elevato consumo di frutta e bevande zuccherate (Hfhb, n=116).
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Basso consumo di frutta si intendevano due porzioni o meno al giorno, mentre per le bevande zuccherate un bicchiere o meno al giorno.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          La CfPwv è risultata significativamente più elevata in chi consumava maggiori quantità fruttosio, in particolare quando derivava da bevande dolcificate (Lfhb e Hfhb aggregati: 9,6 ± 2,3 m/s; Lflb e Hflb aggregati: 8,6 ± 2,3 m/s).
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          L'aumento del CfPwv osservato in chi consuma fruttosio da bevande zuccherate è probabile sia correlato all’aumento dei livelli sierici di acido urico. Già in precedenza, infatti, i dati del Brisighella heart study avevano mostrato una correlazione tra aumento dei livelli sierici di acido urico e ipertensione e rigidità arteriosa e una recente meta-analisi ha evidenziato come il consumo di bevande zuccherate aumenti il rischio di iperuricemia del 35%. Ciò potrebbe essere in parte determinato dall'insulino-resistenza indotta da fruttosio e dalla metabolizzazione dell'adenosina monofosfato in inosina monofosfatasi e acido urico. Inoltre, l’eccesso di fruttosio induce lipogenesi epatica, innalzando i livelli di trigliceridi con ricadute negative sull’elasticità della parete arteriosa. Dal canto loro, invece, altri componenti della frutta come vitamina C, epicatechina, flavonoli, potassio e fibre, potrebbero contrastare gli effetti negativi sia del fruttosio che dell’acido urico, tanto che recenti studi correlano un aumentato rischio di gotta con il consumo di bevande zuccherate ma non di frutta.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Il dato più interessante della nostra analisi è quello relativo al fatto che il fruttosio preso dalla sola frutta fa molto meno male che quello preso da bibite, benché ad alte dosi anche la frutta può arrecare danno”, commenta Arrigo Cicero, del Gruppo di ricerca su ipertensione e aterosclerosi presso il Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Università di Bologna e tra gli autori dello studio. “Se però il carico globale, ovvero bibite più frutta, è alto, le proprietà protettive della frutta vengono meno. A questo punto si rendono necessari ulteriori studi in grado stabilire con certezza se una riduzione del consumo di bevande zuccherate migliori la funzione arteriosa rallentandone i processi degenerativi”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/lattine.jpg" length="103016" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Tue, 28 Jan 2020 09:33:31 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/bevande-zuccherate-e-frutta-dal-fruttosio-una-minaccia-per-la-salute-dei-vasi-sanguigni</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>Salumi e Insaccati ufficialmente cancerogeni</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/salumi-e-insaccati-ufficialmente-cancerogeni</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
         L'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha inserito la carne rossa e lavorata nella lista delle sostanze che possono causare il cancro. Qual è la novità rispetto al passato? Che cosa deve cambiare nelle nostre abitudini alimentari? 
        
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/13017.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Con uno studio pubblicato su Lancet Oncology, l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), un organismo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità con sede a Lione, ha decretato che le carni processate (come salumi, salsicce e wurstel) sono cancerogene per l'uomo, con un verdetto che guarda direttamente nel piatto di milioni di consumatori - e che è pertanto destinato a far preoccupare e discutere. Cerchiamo di entrare nel merito della notizia con questa guida a domande e risposte.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          QUAL È LA NOVITÀ?
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Che carne rossa e insaccati fossero potenzialmente cancerogeni era noto da tempo. Che cosa cambia? La certezza della classificazione.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Dopo aver passato in rassegna 800 studi epidemiologici che eseguiti in ogni continente, e incentrati sulla relazione tra carni rosse e insorgenza di cancro, la IARC ha inserito le carni processate tra i cancerogeni certi (il cosiddetto gruppo 1, che comprende anche l'amianto, l'alcol etilico e il fumo, le radiazioni ultraviolette e il Papilloma virus), e le carni rosse tra le sostanze probabilmente cancerogene per l'uomo (gruppo 2A).
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          CHE COSA SI INTENDE PER CARNI PROCESSATE? 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Carni che hanno subito un processo di lavorazione che ne prolunghi la conservazione o ne alteri il gusto, come affumicatura, salatura, stagionatura, aggiunta di conservanti. Sono questi procedimenti, così come alcuni tipi di cottura come quella alla brace, ad aumentarne il rischio cancerogeno. Ecco perché la pericolosità della carne rossa (come quella di manzo, vitello, agnello, maiale) non lavorata e cotta in un certo modo e a certe temperature risulta inferiore.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          DI QUALI QUANTITÀ STIAMO PARLANDO? 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          In base allo studio, 50 grammi di carni lavorate al giorno aumenterebbero il rischio di sviluppare tumore del colon-retto (il tipo di cancro per il quale è stata trovata la correlazione più forte) del 18%. "Mentre le probabilità di sviluppare un tumore del colon-retto per il consumo di carne rossa NON LAVORATA rimangono poche, ma questo rischio aumenta insieme all'aumentare del consumo di carne rossa" chiarisce Kurt Straif dell'OMS.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          A QUALI TUMORI È COLLEGATO IL LORO CONSUMO? 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          A quelli a carico dell'intestino e in generale, dell'apparato digerente: tumore del colon-retto, del pancreas e dello stomaco. Ma è stata trovata una associazione positiva anche con il cancro alla prostata.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          IN CHE MODO CARNI ROSSE E PROCESSATE SONO CANCEROGENE? 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Su questo esistono ancora varie ipotesi. Alcuni sostengono che il pigmento che dà il colore rosso all'emoglobina (la proteina presente nel sangue dei vertebrati) nel nostro apparato intestinale venga demolito dai composti un gruppo -NO (N-nitroso) che danneggiano le cellule che rivestono le pareti dell'intestino; altre cellule intervengono a sostituirle, aumentando così la probabilità di errori nella replicazione del DNA.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Altre puntano il dito su nitriti e nitrati, additivi che mantengono il colore rosso delle carni che, in ambiente acido, generano composti cancerogeni. Altri ancora ritengono che a determinare il rischio cancerogeno siano il ferro nella carne o certi ceppi di batteri dell'intestino.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I METODI DI COTTURA DELLA CARNE INCIDONO SUL RISCHIO CANCEROGENO? 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I metodi di cottura ad alte temperature, che prevedono il contatto diretto delle carni con la fiamma o con superfici roventi, producono composti (come gli idrocarburi policiclici aromatici) che si pensa possano contribuire al rischio cancerogeno, ma il loro ruolo non è stato ancora compreso del tutto dal punto di vista scientifico.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Non ci sono dati a sufficienza per stabilire se vi siano metodi di cottura più sicuri, né per dire se il consumo di carne cruda possa scongiurare i rischi citati: in questo caso però, a minacciare seriamente la nostra salute sarebbe il rischio di infezioni.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Thu, 23 Jan 2020 16:58:07 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/salumi-e-insaccati-ufficialmente-cancerogeni</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>OLIVE NERE: QUASI SEMPRE COLORATE</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/olive-nere-quasi-sempre-colorate</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
         Rilevazione del CTCU mostra che in 12 su 15 casi le "olive nere"
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          sono in realta' olive verdi colorate di nero
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/115459.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
                      
           Chi compra olive nere pensa di solito che queste siano "naturalmente" nere. Spesso pero', purtroppo, alcuni produttori sottopongono a colorazione artificiale le olive verdi, non completamente mature.
          
                    &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nei giorni scorsi il Centro Tutela Consumatori Utenti (CTCU) ha provveduto a controllare 15 confezioni di olive nere, in vari piccoli e grandi supermercati, in negozi discount e in alcuni negozi biologici del capoluogo. Sulle confezioni risultava sempre l'indicazione "olive nere", ma in 12 delle 15 confezioni esaminate e' stato riscontrata la presenza dello stabilizzatore "glucato ferroso", noto anche come "E579". Sulle confezioni manca l'indicazione che si tratta di olive verdi sottoposte a colorazione artificiale e non di olive nere mature. Ai consumatori non viene pertanto detta la verita'. Dei campioni di olive risultate non colorate, due erano prodotti biologici.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Qual'e' la differenza fra olive verdi e nere?
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Le olive verdi contengono piu' sostanze minerali e piu' acqua. Per questo motivo contengono soltanto 130 calorie ogni 100 grammi. Sono piu' consistenti, e il loro sapore va dall'amaro al piccante. Le olive nere invece maturano piu' a lungo, e contengono piu' (preziosi) acidi grassi mono-insaturi. Questo comporta un loro elevato apporto calorico, pari a 350 calorie per ogni 100 grammi di prodotto. Il loro sapore e' piu' dolce e leggero. L'olio viene ottenuto da olive mature: con l'aumentare del grado di maturita' aumenta anche la "dolcezza" dell'olio.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Perche' le olive vengono colorate?
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il processo della colorazione non incrementa ne' il sapore, ne' la longevita' delle olive. Di norma le olive vengono annerite poiche' le olive mature nere sono troppo morbide per uno snocciolamento industriale. Anche la raccolta e il trasporto delle olive nere mature e' nettamente piu' dispendioso e caratterizzato da perdite rispetto a quello dei frutti verdi non maturi.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Come avviene la colorazione?
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Le olive vengono colorate artificialmente attraverso l'uso di sali ferrosi come, ad esempio, il "gluconato ferroso", conosciuto anche come "E579", oppure il "lattato ferroso" (E585). Gli additivi adoperati vengono ricavati dagli acidi lattici, e non rientrano fra i coloranti, ma sono dei cd. "stabilizzatori". Siccome non vi sono controindicazioni per la salute, possono essere usati per colorare le olive verdi.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Come fare per riconoscere le olive colorate?
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          E' difficile riconoscerle a prima vista, in quanto sulla confezione puo' essere indicato semplicemente "olive nere" (uno dei produttori addirittura utilizza la dicitura "olive nere, tutte naturali" per delle olive colorate). Per scoprire se le olive sono nere in quanto maturate naturalmente oppure in quanto sottoposte a colorazione bisogna analizzare gli ingredienti:
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          -  sulle confezioni delle olive colorate e' indicato l'additivo: gluconato ferroso (E579) oppure lattato ferroso (E585) indicano che il colore nero e' artificiale;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          -  anche il sapore e' differente: le olive verdi hanno un sapore molto piu' intenso rispetto alle olive nere mature, ed anche la loro polpa e' molto piu' consistente. Inoltre il loro nocciolo trattiene la colorazione verde;
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          -  chi preferisce olive nere maturate naturalmente fara' bene a scegliere quelle biologiche: queste infatti non possono essere colorate, e quindi non vi e' necessita' di controllare l'elenco degli ingredienti.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Ad ogni modo, i risultati della rilevazione sono stati sottoposti alle Autorita' competenti.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <pubDate>Tue, 14 Jan 2020 13:59:42 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Mix di funghi: una super spinta per le difese immunitarie</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/mix-di-funghi-una-super-spinta-per-le-difese-immunitarie</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/10726.jpeg"/&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Funghi come stimolanti del sistema immunitario. Un’area di applicazione clinica che sta suscitando grande interesse tra gli scienziati e che ha visto da poco pubblicati su PlosOne i risultati di uno studio che conferma la capacità di agire sui globuli bianchi di alcuni ceppi specifici.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I funghi possiedono diversi composti bioattivi con proprietà benefiche per la salute e, tra questi, i glucani sono quelli a maggiore attività immunostimolante, in particolare i beta rispetto agli alfa.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Ecco così che ricercatori della Griffith University di Queensland, in Australia, hanno analizzato nove prodotti in commercio a base di ceppi delle specie Reischi (Ganoderma lucidum), Shiitake (Lentinula edodes) e Maitake (Gifola frondosa) selezionando quelli con il miglior rapporto di beta/alfa glucani.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Dai tre scelti, poi, è stata creata una formula che contenesse un mix dei singoli estratti e, alla fine, ognuno dei tre e la formula sono stati testati in vitro per la capacità di indurre in macrofagi l’espressione delle citochine pro-infiammatorie Il-6 e Tnf- α, di Il-1α, nota per la sua capacità di indurre regressione del tumore e di Il-10, citochina antinfiammatoria.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I singoli estratti hanno determinato un aumento della produzione di citochine ma la cosa sorprendente è che il “cocktail” ha scatenato un effetto sinergico, superiore a quello atteso da una semplice sommatoria, come se le specie diverse, insieme, garantissero una spinta supplementare.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
           “I funghi medicinali possiedono una varietà di composti bioattivi con attività immunomodulanti, quali polisaccaridi, composti fenolici, proteine, componenti lipidici e terpenoidi” commentano gli autori. “Questi effetti, e il conseguente potenziale terapeutico, stanno generando un rinnovato interesse per la ricerca scientifica in questo campo, che si riflette in un mercato sempre più in crescita in tutto il mondo. L’attenzione si sta concentrando sui polisaccaridi dei funghi della cui membrana cellulare costituiscono ben l’80%. La metà sono la metà sono β-glucani. Questi ultimi, però, non sono sintetizzati dall'uomo e, pertanto, vengono riconosciuti dal sistema immunitario come molecole non proprie, inducendo così una risposta sia innata che acquisita in grado di proteggere dagli attacchi di microbi patogeni, tossine ambientali e agenti cancerogeni. Il concetto di sinergia è ben conosciuto nel campo dei prodotti naturali ed evidenze sono già emerse in ambito oncologico piuttosto che in infettivologia. Per quanto ne sappiamo, però, i nostri sono i primi dati sull'attività immunomodulatoria con diversi preparati a base di funghi. Nello specifico, questo studio ha rivelato un effetto sinergico sull'espressione di IL1-α, IL-6 e Tnf-α e Il-10. Sono necessari, però, ulteriori studi al fine di determinare nel dettaglio le modalità della risposta indotta dall'interazione tra i β-glucani dei funghi e i recettori presenti sui macrofagi”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
                      
           -nutrienti e supplementi-
          
                    &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Mon, 09 Dec 2019 09:31:12 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>CHETOGENICA ED EPILESSIA: STOP AD ATTACCHI IN UN CASO SU DUE NEI FARMACO-RESISTENTI</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/chetogenica-ed-epilessia-stop-ad-attacchi-in-un-caso-su-due-nei-farmaco-resistenti</link>
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         Una riduzione delle crisi epilettiche fino all’85% dei casi e una remissione totale degli attacchi nel 55% dei pazienti. È quanto osservato nelle persone con epilessia farmaco-resistente chiamati a seguire una dieta chetogenica. Sono i dati presentati in occasione del convegno Dieta chetogenica. Stato dell’arte esperienza italiana organizzato recentemente dal gruppo di studio “Dietoterapie in epilessia” della Lega italiana contro l’epilessia (Lice) presso l’Ospedale pediatrico del Bambino Gesù di Roma.
         
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          A consentire un adeguato livello di chetosi, cioè una condizione metabolica in cui vengono utilizzati corpi chetonici come fonte energetica, sono un basso apporto di carboidrati e un alto apporto di grassi in rapporto controllato. Un piano dietetico, dunque quello chetogenico, dove il 90% della razione alimentare è composta da lipidi, il 7% da proteine e solo il 2-3% da glucidi: una combinazione piuttosto lontana dalla dieta mediterranea che include in linea di massima il 10% di proteine, il 65% di carboidrati e 25% di lipidi.
         
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           “Si tratta di una terapia dietetica non adatta a tutti i pazienti”, sottolinea Oriano Mecarelli, del dipartimento di Neuroscienze umane dell'Università La Sapienza di Roma e presidente Lice.
         
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          “Le persone con epilessia candidate al trattamento hanno spesso una storia clinica complessa ed è fondamentale eseguire uno screening preliminare clinico e biochimico per escludere un problema congenito del metabolismo che possa essere aggravato dalla dieta. Prima di iniziare la dieta chetogenica sono inoltre necessari incontri con le famiglie dei pazienti mirati a fornire informazioni sulla preparazione dei pasti, sulla necessità di somministrare integratori vitaminico-minerali e su come monitorare i livelli di chetosi e gli eventuali effetti collaterali”.
         
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          Più precoce è l’inizio del trattamento, maggiore è la possibilità di successo. Per esempio, nell’epilessia mioclono-astatica dell’infanzia è stata dimostrata l’efficacia della dieta chetogenica con un forte effetto anticonvulsivante nell’86% dei pazienti. In questi casi, è di oltre il 70% la riduzione delle crisi epilettiche dopo due mesi di dietoterapia.
         
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          Un trattamento a tutti gli effetti, quello della dieta chetogenica, che però non può essere seguito per tutta la vita, tranne in alcune specifiche malattie metaboliche.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
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    &lt;br/&gt;&#xD;
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          Per i bambini che ottengono un controllo delle crisi maggiore del 50%, la dieta può essere proseguita per un periodo anche di due anni, a meno che non si verifichino effetti collaterali che richiedano la sospensione del trattamento. Questo piano dietetico-terapeutico può essere invece adottato per diversi anni dai bambini che raggiungono una remissione del 90% delle crisi epilettiche, con effetti collaterali quasi nulli.
         
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    &lt;br/&gt;&#xD;
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           “Si tratta di dati estremamente importanti”, dice Raffaella Cusmai, del dipartimento di Neuroscienze e neuroriabilitazione del Bambin Gesù e responsabile scientifico del gruppo di studio “Dietoterapie in Epilessia” della Lice. “Attualmente, nonostante l’introduzione di farmaci antiepilettici di nuova generazione, circa il 30% circa dei pazienti risulta farmaco-resistente. Pertanto, l’interesse della ricerca scientifica nei confronti della dieta chetogenica continua a rimanere alto e oggi ci invita ad approfondire alcune nuove prospettive emergenti come quello della relazione tra microbiota intestinale e cervello”.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
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  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Tra le novità discusse, infatti, anche quelle relative al legame tra microbiota intestinale ed epilessia, in riferimento alla dieta chetogenica. Secondo un recente studio, alcune specifiche alterazioni del microbiota indotte dalla dieta sono in grado di contribuire a un effetto antiepilettico.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
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    &lt;span&gt;&#xD;
      
                      
           -Tratto da Nutrienti e supplementi-
          
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    &lt;/span&gt;&#xD;
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      <pubDate>Sat, 30 Nov 2019 10:37:22 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Cibo che cura: nasce a Milano centro studi di eccellenza mondiale</title>
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         “Oggi si muore più di cattiva alimentazione che di droga, fumo, alcol e rapporti sessuali a rischio messi insieme. Siamo in 7 miliardi qui sulla Terra, compresi i 3 miliardi che non si nutrono adeguatamente e produrre cibo per così tante persone aumenta la temperatura globale, compromette la biodiversità, inquina e consuma suolo e acqua più di quanto la terra e i mari possano sopportare”.
         
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  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
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          Da queste premesse nasce l’Italian institute for planetary health – Iiph, un nuovo soggetto scientifico frutto dell’unione tra l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e l’Università Cattolica del Sacro Cuore con la partecipazione di Vihtali, spin off dell’Ateneo.
         
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  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
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  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Iiph si occuperà di ricerca su alimentazione e benessere con l’obiettivo di identificare i nutrienti con maggiore impatto sulla longevità e sulla salute della popolazione e dei singoli individui.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          A presiederlo, Carlo Salvatori, presidente di Lazard Italia e Aviva Italia. Vice-presidenti: Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri e Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Il 50% dei casi di morte o di disabilità nel mondo dipende da un'alimentazione con troppo sale, poca verdura e poca frutta e il 30% dei tumori potrebbe essere prevenuto con dieta e stili di vita sani” sottolinea Remuzzi. “Si sa però, per esempio, che i pomodori San Marzano inibiscono l'angiogenesi dei tumori e il resveratrolo contenuto nel vino rosso fa bene al cuore, salvo che a un 30% della popolazione che ha la variante di un gene che annulla questa proprietà”.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          I primi progetti vedono i ricercatori impegnati nello studio dei fattori che incidono sull’invecchiamento in salute della popolazione partendo dalla mappatura dell’Italia. Le analisi si focalizzeranno sulle differenze dei determinanti dal punto di vista, genetico, biologico, molecolare, epidemiologico e ambientale. Questa analisi verrà ampliata a livello internazionale, in particolare in Giappone, Paese che vanta un’elevata longevità come l’Italia, ma che presenta abitudini alimentari molto diverse.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Nella rosa delle iniziative, la ricerca di modelli alimentari, anche personalizzati, con l’impiego delle migliori tecnologie a disposizione (genomica, big data, intelligenza artificiale) per stabilire il rapporto tra diversi componenti alimentari nell’influenzare la salute dell’uomo; lo sviluppo di modelli di predizione e valutazione dell’impatto di sistemi alimentari sostenibili sul cambiamento climatico, sulla preservazione dell’ambiente e sulla biodiversità in attività di ricerca sulle tradizioni e abitudini alimentari su scala globale.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Diversi aspetti contribuiscono a rendere l’Italia un laboratorio ideale per sviluppare un progetto che dovrà avere un impatto globale”, prosegue Remuzzi. “Milano è stata sede dell’Expo, la manifestazione universale sul tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Siamo il Paese più longevo in Europa, grazie alla presenza di un Servizio sanitario che rende accessibile il diritto alla salute a tutti gli italiani, senza discriminazioni di reddito, di genere o di età. E non dimentichiamo che l’Italia ha una tradizione alimentare nella dieta mediterranea che contribuisce a una sensibile riduzione di diverse malattie come quelle cardiovascolari e i tumori”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Aggiunge Walter Ricciardi: “L’Istituto si avvarrà delle competenze presenti all’interno dell’Università Cattolica e del Mario Negri, ma intende aprirsi a collaborazioni nazionali e internazionali per promuovere un’alimentazione sana e sostenibile e per approfondire le correlazioni tra cambiamento climatico e salute, anche al fine di prevenire o mitigare gli effetti del riscaldamento globale e favorire un’agricoltura all’altezza delle sfide demografiche ed epidemiologiche del Pianeta”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;span&gt;&#xD;
      
                      
           Nicola Miglino
          
                    &#xD;
    &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Wed, 27 Nov 2019 09:38:51 GMT</pubDate>
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    </item>
    <item>
      <title>Microbiota, la nuova arma per combattere il cancro</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/microbiota-la-nuova-arma-per-combattere-il-cancro</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Le difese antitumorali potrebbero risiedere all’interno di quel variegato mondo di batteri, protozoi, funghi e virus che va sotto il nome di microbiota. Sono le indicazioni più recenti della ricerca che negli ultimi 10 anni ha prodotto qualcosa come 4 mila studi scientifici, prevalentemente di tipo pre-clinico, su questo tema e che ora comincia a fornire anche indicazioni cliniche al punto che l’Istituto nazionale dei tumori (Int) di Milano ha deciso di promuovere “Mibioc – The way of the microbiota in cancer”, convegno internazionale che dal 21 al 22 novembre prossimi ospiterà nel capoluogo lombardo esperti di tutto il mondo per un primo confronto su attualità e prospettive future del microbiota in ambito oncologico, dalla patogenesi alle terapie.
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Si è sempre pensato che ci fosse una correlazione tra la flora batterica, e quindi il microbiota, e il nostro organismo: oggi grazie allo studio di comunità microbiche, cioè la metagenomica, sappiamo che la popolazione batterica svolge un ruolo fondamentale nel conservare il nostro stato di salute”, spiega Riccardo Valdagni, presidente di Mibioc e direttore della radioterapia oncologica 1 nonché del programma prostata all’Int di Milano. “Mantenere un buon equilibrio tra batteri, funghi e virus che convivono nel nostro intestino ma anche nella bocca, sulla cute e nelle vie genito-urinarie è fondamentale per far funzionare al meglio il nostro organismo: è necessario infatti evitare la sopraffazione di un gruppo di batteri, virus, funghi o protozoi rispetto a un altro per ridurre la concentrazione di molecole pro-infiammatorie nel sangue. Allo stato attuale ci sono segni evidenti che il microbiota possa influenzare lo sviluppo di un tumore, ma come questo accada è ancora oggetto di studio. Ciò nonostante, è innegabile come i risultati finora ottenuti abbiano aperto la porta a una nuova e promettente area di ricerca per la cura del cancro che coinvolga il microbiota come parte integrante del nostro organismo e delle nostre difese”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Prostata e testa/collo sotto osservazione
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il profilo di microbiota, pur non essendo ancora un biomarcatore validato, sembra impattare non solo sull’efficacia delle terapie antitumorali, ma anche sulle tossicità derivanti dalle stesse.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il dipartimento di Radioterapia dell’Int, in collaborazione con il dipartimento di Oncologia sperimentale, sta conducendo uno studio avviato oramai tre anni fa e prossimo alla conclusione, con lo scopo di cercare di predire quali, tra i pazienti che ricevono radioterapia con scopo curativo per i tumori di prostata e testa/collo, sono più soggetti di altri a riportare effetti collaterali.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Circa il 10% dei pazienti con tumore alla prostata è più sensibile e a rischio di effetti collaterali anche severi e questa percentuale aumenta drammaticamente durante e dopo la radioterapia per i tumori della testa e collo”, sottolinea Ester Orlandi, Sc Radioterapia oncologica 2 all’Int di Milano. “Lo studio che stiamo facendo in Istituto si propone di affrontare il tema della sensibilità individuale alla radiazione con un approccio innovativo, cercando cioè di stabilire l’esistenza di un’associazione tra il tipo di microbiota e la probabilità di sviluppare effetti collaterali della radioterapia. Questo ci darà la possibilità di comprendere il ruolo del microbiota per il trattamento personalizzato dei tumori e in un futuro sviluppare strumenti, incluso quello dietetico, o anche probiotici e batteri sinteticamente ingegnerizzati attraverso i quali manipolare il microbiota stesso a fini terapeutici”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Tra immuno e antibiotico-terapia
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Il microbiota influenza in maniera attiva e importante anche l’efficacia della risposta all’immunoterapia, trattamento oncologico ormai standard per diversi tipi di malattia. Diversi studi hanno osservato che i pazienti in cui l’immunoterapia è efficace hanno un microbioma intestinale molto ricco di specie diverse, mentre nei pazienti resistenti al trattamento il repertorio del microbioma è più limitato.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “L’evidenza che un microbioma ricco in termini di diversità sia garanzia di un sistema immunitario più efficiente, sembra quindi consolidata”, precisa Licia Rivoltini, responsabile della struttura di  Immunoterapia dei tumori umani, presso l’Int di Milano. “Quindi, una dieta sana sembra essere al momento attuale un primo importante strumento di modulazione del microbioma nel regolare la risposta immunitaria antitumore”.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Un’altra delle poche implicazioni cliniche immediate riguarda l’uso degli antibiotici in pazienti oncologici sottoposti a immunoterapia. Infatti, data l’azione negativa che alcuni di questi farmaci possono svolgere sul microbioma, si cerca attualmente di limitarne l’uso in chi inizia un trattamento immunoterapico, con l’idea di non alterare l’equilibrio del microbioma nelle delicate fasi di attivazione della risposta immunitaria antitumore.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          “Allo stesso modo l’uso dei probiotici è ancora da approfondire” spiega Cecilia Gavazzi, responsabile all’Int di Milano della struttura di Nutrizione clinica. “Da un lato vi è l’indicazione all’utilizzo di probiotici contenenti lattobacilli per la prevenzione della diarrea, in pazienti con malattia addominale e candidati a chemio-radioterapia ma dall’altro ne è sconsigliato l’uso indiscriminato, specialmente se il paziente è immunodepresso per un possibile rischio di eventi avversi”.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
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  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Così conclude Valdagni: “La grande speranza è ovviamente quella di capire se attraverso una manipolazione del microbioma si possa un giorno rendere sensibili al controllo del sistema immunitario quei tumori che di natura non lo sono. Molte le strategie in corso di studio, dal trapianto fecale ai prebiotici, dai probiotici a vari interventi dietetici specifici. Non abbiamo però ancora alcuna indicazione in merito alla reale utilità di questo tipo di interventi, né che esistano microbi più o meno in grado di influenzare favorevolmente la risposta immunitaria antitumore”.
         
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  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Tue, 19 Nov 2019 18:24:57 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>L’OLIO DI FRITTURA RIUSATO FAVORIREBBE NEOPLASIE AL SENO</title>
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&lt;/div&gt;&#xD;
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         L’olio di frittura (o comunque portato ad alte temperature) riutilizzato favorirebbe neoplasie al seno Meglio cambiare olio. Una ricerca condotta da studiosi dell’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign ha preso in esame i rischi legati all’eccesivo riutilizzo di olio per friggere per chi soffre di cancro al seno. Nello studio si evidenzia come l’olio di frittura ripetutamente riscaldato ad alte temperature possa agire da innesco tossicologico, provocando cambiamenti a livello genetico e favorendo la proliferazione di cellule tumorali e metastasi. Una vera e propria “benzina” per il cancro al seno, stando a quanto emerso dall’analisi su un gruppo di topi a cui per 16 settimane sono state iniettate cellule di carcinoma mammario nelle tibie e a cui è stato fornito olio riscaldato più volte. Rispetto ai topi alimentati con olio fresco, in questi animali la crescita di metastasi è risultata quattro volte superiore con alti livelli della proteina Ki-67 che indica la velocità di crescita del tumore stesso.
        
                &#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Tue, 05 Nov 2019 14:16:53 GMT</pubDate>
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      <title>IL BURRO: COME SCEGLIERLO E FARLO DIVENTARE AMICO…</title>
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  &lt;span&gt;&#xD;
    
                    
          Soprattutto nella provincia Lombarda dove risiedo i piatti tipici sono risotto allo zafferano e cotoletta, per entrambi il burro è di rigore. Negli ultimi anni per motivi salutistici si è diffusa la tendenza a sostituire il burro con l’olio extravergine di oliva.
          
                    &#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           Questa abitudine non è necessariamente corretta. 
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           Dal punto di vista chimico il burro è un emulsione di Minuscole goccioline d’acqua disperse in un grasso. Le goccioline contengono principalmente proteine(caseine e proteine del siero) e lattosio lo zucchero del latte. In base al regolamento dell’Unione Europea il burro deve contenere almeno l’80% di grassi e al massimo il 16% di acqua. La sua preparazione è forse Uno dei metodi più antichi inventati dall'uomo per conservare i grassi del latte oltre 2000 anni fa. Ci si chiede inevitabilmente come potessero conservare tutto il burro prodotto. Certo d'inverno il panetto si poteva tenere fuori dalla finestra, ma quando faceva caldo? La risposta è semplice, infatti una volta si usava quello che oggi chiamiamo BURRO CHIARIFICATO ovvero un burro che contiene solo la parte grassa senza l'acqua e le proteine; ovvero un burro 100% grasso e perfetto per Chi è intollerante al lattosio. Purtroppo da vari test e soprattutto vari concorsi mondiali, hanno assodato che il burro italiano è  di qualità molto molto scadente, nelle graduatorie è molto più in basso del resto d’ europa con a volte giudizi poco lusinghieri.
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           Perchè il nostro burro è pessimo e fa male?
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           Nei paesi che producono burro di ottima qualità il latte appena munto viene spedito immediatamente in grandi centri di raccolta che lo lavorano immediatamente con un processo di centrifugazione, producendo o burro o latte parzialmente scremato o panna o formaggi e così via a seconda della domanda di mercato in quel momento. Quindi la sequenza di produzione è: dal latte fresco – si ottiene il burro – dall’avanzo si ottiene il formaggio (se c'è l'avanzo). 
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           In Italia non funziona cosi per diverse motivazioni.  Diciamo che la prima è economica e molto importante: il burro italiano è per oltre due terzi un sottoprodotto della lavorazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano che utilizza il latte per affioramento spontaneo della crema. Queste premesse implicano molti problemi. Primo tra tutti la produzione è molto lenta (attendere l’affioramento spontaneo invece di centrifugare) e spesso a temperature troppo elevate, con conseguente proliferazione di microorganismi indesiderati. Di conseguenza prima della preparazione del burro bisogna provvedere ad un processo chimico per eliminarli.  
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           Inoltre la sequenza di produzione in Italia è latte – formaggio – burro mentre nel resto dell’europa è latte- burro- formaggio,  quindi si ottiene il burro solo come prodotto secondario di formaggi. Quindi ricapitolando viene lavorato chimicamente per abbattere i batteri cresciuti all'interno e in più contiene tutti i residui del procedimento per l'ottenimento del formaggio. Questo ne altera la qualità e il gusto in modo drastico
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           Quindi tocca dire che i burri migliori sono stranieri. Inoltre in base alle proprie necessità fisiche (intolleranze, patologie sensibili a proteine del latte quali carcinoma mammario), consiglio il burro chiarificato dove le particelle di caseina e altre proteine del latte sono assenti ma è costituito dal 100% di grasso. 
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           Dopo essere stato demonizzato negli ultimi decenni, specialmente nell'Europa meridionale, il burro sta lentamente riacquistando popolarità e gli specialisti ne consigliano un consumo non eccessivo ma nemmeno troppo ridotto alternandolo all'olio extravergine d'oliva. Il burro è infatti meno calorico degli Oli, non è idrogenato o ottenuto chimicamente come molte margarine e ricco di fondamentali nutrienti come calcio, proteine del latte (se non chiarificato) e vitamina A. Ne è sconsigliato un utilizzo consistente nel caso di colesterolemia..
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           Ci terrei anche a sottolineare che il pur relativamente alto grado di saturazione dei grassi presenti ma su catene molecolari più brevi ne fa un alimento differente dagli altri Grassi saturi di derivazione animale (lardo, strutto, grasso della carne) o vegetale (Oli di cocco, Palma, margarina). Gli acidi grassi a corta e media catena più solubile in acqua si assorbono Infatti a livello intestinale per proseguire nel fegato il processo metabolico senza passare dalla fase di chilomicroni ed alle vie linfatiche dei grassi più pesanti e tossici.
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           È un alimento ricco di vitamina A e di sali minerali; Soprattutto nel paziente oncologico dove il carboidrato va diminuito drasticamente è un’ ottima fonte di grasso animale e quindi di energia. Nell’utilizzo bisogna solo fare attenzione al punto di fumo che nel burro è di 150 ° contro i 238 dell’olio di semi. Il punto di fumo è la temperatura a cui un grasso alimentare comincia a rilasciare sostanze volatili che divengono visibili sotto forma di fumo formando anche sostanze tossiche, quindi non va utilizzato ad alte temperature.
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;/span&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Thu, 17 Oct 2019 14:24:38 GMT</pubDate>
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      <title>LA SALUTE VIEN MANGIANDO... POCO</title>
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         - Studi internazionali spiegano come la restrizione calorica aiuti a prevenire i tumori.-
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
           La lista della spesa preventiva è un foglio di carta bianca su cui appuntare lo stretto necessario. Come sostiene anche l’Oms (organismo mondiale della sanità), il primo contributo alla cura delle malattie parte dall’impegno personale, dalla scelta della dieta. Insomma non bisogna “infiammarsi” di cibo o lasciarsi prendere per la gola, un vizio da cui metteva in guardia già Dante, perché le calorie rappresentano un fattore di rischio per malattie come cancro, diabete e coronarie ostruite. L’Airc ha anche fornito dei dati: il cancro si previene anche a tavola riducendo del 30 per cento la somma delle calorie ingerite. Occorre rimaner leggeri, come sostiene anche l’immunologo Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Rozzano (Milano) secondo cui la riduzione dell’apporto calorico «riduce la produzione di fattori di crescita e citochine che favoriscono l’infiammazione e la comparsa di tumori». Altro studio che indaga sul rapporto fra alimentazione e cancro è quello citato da Carlo La Vecchia, Università di Milano, che ha studiato la corrispondenza tra una dieta ricca di fibre e la riduzione del rischio di ammalarsi di tumore. R i p r o m o s s e , dunque, le famose cinque porzioni di frutta e verdura al giorno insieme ai cereali che possono aiutare a diminuire le probabilità di essere colpiti da neoplasie di bocca, gola, naso, seni paranasali, laringe (corde vocali), faringe, ghiandole salivari e tiroide. Anche gli ingredienti contano. L’olio extravergine di oliva, per esempio, è utile per contrastare i tumori intestinali. La scoperta è del gruppo di ricerca di Antonio Moschetta, a Bari, che ha dimostrato come il consumo quotidiano di EVO, ricco di acido oleico, mette in circolo una sostanza in grado di regolare la proliferazione cellulare e di apportare notevoli benefici. E i latticini? Al momento non è dimostrato che il consumo in dosi adeguate di latte e latticini possa condizionare la comparsa della malattia. Prudenza è invece raccomandata con i derivati del latte, ricchi in grassi, alle donne già colpite da un tumore al seno. Uno studio pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute ha infatti evidenziato un rischio più alto di incorrere in una recidiva tra le consumatrici più assidue. La causa sarebbe negli elevati livelli di estrogeni che si misurano nel grasso animale. Il consumo dell’alimento ricco di ormoni accresce la penetranza dei geni Brca, oncosoppressori che risultano mutati nel carcinoma della mammella. Un nuovo filone di ricerca propone un taglio alle calorie anche per protegge dalla diffusione locale e dalle metastasi, in caso di cancro della mammella. Una ricerca pubblicata su “Breast cancer research and treatment” suggerisce la restrizione calorica come strumento contrasto alla neoplasia. Un effetto in gran parte legato alla riduzione di alcuni micro Rna intracellulari che, secondo gli autori della ricerca, rappresenterebbe il meccanismo patogenetico alla base di questo effetto anti-tumorale. Insomma, astenersi sarebbe un elisir di lunga vita. Dieta forzata che stando a Nicole Simone, professore associato del dipartimento di Oncologia e Radioterapia della Thomas Jefferson University Radiation Oncology, attiva un particolare programma epigenetico, in grado di proteggere dalla diffusione del tumore. In particolare i ricercatori americani hanno scoperto che nelle cellule tumorali “affamate”, si riduce la concentrazione dei microRNA 17 e 20, presenti nei carcinomi tripli negativi metastatizzati. L’aumento di peso, quindi, favorirebbe la comparsa delle metastasi, mentre la restrizione calorica potenzierebbe gli effetti della radioterapia. La restrizione calorica secondi i ricercatori promuove delle alterazioni epigenetiche a livello del tessuto mammario, che rafforzano la matrice extracellulare; questo crea una sorta di “pellicola” intorno al tumore, che impedisce alle cellule tumorali di diffondersi in giro per il corpo. L’individuazione dei microRNA e la comprensione dei loro effetti fornisce dunque un modo per diagnosticare i tumori a maggior rischio di metastatizzazione e offre anche un nuovo target terapeutico. La messa a punto di farmaci capaci di ridurre il mir 17, ad esempio, potrebbe consentire di rafforzare la matrice extracellulare, esattamente come la dieta ipocalorica. Ma occorrerà avviare la procedura sull’uomo. Gli scienziati hanno infatti iniziato ad arruolare pazienti per il trialCaReFOR (Calorie Restriction for Oncology Research) per esplorare questa possibilità; nello studio verranno arruolate pazienti con tumore della mammella sottoposte a radioterapia, che riceveranno un counselling nutrizionale, mirato alla perdita di peso. Lo studio non dimostra che un’alimentazione ipercalorica può proteggere le persone da altri tipi di cancro ma è stato scoperto che nelle cellule del tumore al polmone l’espressione della proteina FKBP10 viene notevolmente ridotta nel momento in cui si adotta un’alimentazione ipercalorica. 
          
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <title>ACQUA E CALCOLI RENALI</title>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
         This is a subtitle for your new post
        
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
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&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  
                  
         Quando tra parenti e amici si parla di calcoli renali, sento sempre piu spesso elargire il consiglio di bere tanta acqua a residuo fisso basso (o poco “DURA”).
         
                  &#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Questi consigli  sono solo in parte corretti ma talvolta deleteri,  vediamo perchè.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          -	BERE TANTA ACQUA A VOLTE PEGGIORA IL QUADRO CLINICO
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Senz’altro un consiglio che trova giustificazione nella lettratura scientifica è che bere tanta acqua aiuta nel caso della PREVENZIONE della formazione del calcolo. Gli studi infatti evidenziano che le popolazioni spinte a bere almeno 2 litri di acqua al giorno hanno una percentuale di formazione di calcoli renali piu bassa del 40% rispetto alla popolazione di persone che beve massimo 1lt di acqua. Si è visto anche,  che nei paesi caldi, dove c’è maggiore sudorazione e un NON adeguato reintegro, c’è una maggiore concentrazione delle urine e di conseguenza formazione di calcoli.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Quando però si è gia in presenza di calcoli, deve essere un esperto a valutare la quantità di acqua da bere. Infatti vi sono alcuni quadri clinici per i quali bere eccessive quantità di acqua puo favorire alcune complicanze come le coliche renali, ostruzioni renali ecc, casi legati generalemtente al fatto che la diluizione delle urine puo favorire il movimento del calcolo. Di conseguenza chiedere sempre all’esperto come comportarsi
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          -	RESIDUO FISSO ALTO E DUREZZA DELL’ACQUA POTABILE SONO UNO “SCUDO”
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Un altro consiglio spesso elargito è appunto quello di bere sempre acqua in bottiglia e a basso residuo fisso in quanto indice della loro concentrazione di magnesio e calcio che deve rimanere basso. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Probabilmente la gente (a digiuno di basi di chimica) è portata a pensare  che dal momento che la maggiorparte dei calcoli renali è formata da precipitati di ossalato di calcio, sia meglio evitare di aggiungere altro calcio che si accumulerebbe sul calcolo. Tale credenza è assolutamente errata e non affatto giustificata dagli studi scientifici. Anzi, numerosissimi studi confermano l’esatto contratio. In particolare dimostrano infatti che l’acqua ad alto residuo fisso è PROTETTIVA riguardo ai calcoli. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Infatti sia il magnesio che il calcio presenti nell’acqua sembrano svolgere un ruolo fondamentale nella prevenzione della formazione dei calcoli. Le uniche evidenze negative sui Sali contenuti nell’acuqa riguardano il Sodio, la cui presenza è legata ad un aumento delle dimensioni dei calcoli renali. 
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    
                    
          Questo dimostra che l’importante è bere tanta acqua con un buon residuo fisso ma possibilmente iposodica (con poco sodio). Queste caratteristiche corrispondono alle leggi a cui deve sottostare anche l’acqua del rubinetto (per essere definita potaabile). Questa infatti è a residuo fisso medio e iposodica. Quindi non serve per forza acquistare le bottiglie al supermercato pensando che sia di qualità supriore.
         
                  &#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
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      <pubDate>Thu, 29 Aug 2019 15:46:41 GMT</pubDate>
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      <title>QUAL’ È LA DIFFERENZA
TRA CONGELATO E SURGELATO?</title>
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  Sottotitolo del nuovo post

                
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
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&lt;style&gt;
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  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Surgelato o
congelato, in entrambi i casi facciamo riferimento ad una tecnica che prevede
un abbassamento drastico della
temperatura di un alimento con l’obiettivo di conservarlo più a
lungo possibile. Tuttavia si tratta di due tecniche molto diverse tra loro, che
seguono procedimenti talmente distinti da portare a risultati molto diversi
sulla qualità del 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;u&gt;&#xD;
      
                      
                      
      cibo da conservare
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/u&gt;&#xD;
    
                    
                    
    .  Comprendere la differenza tra un prodotto congelato e uno surgelato è importante
per fare dunque una scelta consapevole quando abbiamo bisogno di 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/come-conservare-la-carne-consigli/"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      conservare un cibo
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     oppure
vogliamo acquistarne uno al supermercato.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    CONGELARE, UNA
SOLUZIONE TIPICA CASALINGA 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    La 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.ilgiornaledelcibo.it/congelamento-degli-alimenti-quali-buone-norme/"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      congelazione
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     è un sistema di conservazione “fai da te” che porta l’alimento,
crudo oppure cotto, ad una temperatura sotto lo 0°C, riponendolo nel freezer. È
sicuramente capitato a tutti, almeno una volta, di scegliere di conservare in
questo modo porzioni di cibo avanzato o preparato per essere utilizzato
settimane dopo, riposti in ordinati sacchetti o contenitori dove è utile indicare sempre la data di congelamento.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Si tratta di un metodo molto
efficace per allungare il tempo di
conservazione dei cibi, tuttavia presenta alcune criticità da tenere
presenti
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Infatti va
ricordato che all’interno dei cibi esistono numerose molecole di acqua che
quando vengono congelate lentamente formano dei grossi cristalli di ghiaccio
negli alimenti causando danni alla struttura biologica degli alimenti. Ovvero
questi cristalli “tirano e spingono” distruggendo almeno parzialmente le altre
molecole presenti nell’alimento, quali vitamine,  proteine ecc.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Di conseguenza, l’alimento non conserva intatti i valori nutritivi e organolettici originali di quando era fresco. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Per fare un esempio pratico, vi sarà sicuramente capitato
di dimenticare in congelatore una bottiglia d’acqua. Quando andate a
recuperarla la confezione si è deformata o è addiritttura esplosa perchè le
molecole d’acqua che piano piano vengono portate a basse temperature occupano
una superficie decisamente maggiore. La stessa cosa avviene all’interno degli
alimenti, i grossi cristalli che si formano potrebbero deformare o rompere le
altre sostanze nutritive dell’alimento congelato.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    SURGELARE, UNA SOLUZIONE INDUSTRIALE INECCEPIBILE SE
FATTA SECONDO LEGGE 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    A differenza di un prodotto congelato, uno surgelato risponde a determinate
regole fisse, evidenziate anche dall’Istituto
Italiano Alimenti Surgelati. In particolare, l’alimento raggiunge la temperatura di -18°C in modo estremamente rapido .
La tempistica è cruciale perché è proprio in questa fase che emerge la
principale differenza rispetto alla congelatura: infatti, la rapidità di
raffreddamento fa sì che l’acqua venga bloccata nella posizione in cui si
trova, facendo si che si formino dei cristalli molto piccoli che non condizionano la struttura
biologica dell’alimento.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Inoltre, le proprietà del cibo si mantengono intatte anche
in virtù del fatto che la temperatura di conservazione deve essere stabilmente
mantenuta al di sotto dei -18°C in modo che enzimi e altre cellule vive non
possano continuare ad intaccare la qualità dell’alimento.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Di fatto, l’obiettivo della
surgelazione è provare a conservare tutte le proprietà del cibo il più a lungo
possibile, in modo che, una volta in tavola, il prodotto sia paragonabile al
fresco.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Questo processo cosi rapido è possibile però grazie ad attrezzatura
specifica non applicabile in casa ma solo a livello industriale.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Dal momento che
l’obiettivo è garantire una forma di equiparazione tra il prodotto fresco e
quello surgelato, la legge prevede che le materie prime debbano essere rigorosamente:
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;ul&gt;&#xD;
    &lt;li&gt;&#xD;
      
                      
                      
      sane;
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/li&gt;&#xD;
    &lt;li&gt;&#xD;
      
                      
                      
      in buone condizioni igieniche;
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/li&gt;&#xD;
    &lt;li&gt;&#xD;
      
                      
                      
      di adeguata qualità merceologica;
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/li&gt;&#xD;
    &lt;li&gt;&#xD;
      
                      
                      
      necessariamente fresche.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/li&gt;&#xD;
  &lt;/ul&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Frutta,
verdura, pesce e carni, dunque, possono essere surgelati solo se rispondono a
queste caratteristiche specifiche. Ma è cruciale anche il confezionamento del prodotto: infatti,
gli alimenti così conservati devono essere venduti al consumatore in confezioni
originali, chiuse dal produttore con materiale idoneo a proteggere il prodotto
e assicurarne la conservazione.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Tue, 23 Jul 2019 17:29:04 GMT</pubDate>
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      <title>UNA DIETA  A BASSO INDICE GLICEMICO E IL TUMORE  “MUORE DI FAME”</title>
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  &lt;/a&gt;&#xD;
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  &lt;p&gt;&#xD;
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  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Attraverso uno
studio pre-clinico un gruppo di ricercatori italiani ha individuato l’esistenza
di un meccanismo per far morire di fame le cellule tumorali.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Questo studio inizialmente
condotto sui topi è attualmente in fase preclinica e combina una dieta a basso
indice glicemico e l’utilizzo della metformina, un medicinale utilizzato nel
diabete di tipo due o insulino resistente. Lo studio domotra come questo
abbinamento fa innescare una reazione a catena che uccide le cellule tumorali
facendole letteralmente  “morire di fame”.
Il tumore infatti, come gia noto da tempo, sposta il suo metabolismo a favore
della glicolisi, overo si nutre prevalentemente di zucchero che riesce a
trovare in grandi quantità in una dieta ad alto indice glicemico. Spostare la
dieta verso uno stile povero di carboidrati e soprattutto a basso indice
glicemico, affama il tumore rendendolo piu vulnerabile. In alcuni casi però le
cellule tumorali sono in grado di spostare nuovamente il metabolismo verso la
fosforilazione ossidativa nel disperato tentativo di sopravvivere. In questa
situazione la metformina riesce a bloccare la fosforilazione ossidativa non
lasciando piu alcuno scampo alle cellule cancerogene.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Uno dei numerosi
studi che ha portato a questa scoperta è stata codotta dal Prof. Minucci (dell’Istituto
Europeo di Oncologia di Milano) che spiega: ‘abbiamo mirato al fenomeno della
plasticità metabolica, la strategia con cui la cellula cancerosa si adatta
passando dalla glicolisi alla fosforilazione ossidativa e viceversa, in
condizioni di mancanza di nutrimento. Riducendo il tasso glicemico con la dieta
e somministrando metformina, abbiamo inibito la plasticità metabolica e fatto
morire le cellule tumorali’.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
     Il fattore deterinante del processo è l’attivazione
della proteina chiamata 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      PP2A
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e del
suo circuito molecolare:  “I pazienti che
presentano mutazioni in questo circuito -prosegue Minucci-  risultano immuni alla futura teraia con dieta
e metformina’. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  
                  
                  
  

Il prossimo passo sul quale la ricerca si sta focalizzando, è verificare
la tollerabilità della combinazione Metformina / regime alimentare ipoglicemico
/ chemioterapia. A breve partirà la sperimentazione clinica
  
                  
                  &#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
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      <pubDate>Fri, 12 Jul 2019 18:15:27 GMT</pubDate>
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  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Alimentazione e Asma
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    L'asma è una malattia cronica infiammatoria abbastanza diffusa, che interessa le vie respiratorie; i sintomi risultano piuttosto variabili (dispnea, tosse, oppressione toracica e difficoltà respiratoria), ma nella consuetudine si associano ad ostruzione reversibile del flusso d'aria e a broncospasmo.  Le cause sono poco chiare e verosimilmente promiscue tra fattori genetici ed altri ambientali. La diagnosi è solitamente basata sui sintomi, sulla risposta alla terapia farmacologica e sulla spirometria. L’asma se non provocata da allergie chiare e documentate, possono essere causate da vari fattori.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Asma e Obesità
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Si è evidenziata una correlazione più che significativa tra l'insorgenza di obesità e l'incidenza diagnostica (o il peggioramento) della condizione asmatica (soprattutto negli ultimi anni).
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Tra i fattori responsabili di questa correlazione si evidenziano soprattutto:
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  una riduzione della funzione respiratoria a causa dell'accumulo di grasso
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  e lo stato pro-infiammatorio metabolico indotto dall'eccesso di tessuto adiposo (comune all'asma).
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Inoltre, la comorbilità tra malattia asmatica e sovrappeso grave può essere riferita al cosiddetto “stile di vita occidentale”, ovvero: inattività fisica, pochi antiossidanti e lunga permanenza negli ambienti chiusi. In definitiva, l'obesità rappresenta un fattore non allergico, predittivo ed indipendente dagli altri in merito alla comparsa dall'asma.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Asma e Antiossidanti
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Un altro fattore dietetico che sembra alterare l'incidenza e la gravità dell'asma è la presenza di antiossidanti.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il gruppo degli antiossidanti è chimicamente molto eterogeneo; ha la funzione di limitare lo stress ossidativo intervenendo a vari livelli (in base alla molecola specifica), ma l'azione del singolo elemento è amplificata da quella di tutti gli altri.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Senza entrare troppo nello specifico, ricordiamo che gli antiossidanti possono essere endogeni (prodotti dall'organismo) ed esogeni (assunti con gli alimenti). Ovviamente, maggiore è la quota delle molecole introdotte con la dieta, superiore è il livello difensivo.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Oltre a combattere i radicali liberi, gli antiossidanti sono in grado di esercitare un'azione antinfiammatoria, antitumorale, ipocolesterolemizzante, ipoglicemizzante, protettiva dall'aterosclerosi ecc.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Gli antiossidanti esercitano un ruolo protettivo dall'asma grazie alla loro capacità di prevenire l'infiammazione sistemica che, come abbiamo visto nell'obesità, è coinvolta nell'eziologia di questo disturbo.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Gli antiossidanti alimentari più comuni sono:
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Vitaminici: provitamina A (carotenoidi), vitamina C (acido ascorbico) e vitamina E (tocoferoli o tocotrienoli)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Sali minerali: Zinco e Selenio
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Sostanze fenoliche: antocianine, flavonoidi, flavoni, acidi fenolici, alcoli fenolici, secoridoidi, acidi idrossicianimidici ecc
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Tannini
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Clorofilla
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Melanoidine
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Caffeina e simili.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Asma e Allergeni
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Quasi tutti gli allergeni sono sostanze naturalmente presenti nell'ambiente che entrano nell'organismo per inalazione, con gli alimenti o con i farmaci. Risulta quindi lecito dedurre che anche gli allergeni alimentari - in particolare quelli dell'uovo, del latte, delle noci e del pesce - possano determinare l'insorgenza dell'asma.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    D'altro canto, non è ancora stato dimostrato che gli allergeni presenti negli alimenti abbiano il potere di scatenare in maniera indipendente una sintomatologia di tipo asmatico.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Nell'asma di natura professionale (diversa rispetto all'aggravamento di una forma preesistente), si riscontra una certa incidenza tra gli operatori che lavorano negli stabilimenti di natura alimentare (produzione di farine - asma del fornaio) o di additivi alimentari. Queste forme, assieme agli altri tipi di asma professionale, costituiscono fino al 15% del totale.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Asma e Additivi Alimentari
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Ancora una volta responsabili di effetti avversi sulla salute umana, alcuni additivi alimentari sono stati accusati di scatenare crisi respiratorie (dispnea acuta).
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Tra questi, sono coinvolti soprattutto i conservanti ed i coloranti, potenzialmente responsabili di broncospasmo.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Sembra che la scarsa tolleranza o l'assunzione eccessiva di solfiti possa indurre una bronco-costrizione sovrapponibile ad un vero e proprio attacco d'asma; le forme più nocive sono quelle dei metabisolfiti di sodio e potassio, o E223 e E224, impiegati soprattutto nella vinificazione.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Non solo, anche il colorante azoico E107 o Giallo 2G può scatenare una sintomatologia bronchiale sovrapponibile allo stato asmatico; questo additivo di natura sintetica viene impiegato per colorare di giallo gli alimenti come, ad esempio, la maionese.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Migliorare l’asma aiutandosi con la dieta
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    A causa delle preoccupazioni circa gli effetti collaterali dei farmaci utili alla cura dell'asma, il progresso scientifico si è orientato verso ricerca di alimenti o nutrienti in grado di controllare l'insorgenza e l'aggravamento di asma.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Questi interventi alimentari sono finalizzati prevalentemente a ridurre la risposta infiammatoria globale. Una sperimentale del 2014 intitolata “Dietary interventions in asthma” ha rivelato che gli acidi grassi saturi possono aumentare la risposta infiammatoria mediante l'attivazione dei recettori “pattern recognition”.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    All'opposto, gli acidi grassi polinsaturi omega-3 possono svolgere un'azione antinfiammatoria tramite meccanismi di modifica della produzione di eicosanoidi buoni.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Peraltro, gli antiossidanti di cui abbiamo parlato nei capitoli precedenti possono esercitare effetti antinfiammatori di notevole rilievo come, ad esempio, l'annullamento dei radicali liberi (prevenendo l'attivazione di certi fattori di trascrizione come il NF-kB).
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Infine, come anticipato, l'obesità è in grado di aumentare l'infiammazione sistemica a causa del rilascio di mediatori chimici da parte del tessuto adiposo.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Da quanto citato nei capitoli precedenti ed in base a quanto specificato nella ricerca, pare evidente che una buona dieta contro l'asma debba avere le seguenti caratteristiche:
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Calorie necessarie a mantenere il peso o a ridurlo (in caso sia eccessivo)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Aumento dell'attività fisica auspicabile (se tollerata)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Prevalenza degli acidi grassi insaturi sui saturi con enfatizzazione dell'apporto in polinsaturi del gruppo omega-3 (alfa-linolenico, EPA e DHA )
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Riduzione, non solo percentuale ma assoluta, dei grassi saturi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Aumento, non solo percentuale ma assoluto, dei grassi omega-3
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Ricchezza di antiossidanti ad azione antinfiammatoria come, ad esempio, quelli vitaminici, minerali e di natura fenolica
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Assenza di additivi alimentari potenzialmente nocivi per l'asma.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    In termini pratici è possibile affermare che:
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Se il peso è eccessivo, la dieta per l'asma deve favorire il dimagrimento in associazione ad un protocollo di attività motoria stabilito con il medico curante ed un tecnico sportivo
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Eliminare tutti i formaggi grassi, molti di quelli stagionati e le carni grasse (delle quali fanno parte soprattutto i salumi, gli insaccati freschi, la pancetta, le costine ecc)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Prediligere le carni bianche e i pesci; questi, se ricchi in omega-3, possono essere concessi anche con percentuali di grasso più elevate
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Condire solo con olio extravergine di oliva o, al limite, con altri oli vegetali spremuti a freddo e ricchi di antiossidanti, fitosteroli e grassi insaturi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Consumare almeno 2 porzioni di verdura e 2 di frutta al giorno
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Ridurre al minimo i cibi lavorati, raffinati e confezionati
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    •  Eliminare i vini contenenti solfiti; al limite, prediligere i biologici o biodinamici.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Parzialmente tratto da 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/alimentazione/dieta-asma.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      https://www.my-personaltrainer.it/alimentazione/dieta-asma.html
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
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      <pubDate>Tue, 02 Jul 2019 13:58:10 GMT</pubDate>
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      <title>Il Ginseng per sviluppare e rinforzare il sistema Immunitario.</title>
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   UnhideWhenUsed="false" QFormat="true" Name="Book Title"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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&lt;style&gt;
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&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    E’ doveroso cominciare
definendo cos’è il Ginseng. Con questo termine, infatti, solitamente si intendono
numerose speci di piante appartenenti alla famiglia delle Arialiaceae. Il nome
Ginseng deriva dal vocabolo giapponese Rensheng che significa UOMO,
probabilmente per l’aspetto. Tra tuttte le speci di questa famiglia, quella che
piu viene utilizata e studiata per le incredibili proprietà è  la  Panax
Ginseng, che cresce in Cina. Gli effetti piu noti di questa pianta sono la sua
azione 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      antitumorale, contro le malattie
neuro degenerative, per l’insulinooresistenza e in opposizione
all’ipertenzione.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Tutte queste proprietà, in
realtà, sono dovute alla sua capacità di 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      indurre
l’omeostasi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      del sistema immunitario 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    (autorigenerazione
del sistema immunitario ) e di migliorare la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      lotta agli agenti patogeni
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . Inoltre, in numerosi articoli scientifici,
viene anche descritto come il ginseng in caso di malattie autoimmuni è al
contrario in grado di bloccare parzialmente il sistema immunitario portando
benefici al soggetto. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Ma entriamo un pochino nel
dettaglio. Innanzittutto va spiegato brevemente che il sistema immunitario si
divide in immunità INNATA e ACQUISITA
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    IMMUNITA' INNATA
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    È la prima barrira contro le
infezioni da parte di sostanze estraee di ogni genere. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Comprende:
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    1. Barriere fisico/chimiche, come la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/fisiologia/pelle.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      pelle
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    2. Cellule, quali i 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Macrofagi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , le

    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Natural killer
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e le cellule 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Dendritiche
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     che sono tutte cellule in
grado di fagocitare (mangiare) e distruggere gli agenti patogeni
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    3. 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/proteine.htm"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Proteine
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     del 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/Sangue.htm"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      sangue
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , come i complementi e le citochine 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Gli esperimenti scientifici dimostrano chiaramente come i 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Macrofagi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , trattati con i polisaccaridi
(carboidrati) del ginseng (
    
                    
                    &#xD;
    &lt;em&gt;&#xD;
      
                      
                      
      RGAPs 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/em&gt;&#xD;
    
                    
                    
    e 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;em&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Ginsan
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/em&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ) aumentano la loro 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/biologia/fagocitosi.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      fagocitosi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     (cattura dei patogeni), e sono spinti a produrre fattori molto
importanti come il
    
                    
                    &#xD;
    &lt;em&gt;&#xD;
      
                      
                      
       TNF-alfa
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/em&gt;&#xD;
    
                    
                    
     (
    
                    
                    &#xD;
    &lt;em&gt;&#xD;
      
                      
                      
      fattore di necrosi tumorale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/em&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , fattore che guida la
morte delle cellule 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;i&gt;&#xD;
      
                      
                      
      impazzite
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/i&gt;&#xD;
    
                    
                    
    )
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Molte ricerche presenti in
letteratura evidenziano che l'
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/integratori/estratti-vegetali.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      estratto
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     di ginseng ha lo stessa
capacità nel  migliorare le funzioni
delle cellule 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Natural killer
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    .
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    È anche interessante notare che gli effetti stimolatori
del ginseng sulle cellule natural killer sono stati osservati anche in
individui immunodepressi.  Questo rende
il Ginseng un’ottima arma per chi soffre di 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/sindrome-stanchezza-cronica.html"&gt;&#xD;
      &lt;i&gt;&#xD;
        
                        
                        
        Sindrome da Stanchezza
Cronica
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/i&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/sindrome.html"&gt;&#xD;
      &lt;i&gt;&#xD;
        
                        
                        
        Sindrome
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/i&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;em&gt;&#xD;
      
                      
                      
       da Immunodeficienza Acquisita
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/em&gt;&#xD;
    
                    
                    
     (
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/aids-hiv.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      AIDS
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ).
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il sistema immunitario INNATO
, oltre a svolgere funzione difensiva appena descritta, genera anche un segnale
di allarme per la presenza dell'infezione. Questo segnale serve ad attivare quella
che si chiama Immunità Acquisita o immunità di secondo livelloe questo compito è
svolto soprattutto dalle cellule Dendritiche.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Anche in questo caso il
ginseng svolge un'azione stimolante sulle cellule dendritiche favorendone la
maturazione e la capacità di migrare verso i linfonodi dove incontrano le
cellule del sistema immunitario acquisito e le stimolano piu efficientemente a specializzarsi
e a partire per combattere l’infezione. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    IMMUNITA' ACQUISITA
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Le principali cellule dell’ immunità acquisita sono:
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    1. 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/fisiologia/linfociti.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Linfociti T
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    2. 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/fisiologia/linfociti.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Linfociti B
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Alcune sostanze definite 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;i&gt;&#xD;
      
                      
                      
      ginesenosidi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/i&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ,
presenti solo nel ginseng  (Rc, Rd, Rg1
ed il Ginsan) stimolano la proliferazione di tutte queste cellule e la loro
abilità a produrre citochine che richiamano sempre piu cellule ‘’SORELLE’’ in aiuto
alla lotta contro il patogeno.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Un altro effetto strabiliante del Ginsan è svolto nel caso di patologie
autoimmuni, dove è in  grado di
richiamare cellule T con specifica funzione di regolare la risposta immunitaria
(che impediscono l'attivazione di risposte
autoimmuni) con un effetto favorevole sulla patologia.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  
                  
                  
  

Quindi
un’assunzione regolare giornaliera di ginseng ci aiuta a rispondere piu
efficientemente in caso di malattia. La radice è efficace gia a bassissime dosi,
infatti se ne consiglia l’assunzione di 1-2 grammi al girno. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Thu, 23 May 2019 15:19:41 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/il-ginseng-per-sviluppare-e-rinforzare-il-sistema-immunitario</guid>
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    </item>
    <item>
      <title>Kefir o Yogurt ?</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/kefir-o-yogurt</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/123250.jpeg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
                  
  Il Kefir questo sconosciuto

                
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;
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&lt;/style&gt;
&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Quando si parla di yogurt e kefir c’è grande confusione.
Questo forse perchè i prodotti possono apparire simili, ma le differenze sono invece
significative, non solo per il 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      gusto
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     ma anche per 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      caratteristiche organolettiche
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    .
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Lo yogurt è chiamato tale solo se si tratta di latte vaccino fermentato da
due soli batteri: Lactobacillus Bulgaricus e Streptococcus Termophilus. Anche
se in commercio spesso lo yogurt contiene fino a 5 ceppi diversi di batteri.
Questi però hanno un grosso difetto, sono batteri di natura 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      transitoria
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , ovvero non colonizzano il
tratto digestivo. Sono sicuramente una base iportante perchè  forniscono cibo ai batteri benefici gia
presenti nell’intestino e aiutano a mantenere pulito il tratto digerente. I
batteri dello yogurt tuttavia non lo colonizzano loro stessi, ma vi passano
semplicemente attraverso cosa che ne richiede un costante utilizzo per avere
dei benefici sulla salute.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    
Il Kefir invece contiene decine di diversi tipi
di fermenti lattici che riescono ad arrivare vivi e attivi nell'intestino e non
vi passano semplicemente in mezzo, ma riescono a colonizzare tutto il colon,
ristabilendo cosi una fluora batterica buona permanente. Questa riesce cosi a
migliorare e regolarizzare in modo permanente le funzioni intestinali,
rafforzano le difese immunitarie e apportano al nostro organismo aminoacidi
essenziali, vitamina (
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Vit.A, Vit.B2,
Vit.B6, Vit.B12, Vit.D
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ) e minerali ( 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Calcio
e fosforo
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ).
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    In particolare per l'elevato contenuto di 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/aminoacidi-amminoacidi.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      amminoacidi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     essenziali  il kefir si presta all'alimentazione di chi ha
un maggior 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/nutrizione/apporti-proteici.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      fabbisogno proteico
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . È il caso soprattutto dei soggetti in 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/crescita-bambino.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      accrescimento
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , delle donne incinte o delle 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/nutrizione/allattamento-alimentazione.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      nutrici
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , dei soggetti con uno scarso assorbimento
intestinale. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Per quanto riguarda invece le vitamine, il gruppo B sono fattori
coenzimatici vitali per il metabolismo di tutti i tessuti la vit. A 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/fisiologia/lipofilia.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      liposolubile
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     è necessaria al differenziamento
cellulare, alla funzione visiva, a quella riproduttiva e la Vit.D per fissare il
calcio nelle ossa.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Proprio per l'elevato 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/calcio-alimenti.htm"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      contenuto
di calcio
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e fosforo, costituenti delle ossea, il kefir è un valido alleato
durante l'accrescimento, in terza età e in presenzadi osteoporosi; il fabbisogno
di questi minerali aumenta anche in 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/gravidanza.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      gravidanza
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/allattamento.html"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      allattamento
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    .
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Per ultimo, ma decisamente di notevole importanza, il Kefir, a differenza
dello Yogurt, contiene anche 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      lieviti
“buoni"
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     (assenti nello yogurt), che permettono la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      distruzione
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     dei lieviti patogeni per il nostro intestino (es. 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Candidosi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ) , annidandosi nelle pareti
intestinali e creando una specie di “effetto barriera”. La granulosità del
caglio di Kefir è più fine di quella dello yogurt, di conseguenza il Kefir
risulta più facilmente digeribile.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Fri, 29 Mar 2019 11:40:00 GMT</pubDate>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/kefir-o-yogurt</guid>
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        <media:description>thumbnail</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Le fibre alimentari non sono tutte uguali</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/le-fibre-alimentari-non-sono-tutte-uguali</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
                  
  Le fibre alimentari: solubili o insolubili?

                
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/54.jpeg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;p&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Con il termine di fibra alimentare si intende una classe di sostanze presenti nella dieta umana, di origine vegetale, NON DIGERIBILI dagli enzimi dell’apparato digerente dell’uomo. Ovviamente una sostanza vegetale può essere non digeribile per l’uomo ma digeribile per un altro mammifero. Poichè non sono digerite, esse raggiungono immodificate il colon, dove possono essere sottoposte a
      
                      
                      &#xD;
      &lt;em&gt;&#xD;
        
                        
                        
        fermentazione più o meno ampia da parte della flora batterica presente in questo tratto dell’intestino
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/em&gt;&#xD;
      
                      
                      
      . Se le fibre sono fermentabili, si generano nel colon sostanze gassose, prevalentemente metano, anidride carbonica e sostanze volatili aromatiche. E’ la formazione di questi gas che induce gonfiori e il meteorismo dopo assunzione di alimenti particolarmente ricchi di 
      
                      
                      &#xD;
      &lt;em&gt;&#xD;
        &lt;b&gt;&#xD;
          
                          
                          
          fibra fermentabile
        
                        
                        &#xD;
        &lt;/b&gt;&#xD;
      &lt;/em&gt;&#xD;
      
                      
                      
      , come i legumi, la frutta acerba o alcune verdure (cavoli, verza etc).
      
                      
                      &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/p&gt;&#xD;
    &lt;p&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/p&gt;&#xD;
    &lt;p&gt;&#xD;
      &lt;!--StartFragment--&gt;    &lt;/p&gt;&#xD;
    &lt;p&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Le fibre possono essere classificate in 
      
                      
                      &#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        solubili
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
       o 
      
                      
                      &#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        insolubili
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      . In seguito ai processi di degradazione batterica che avvengono nela prima parte dell'intestino (
      
                      
                      &#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        ileo
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      ), le fibre 
      
                      
                      &#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        solubili
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
       formano un’amalgama gelatinoso nel quale vengono imbrigliati sia i lipidi che alcuni glucidi complessi, interferendo quindi con il loro assorbimento. Ciò spiega la ragione per cui le diete con elevate concentrazioni di fibre solubili (pectina, galattomannano e gomme), tendono a ridurre i livelli di trigliceridi e colesterolo nel sangue. Però la formazione dell’amalgama gelatinoso rallenta il transito intestinale e quindi, diversamente da quanto si crede, la fibra solubile NON aiuta lo svuotamento intestinale.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/p&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Per contro, le fibre non sottoposte a degradazione (
      
                      
                      &#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        non solubili o insolubili
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      ), accelerano il transito intestinale perché trattengono elevate quantità di acqua, aumentando il volume delle feci. È per tale ragione che nei casi di stitichezza (
      
                      
                      &#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        stipsi
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      ) la dieta deve essere ricca soprattutto di fibra insolubile (cellulosa, emicellulosa e lignina).
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
                      
      L’Organizzazione Mondiale della Sanità suggerisce che nella dieta di un soggetto sano 
      
                      
                      &#xD;
      &lt;em&gt;&#xD;
        &lt;b&gt;&#xD;
          
                          
                          
          siano presenti almeno 10 g di fibra totale (solubile più insolubile) ogni 1.000 kcal assunte.
        
                        
                        &#xD;
        &lt;/b&gt;&#xD;
      &lt;/em&gt;&#xD;
      
                      
                      
       Conseguentemente, in una dieta da 2.000 kcal giornaliere devono essere presenti almeno 20 g di fibra correttamente suddivisa. Purtroppo, i processi industriali di preparazione delle farine tendono ad eliminare la componente fibrosa dei cerali, sicché il contenuto in fibra della dieta occidentale si è ridotto sensibilmente negli ultimi 50 anni, soprattutto nei soggetti che hanno una dieta povera di verdura e legumi.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
                      
      L’elevata incidenza di stipsi e malattie associate (diverticolite, crampi, gonfiori, 
      
                      
                      &#xD;
      &lt;a href="https://www.nutrizioneesalute.it/diagnosi-malattie/emorroidi"&gt;&#xD;
        
                        
                        
        emorroidi
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/a&gt;&#xD;
      
                      
                      
      , infiammazioni, malnutrizione, neoplasie del colon etc) è dovuta al ridotto consumo di verdure grezze ed all’impiego di derivati cerealicoli troppo raffinati. Negli ultimi anni è stata riconosciuta l’importanza fisiologica della fibra, ed oggi numerosi ditte dell'industria alimentare utilizzano volutamente farine poco lavorate (o aggiungono separatamente crusca), con l’intento di aumentare il contenuto di fibra dei loro prodotti (pane e pasta integrale, yogurt arricchiti con fibra etc).
      
                      
                      &#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;!--EndFragment--&gt;    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;table&gt;&#xD;
      &lt;tbody&gt;&#xD;
        &lt;tr&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Tipo/Fonte
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Effetti
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;/tr&gt;&#xD;
        &lt;tr&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              &lt;i&gt;&#xD;
                
                                
                                
                Non Solubile
              
                              
                              &#xD;
              &lt;/i&gt;&#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              &lt;br/&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Celluolosa
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
            
                            
                            
            : presente nella crusca dei cereali (20-30%)
            
                            
                            &#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            
                            
                            
            e nella buccia di alcuni frutti (5-10%)
            
                            
                            &#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;!--StartFragment--&gt;            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Emicellulosa: 
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
            
                            
                            
            fibra dei cereali (50-65%) della frutta e dei cereali
            
                            
                            &#xD;
            &lt;!--EndFragment--&gt;            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;!--StartFragment--&gt;            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Lignina:
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
            
                            
                            
             presente nella fibre vegetali (10-15%)
            
                            
                            &#xD;
            &lt;!--EndFragment--&gt;            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Accelera transito intestinale
            
                            
                            &#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;!--StartFragment--&gt;                                                                                Accelera transito intestinale
            
                            
                            &#xD;
            &lt;!--EndFragment--&gt;            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;!--StartFragment--&gt;                                                                                Accelera transito intestinale e lega i sali biliari
            
                            
                            &#xD;
            &lt;!--EndFragment--&gt;            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;/tr&gt;&#xD;
        &lt;tr&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;/tr&gt;&#xD;
        &lt;tr&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;/tr&gt;&#xD;
        &lt;tr&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              &lt;i&gt;&#xD;
                
                                
                                
                Solubile
              
                              
                              &#xD;
              &lt;/i&gt;&#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Pectine:
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
            
                            
                            
             presenti nella frutta in maniera cospicua (20-40%)
            
                            
                            &#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;!--StartFragment--&gt;            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Gomme e mucillagini:
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
            
                            
                            
             presenti prevalentemente nelle leguminacee
            
                            
                            &#xD;
            &lt;!--EndFragment--&gt;            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;!--StartFragment--&gt;            &lt;b&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Galattomannani:
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/b&gt;&#xD;
            
                            
                            
             polisaccaridi di riserva degli agrumi
            
                            
                            &#xD;
            &lt;!--EndFragment--&gt;            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Rallentano il transito intestinale e legano ioni e sali biliari; rallentano l'assorbimento di glucosio e colesterolo
            
                            
                            &#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;!--StartFragment--&gt;                                                                                Rallentano il transito intestinale e legano ioni e sali biliari; rallentano l'assorbimento di glucosio e colesterolo
            
                            
                            &#xD;
            &lt;!--EndFragment--&gt;            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
            &lt;!--StartFragment--&gt;                                                                                Rallentano il transito intestinale e legano ioni e sali biliari; rallentano l'assorbimento di glucosio e colesterolo
            
                            
                            &#xD;
            &lt;!--EndFragment--&gt;            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;/tr&gt;&#xD;
        &lt;tr&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;/tr&gt;&#xD;
        &lt;tr&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
          &lt;td&gt;&#xD;
            &lt;br/&gt;&#xD;
          &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;/tbody&gt;&#xD;
    &lt;/table&gt;&#xD;
    &lt;p&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
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      <title>L'ACQUA - integratore naturale di minerali</title>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
                  
  come scegliere quella giusta

                
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/2474.jpeg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 1"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="66" SemiHidden="false"
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="70" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="61" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light List Accent 1"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="62" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light Grid Accent 1"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="63" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 1 Accent 1"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="64" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 2 Accent 1"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="65" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" UnhideWhenUsed="false" Name="Revision"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="68" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="69" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="70" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="72" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="61" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="62" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light Grid Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="63" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 1 Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="64" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 2 Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="65" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 1 Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="66" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 2 Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="67" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 1 Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="68" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 2 Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="69" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 3 Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="70" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Dark List Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="71" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Colorful Shading Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="72" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Colorful List Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="73" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Colorful Grid Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="60" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light Shading Accent 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="61" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light List Accent 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="62" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light Grid Accent 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="63" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 1 Accent 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="64" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 2 Accent 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="65" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="66" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 2 Accent 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="67" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="69" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 3 Accent 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="70" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="72" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Colorful List Accent 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Colorful Grid Accent 3"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Light Shading Accent 4"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="61" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light List Accent 4"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="62" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light Grid Accent 4"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="63" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 1 Accent 4"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="64" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 2 Accent 4"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="65" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 1 Accent 4"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="62" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="63" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="63" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="65" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 1 Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="66" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 2 Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="67" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 1 Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="68" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="62" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light Grid Accent 6"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="63" SemiHidden="false"
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 2 Accent 6"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 1 Accent 6"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="71" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="72" SemiHidden="false"
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   UnhideWhenUsed="false" QFormat="true" Name="Book Title"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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&lt;style&gt;
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 table.MsoNormalTable
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&lt;![endif]--&gt;  &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    La qualità dell’acqua e quindi quella da scegliere, va
intesa come 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      “compie un servizio rispetto ai miei bisogni”
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e
quindi ognuno può trovare quella più consona alle proprie esigenze. Solo da una
valutazione globale delle caratteristiche chimico-fisiche saremo in grado di
scegliere, non solo una buona acqua da tavola ma, quando necessario, usufruire
di un vero e proprio strumento 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Integratore Alimentare 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    .
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    C’è una misura precisa che consente di identificare e
misurare concretamente le qualità dell’acqua: è il RESIDUO FISSO. Questo indica
la parte “solida” dell’acqua, cioè la quantità di sali minerali presenti, dopo
la completa evaporazione dell’acqua che è stata portata a ebollizione ad una
temperatura di 180°C. Più questo valore (espresso in mg/l) è elevato, più sali
minerali sono disciolti in un litro. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      ACQUE PESANTI E
LEGGERE, RICCHE E POVERE
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    I sali minerali sciolti nelle Acque Minerali sono
micronutrienti essenziali per il nostro organismo, perché intervengono nella
regolazione di numerosi processi corporei, come l’equilibrio idrosalino, lo
sviluppo e la crescita di organi e tessuti.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    I principali minerali presenti nel nostro corpo e
necessari al nostro organismo, che vengono rilasciati dall’Acqua Minerale,
sono: Calcio e Magnesio, Potassio e Sodio, oltre ad altri di non minore
importanza. Alcune Acque sono particolarmente ricche di questi minerali e le
informazioni relative sono riportate in etichetta, da cui è possibile risalire
alla fonte di provenienza e individuare tutte le caratteristiche che rendono
tipica la bevanda. Le Acque della 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      categoria “medio-minerale” 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    (dove
il RESIDUO FISSO è tra 500 e 1500 mg/l), che sono quasi tutte 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      “effervescenti
naturali”
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     si accompagnano gradevolmente ai pasti e facilitano i
processi digestivi. 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Le Acque Iperminerali 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    sono invece acque fortemente
mineralizzate (dove il contenuto di Sali  –RF- supera 1.500 mg/l) e il loro uso deve
essere sempre sotto controllo medico, perché, se impropriamente utilizzate,
possono provocare anche effetti biologici indesiderati. In pratica ogni tipo di
acqua, proprio in relazione alla composizione dei sali minerali ha un utilizzo
differente a seconda delle condizioni fisiologiche, delle necessità di
idratazione e alimentazione (anziani, adulti bambini, donne sportivi ecc.) ma
anche delle differenti patologie curate, come ad esempio l’osteoporosi,
l’acidità gastrica, la stipsi.  Per quanto
riguarda l’osteoporosi, argomento importante per le donne in generale e
soprattutto  in menopausa, la
concentrazione di sodio abbassa la biodisponibilità di calcio, quindi va scelta
un’acqua ipercalcica e povera di sodio.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;a&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
      COME
LEGGERE L’ETICHETTA
    
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Non serve una laurea in chimica per leggere le etichette
delle Acque Minerali e “bere consapevolmente”. Ecco una rapida guida sul come
interpretare le voci al momento di decidere l’acquisto.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      RESIDUO FISSO  (RF)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--[if gte vml 1]&gt;&lt;v:shapetype id="_x0000_t75" coordsize="21600,21600"
 o:spt="75" o:preferrelative="t" path="m@4@5l@4@11@9@11@9@5xe" filled="f"
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 &lt;v:stroke joinstyle="miter"&gt;&lt;/v:stroke&gt;
 &lt;v:formulas&gt;
  &lt;v:f eqn="if lineDrawn pixelLineWidth 0"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="sum @0 1 0"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="sum 0 0 @1"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="prod @2 1 2"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="prod @3 21600 pixelWidth"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="prod @3 21600 pixelHeight"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="sum @0 0 1"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="prod @6 1 2"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="prod @7 21600 pixelWidth"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="sum @8 21600 0"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="prod @7 21600 pixelHeight"&gt;&lt;/v:f&gt;
  &lt;v:f eqn="sum @10 21600 0"&gt;&lt;/v:f&gt;
 &lt;/v:formulas&gt;
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&lt;/v:shapetype&gt;&lt;v:shape id="Picture_x0020_11" o:spid="_x0000_i1032" type="#_x0000_t75"
 alt="Description: http://acquemineraliditalia.it/wp-content/themes/amdi/img/rf.png"
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 &lt;v:imagedata src="file:///C:\Users\angy\AppData\Local\Temp\msohtmlclip1\01\clip_image001.png"
  o:title="rf"&gt;&lt;/v:imagedata&gt;
&lt;/v:shape&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--[if !vml]--&gt;    &lt;!--[endif]--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il residuo fisso è come il DNA dell’acqua, ne racchiude
l’essenza. Misurato in mg/L rappresenta la quantità di minerali che rimane dopo
l’evaporazione di un litro d’acqua a 180°C.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      SODIO (NA)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--[if gte vml 1]&gt;&lt;v:shape id="Picture_x0020_9" o:spid="_x0000_i1031"
 type="#_x0000_t75" alt="Description: http://acquemineraliditalia.it/wp-content/themes/amdi/img/na.png"
 style='width:73.5pt;height:1in;visibility:visible;mso-wrap-style:square'&gt;
 &lt;v:imagedata src="file:///C:\Users\angy\AppData\Local\Temp\msohtmlclip1\01\clip_image002.png"
  o:title="na"&gt;&lt;/v:imagedata&gt;
&lt;/v:shape&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--[if !vml]--&gt;    &lt;!--[endif]--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    È un valore fondamentale per il buon equilibrio del
nostro metabolismo. Va assunto nelle giuste quantità: quando nel sangue è
troppo o troppo poco, si possono verificare disturbi anche importanti. Le acque
minerali iposodiche cioè con Sodio inferiore a 20 mg/L sono raccomandate nei
soggetti a dieta povera di Sodio, per esempio gli ipertesi.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      CALCIO (CA)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--[if gte vml 1]&gt;&lt;v:shape id="Picture_x0020_8" o:spid="_x0000_i1030"
 type="#_x0000_t75" alt="Description: http://acquemineraliditalia.it/wp-content/themes/amdi/img/ca.png"
 style='width:73.5pt;height:1in;visibility:visible;mso-wrap-style:square'&gt;
 &lt;v:imagedata src="file:///C:\Users\angy\AppData\Local\Temp\msohtmlclip1\01\clip_image003.png"
  o:title="ca"&gt;&lt;/v:imagedata&gt;
&lt;/v:shape&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--[if !vml]--&gt;    &lt;!--[endif]--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    L’acqua è una della maggiori fonti di Calcio, il minerale
più presente nell’organismo umano, determinante per la formazione del tessuto
osseo, il mantenimento delle membrane e delle sostanze intracellulari. Le acque
minerali calciche nonostante i luoghi comuni ERRATI, non aumentano l’incidenza
di calcoli renali.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      I NITRATI
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--[if gte vml 1]&gt;&lt;v:shape id="Picture_x0020_7" o:spid="_x0000_i1029"
 type="#_x0000_t75" alt="Description: http://acquemineraliditalia.it/wp-content/themes/amdi/img/nitrati.png"
 style='width:73.5pt;height:1in;visibility:visible;mso-wrap-style:square'&gt;
 &lt;v:imagedata src="file:///C:\Users\angy\AppData\Local\Temp\msohtmlclip1\01\clip_image004.png"
  o:title="nitrati"&gt;&lt;/v:imagedata&gt;
&lt;/v:shape&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--[if !vml]--&gt;    &lt;!--[endif]--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Sono composti presenti nelle acque sia per effetto di
fenomeni naturali che come conseguenza delle attività dell’uomo, come per
esempio i trattamenti di fertilizzazione dei terreni o l’infiltrazione di acque
di scolo. Il limite di concentrazione è di 50mg/l. Tuttavia per i neonati è
consigliato l’uso di acqua con valori inferiori a 10 mg/l.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      IL POTASSIO (K)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--[if gte vml 1]&gt;&lt;v:shape id="Picture_x0020_6" o:spid="_x0000_i1028"
 type="#_x0000_t75" alt="Description: http://acquemineraliditalia.it/wp-content/themes/amdi/img/potassio.png"
 style='width:73.5pt;height:1in;visibility:visible;mso-wrap-style:square'&gt;
 &lt;v:imagedata src="file:///C:\Users\angy\AppData\Local\Temp\msohtmlclip1\01\clip_image005.png"
  o:title="potassio"&gt;&lt;/v:imagedata&gt;
&lt;/v:shape&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--[if !vml]--&gt;    &lt;!--[endif]--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il fabbisogno giornaliero può essere garantito
dall’alimentazione in quanto è presente in alimenti e bevande in forma ionica
che è facilmente assimilabile. Entra nelle reazioni cellulari ed è importante
per la conducibilità dello stimolo nel sistema nervoso. L’alterazione del
contenuto in potassio nell’organismo può causare disturbi della funzionalità
muscolare e cardiaca.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      IL MAGNESIO (Mg)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--[if gte vml 1]&gt;&lt;v:shape id="Picture_x0020_5" o:spid="_x0000_i1027"
 type="#_x0000_t75" alt="Description: http://acquemineraliditalia.it/wp-content/themes/amdi/img/magnesio.png"
 style='width:73.5pt;height:1in;visibility:visible;mso-wrap-style:square'&gt;
 &lt;v:imagedata src="file:///C:\Users\angy\AppData\Local\Temp\msohtmlclip1\01\clip_image006.png"
  o:title="magnesio"&gt;&lt;/v:imagedata&gt;
&lt;/v:shape&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--[if !vml]--&gt;    &lt;!--[endif]--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Indispensabile all’organismo umano perché entra a far
parte dei sistemi metabolici ed interagisce con molti ormoni e fattori di
crescita, la sua carenza può ridurre il tono muscolare e causare crampi. Un’elevata
concentrazione di questo sale conferisce all’acqua proprietà lassative.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      IL BICARBONATO (Bi)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--[if gte vml 1]&gt;&lt;v:shape id="Picture_x0020_4" o:spid="_x0000_i1026"
 type="#_x0000_t75" alt="Description: http://acquemineraliditalia.it/wp-content/themes/amdi/img/bicarbonato.png"
 style='width:73.5pt;height:1in;visibility:visible;mso-wrap-style:square'&gt;
 &lt;v:imagedata src="file:///C:\Users\angy\AppData\Local\Temp\msohtmlclip1\01\clip_image007.png"
  o:title="bicarbonato"&gt;&lt;/v:imagedata&gt;
&lt;/v:shape&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--[if !vml]--&gt;    &lt;!--[endif]--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Proviene per lo più dalla dissoluzione di rocce calcaree
e dolomitiche, ma anche da rocce silicatiche, per azione dell’acqua piovana di
infiltrazione, spesso ricca di anidride carbonica. Quando il tenore di Bicarbonato
è superiore a 600 mg/L sull’etichetta può essere riportata la seguente
indicazione “Contenente Bicarbonato”. Le acque contenenti Bicarbonato, bevute
durante i pasti, possono favorire la digestione.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      UBICAZIONE SORGENTE
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--[if gte vml 1]&gt;&lt;v:shape id="Picture_x0020_3" o:spid="_x0000_i1025"
 type="#_x0000_t75" alt="Description: http://acquemineraliditalia.it/wp-content/themes/amdi/img/pin.png"
 style='width:73.5pt;height:1in;visibility:visible;mso-wrap-style:square'&gt;
 &lt;v:imagedata src="file:///C:\Users\angy\AppData\Local\Temp\msohtmlclip1\01\clip_image008.png"
  o:title="pin"&gt;&lt;/v:imagedata&gt;
&lt;/v:shape&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--[if !vml]--&gt;    &lt;!--[endif]--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Come per molti cibi, è utile sapere da dove proviene
l’acqua. Per avere garanzia di purezza dal punto di vista chimico e ambientale.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;table&gt;&#xD;
    &lt;tbody&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            CATEGORIA
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            ACQUA
  MINERALE
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/gravidanza.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Gravidanza
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Acque oligominerali a contenuto di nitrati
  particolarmente basso o addirittura nullo (non superiore a 10 mg/l per il
  noto rischio di provocare metaemoglobinemia fetale). Per aumentare l'apporto
  di sali minerali, considerato l'aumentato fabbisogno della gestante, si
  consiglia di alternare acque oligominerali ad acque mediominerali, preferendo
  quelle calciche
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/allattamento/"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Allattamento
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            I consigli sono simili a quelli dispensati per la
  gravidanza, con l'accortezza di bere maggiori quantità di acqua per favorire
  il ripristino della quota di liquidi persa con l'allattamento. Può essere
  utile l'assunzione di acqua ferrosa alternata ad acqua calcica ed acqua
  oligominerale (il ferro è l'unico elemento nutritivo carente nel latte
  materno, comunque compensato dalle scorte che il neonato ha già accumulato al
  momento della nascita).
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Diluizione del 
            
                            
                            &#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/nutrizione/latte-artificiale.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              latte in polvere per
  neonati
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Acque minimamente mineralizzate, praticamente prive di
  sali minerali per non alterare la formula nutritiva, attentamente calibrata,
  dell'alimento. Ancora una volta, si consiglia attenzione nella quantità di
  nitrati nell'acqua minerale, che dev'essere nulla o estremamente bassa
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/dimagrimento.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Dimagrimento
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Oligominerale, per depurare l'organismo favorendo
  l'eliminazione di tossine
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/calcoli-renali.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Calcolosi renale
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Oligominerale o minimamente mineralizzata, per
  stimolare la 
            
                            
                            &#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/diuresi.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              diuresi
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
            
                            
                            
             e
  prevenire la formazione di calcoli o facilitarne l'eliminazione (
            
                            
                            &#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/cura-idropinica.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              colpo d'acqua
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
            
                            
                            
            )
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/gotta-iperuricemia.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Gotta ed iperuricemia
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Oligominerale o minimamente mineralizzata a basso
  contenuto di sodio (2/3 litri al giorno) → emodiluizione dell'
            
                            
                            &#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/uricemia.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              acido urico
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
            
                            
                            
             →
  stimolo sulla diuresi → aumentata escrezione urinaria di acido urico
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute-sport.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Sport
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Mediominerale, con un buon patrimonio di calcio, ferro,
  sodio, cloro e bicarbonato. Assumere acque oligominerali per poi andare ad
  integrare gli stessi 
            
                            
                            &#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/alimentazione/macroelementi-microelementi-oligoelementi.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              oligoelementi
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
            
                            
                            
             con
  integratori idrosalini è come comprare un vestito senza tasche per poi
  farsele aggiungere da un sarto: si buttano via soldi!
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/ipertensione/ipertensione.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Ipertensione
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Oligominerale a basso contenuto di 
            
                            
                            &#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/sali-minerali/sodio.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              sodio
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
            
                            
                            
            ,
  associata ad una 
            
                            
                            &#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/alimentazione/dieta-iposodica.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              dieta altrettanto povera
  di sodio
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
            
                            
                            
            , utile negli stadi iniziali e come
  prevenzione nei soggetti predisposti
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/osteoporosi.htm"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Osteoporosi
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Acqua mineralizzata ricca di "calcio
  biodisponibile" (controllare la presenza di questa dicitura
  nell'etichetta)
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/acidita-stomaco.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Acidità gastrica
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Acqua minerale di tipo bicarbonato calcico
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/anemia-ferro.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Anemia
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Acqua minerale di tipo ferrugginoso
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/carie-alimentazione.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Carie
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Acqua
  minerale fluorata
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/colesterolemia.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Ipercolesterolemia
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Acque salso-solfate (aumentano l'escrezione degli acidi
  biliari con le feci)
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
      &lt;tr&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            &lt;a href="https://www.my-personaltrainer.it/salute/stipsi-stitichezza.html"&gt;&#xD;
              
                              
                              
              Stipsi
            
                            
                            &#xD;
            &lt;/a&gt;&#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
        &lt;td&gt;&#xD;
          &lt;p&gt;&#xD;
            
                            
                            
            Acqua
  solfata
          
                          
                          &#xD;
          &lt;/p&gt;&#xD;
        &lt;/td&gt;&#xD;
      &lt;/tr&gt;&#xD;
    &lt;/tbody&gt;&#xD;
  &lt;/table&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;b&gt;&#xD;
    &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/2474.jpeg" length="206828" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Sun, 13 Jan 2019 09:04:07 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/l-acqua-integratore-naturale-di-minerali</guid>
      <g-custom:tags type="string" />
      <media:content medium="image" url="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/2474.jpeg">
        <media:description>thumbnail</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>IL GOMASIO: il condimento medicina</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/il-gomasio-il-condimento-medicina</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/PI_gomasio.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      gomasio
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     è un 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      ALIMENTO NATURALE
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     di origine nipponica, costituito da 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      semi di sesamo
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     (goma, in giapponese) 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      tostato
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      sale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     (shio). Può essere utilizzato come condimento, per insaporire insalate, carne, pesce e verdure, ma ha anche specifiche funzioni curative, che gli derivano dal sesamo. I semi di questa pianta, infatti, sono particolarmente nutrienti, ricchi di vitamine e sali minerali. Inoltre, essi hanno benefiche 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      proprietà antiossidanti
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    .
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    I 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      semi di sesamo
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , e di conseguenza il gomasio, contengono proteine, vitamine D ed E, calcio, fosforo, ferro e zinco. Tutte queste sostanze sono fondamentali per il 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      buon funzionamento e la rigenerazione del sistema nervoso
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . Il gomasio, inoltre, contiene anche sesamina, sesamolina e sesamolo, tre antiossidanti che contribuiscono a controllare i livelli di 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      colesterolo
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     nel sangue e salvaguardare il fegato. Il gomasio è anche ottimo contro l’
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      ipertensione
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , l’
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      osteoporosi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , i dolori da infiammazione del 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      nervo sciatico
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , l’eccessivo 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      affaticamento
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e lo 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      stress
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . Inoltre è un alimento molto digeribile.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Grazie al suo importante apporto calorico, il gomasio è ideale per integrare diete che non prevedono l’utilizzo di carne e dei suoi derivati, come la dieta vegana. È un 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      SOSTITUTO DEL SALE
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     in diete che richiedono particolari restrizioni di cloro e sodio. Ma è anche un integratore nel caso di diete povere di sodio e oli vegetali.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    In cucina si può utilizzare il gomasio per condire le verdure crude in insalata o cotte al vapore, ma anche per insaporire in modo delicato le carni arrosto e il pesce al forno. Per quanto riguarda i primi piatti, potete preparare dei buonissimi spaghetti con zucchine, germogli di soya e gomasio, oppure osare un risotto con fagioli Azuki e gomasio, o ancora una crema di zucca e patate con un pizzico di gomasio.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/PI_gomasio.jpg" length="86252" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Wed, 25 Jul 2018 13:20:36 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/il-gomasio-il-condimento-medicina</guid>
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      <media:content medium="image" url="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/PI_gomasio.jpg">
        <media:description>thumbnail</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Il riso BIANCO: ecco perchè fa male</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/il-riso-bianco-ecco-perche-fa-male</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/13516.jpeg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Lo sapete che il 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      riso bianco
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , cosi come il grano tenero (da cui la farina 00, vedi post sulle farine), prima di arrivare in tavola viene raffinato?
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Per l'esattezza il chicco di riso viene 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      sbramato, sbiancato, spazzolato, lucidato ed infine brillato. 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    E sapete cosa significa tutto ciò?
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Che cosa mangiamo ?
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Cosa mangiamo quando prepariamo il classico risotto, oppure scegliamo di mangiare “in bianco” un piatto di riso bollito? 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Qual è il valore nutrizionale di un riso bianco raffinato?
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     Uno dei  nostri riferimenti del mondo medico scientifico, il professor 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.benesserecorpomente.it/cambiare-alimentazione-e-stile-di-vita-quali-difficolta-parla-il-dott-berrino/"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        Franco Berrino
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , in una sua intervista affermava: “
    
                    
                    &#xD;
    &lt;em&gt;&#xD;
      
                      
                      
      quando bollite il riso bianco raffinato, da un punto di vista nutrizionale, quando lo scolate e buttate l’acqua, potete buttare via anche il riso, tanto è lo stesso anzi meglio.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/em&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ”  Una bella provocazione, ma vera, vi spieghiamo perché.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Le 5 fasi della raffinazione
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;ol&gt;&#xD;
    &lt;li&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        Sbramatura.
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
       Durante questa fase si toglie dal 
      
                      
                      &#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        riso grezzo
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      , detto 
      
                      
                      &#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        risone
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      , le glumelle, che sono le leggere lamelle vegetali che avvolgono ogni singolo chicco e lo trattengono sulla spiga.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/li&gt;&#xD;
    &lt;li&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        Sbiancatura.
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Con quest’altra lavorazione viene tolta dal riso, per sfregamento, la pellicola interna che lo riveste e i suoi strati periferici, oltre il germe ed i frammenti derivanti dalla spuntatura.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/li&gt;&#xD;
    &lt;li&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        Spazzolatura.
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
       In questa fase si eliminano, mediante macchine spazzolatrici, le farine degli strati superficiali che sono i residui delle lavorazioni precedenti.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/li&gt;&#xD;
    &lt;li&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        Lucidatura
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      . Lo scopo è nella parola stessa: la lucidatura viene eseguita in apparecchi ad elica allo scopo di conferire al riso un aspetto più gradevole; con l’aggiunta di piccole quantità di olio di lino si ricava il riso camolino.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/li&gt;&#xD;
    &lt;li&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        Brillatura.
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
      
                      
                      
       Viene effettuata per rendere il chicco più bianco e brillante, ma elimina la vitamina B1. Si esegue cospargendo il chicco con uno strato di talco e glucosio (!). Un piccolo dettaglio: o il talco è una polvere minerale tossica sia per chi la lavora che per chi la mangia. In questa fase della lavorazione viene anche usata la paraffina.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/li&gt;&#xD;
  &lt;/ol&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il riso così ottenuto è pronto per essere consumato, che ne dite? Ora è chiaro perchè, contenendo solo amido (zucchero) ed essendo povero di proteine, sali minerali, grassi e vitamine, 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      non può essere considerato un alimento completo
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . Non solo, la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      paraffina
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     usata per la brillatura può essere dannosa per la mucosa gastrica e il silicato di magnesio contenuto nel talco è sospetto cancerogeno per lo stomaco. Quindi…
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Meglio il riso integrale o basmati (fa bene)
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il riso cosi come raccolto non è commestibile, ma una volta sbramato si: è questo 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      il riso integrale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . Senza le successive fasi della lavorazione conserva tra il 6% e l’8% di proteine (ricche di aminoacidi essenziali) a seconda della qualità, l’80% circa di glucidi e circa il 3% di grassi. Inoltre contiene alcune vitamine del gruppo B (B2, poca, e B3), 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.benesserecorpomente.it/vitamina-e-la-vitamina-della-fertilita-e-potente-antiossidante/"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        vitamina E
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , acido folico, e poi minerali: calcio, magnesio, potassio, sodio, zolfo, rame e zinco. Ovviamente le quantità variano tra le varie specie.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Il riso “Parboiled”
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Tra i risi raffinati invece il “
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      parboiled
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    “: grazie ad una specifica fase di lavorazione durante la quale viene messo a bagno per qualche giorno e trattato con vapore, contiene 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.benesserecorpomente.it/vitamine-del-gruppo-b-proprieta-carenza/"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        vitamine del gruppo B
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e ferro da 2 a 4 volte superiori alle altre qualità. Da notare che nel riso raffinato proteine e grassi sono pressoché inesistenti, per cui la struttura biochimica risulta molto simile a quella degli zuccheri semplici, cosi come avviene per i prodotti a base di farina bianca 00.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Le proprietà antinfiammatorie del riso integrale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      riso integrale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     è il cereale più importante per le sua 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.benesserecorpomente.it/cibi-e-infiammazione-quali-evitare-e-come-sostituirli-per-disintossicarsi/"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        azione antinfiammatoria
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . Quando si acquista conviene dare la preferenza a quello biologico perché il germe e la crusca presenti in esso, a differenza del riso bianco che ne è privo, è probabile che abbiano contengano i 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.benesserecorpomente.it/glifosato-tutti-devono-sapere/"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        pesticidi
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    che il chicco ha assorbito. Gran parte delle malattie e  dei vari malesseri infatti sono spesso associati ad uno stato infiammatorio. E’ questo il motivo per cui è opportuno per osservare una dieta antinfiammatoria, che riduca i cibi che favoriscono l’infiammazione e favorisca quelli capaci di attenuarla o addirittura di eliminarla.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    La 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.benesserecorpomente.it/macrobiotica-dieta-sana-e-naturale-e-insegnamenti-importanti/"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        macrobiotica
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     insegna che, in caso di  uno stato infiammatorio acuto, è consigliabile assumere solo riso integrale per alcuni giorni. Meglio se stracotto e passato per formare una crema, da condire con semi di lino o semi di zucca tritati e olio extravergine d'oliva.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;i&gt;&#xD;
      
                      
                      
      "Cit. Claudio Monteverdi"
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/i&gt;&#xD;
    &lt;!--StartFragment--&gt;    &lt;!--EndFragment--&gt;    &lt;!--StartFragment--&gt;    &lt;!--EndFragment--&gt;    &lt;!--StartFragment--&gt;    &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
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      <pubDate>Mon, 23 Jul 2018 15:53:40 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>Il potere della SOIA nel prevenire e combattere il tumore al seno</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/la-soia-nel-tumore-al-seno</link>
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      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/13503.jpeg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    Per lungo tempo la soia è stata sotto l'attenzione dei ricercatori a causa dell'alta quantità di FITOESTROGENI che contiene. Queste molecole sono molto simili agli estrogeni che in età fertile le donne producono e hanno normalmente in circolo. Gli estrogeni presenti nel nostro corpo sono come delle chiavi, che vengono riconosciute da serrature specifiche presenti sulle cellule e che  aprono delle porte che gli permettono di entrare  e di mettere in moto una serie di meccanismi utili a dare dei comandi al nostro DNA e quindi alle cellule. I FITOESTROGENI presenti nella soia, sono sostanze molto simili agli estrogeni, ma che rappresentano una chiave "sbagliata". Ovvero entrano nella serratura (recettore), ma non riescono a girare come una chiave corretta, e quindi non riescono ad aprire la porta ed entrare. Gli estrogeni sono dannosi in caso di diaglosi di tumore al seno, perchè in grado di  entrare nelle cellule tumorali, spingendole a proliferare e crescere molto velocemente. Infatti nelle pazienti in cura per tumore al seno, questi estrogeni vengono bloccati da chemioterapici quali il tamoxifene, che agiscono bloccando direttamente la serratura.  Per molti anni gli oncologi sono stati preoccupati che i fitormoni ( le chiavi svagliate) potessero in qualche modo interferire con il funzionamento delle terapie (es. tamoxifene).
  
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
  Gli studi che coinvolgono migliaia di donne in tutto il mondo, hanno ormai dimostrato, senza alcun dubbio, che non solo i FITOESTROGENI non interagiscono con la chemioterapia, ma dimostrano chiaramente che le donne che consumano soia hanno piu probabilità di sopravvivere al cancro e sono  meno inclini ad avere recidive.
  
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
  Inoltre, un altro importantissimo studio, condotto negli stai uniti, dimostra come l'assunzione di soia durante l'infanzia o l'adolescenza, riduca l'insorgenza di tumori in età adulta. Quest'ultimo studio va a supporto della gia sorprendente e nota evidenza che, nei paesi ad alto consumo di soia, quali l'asia e il sud america, c'è una bassissima incidenza di tumori al seno, oltre che alla prostata per gli uomini e all'intestino rispetto al resto del mondo. 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
  L'ente americano per la ricerca sul cancro, american institute for cancer research, spinge le donne e gli uomini ad assumere almeno 2-3 porzioni di soia alla settimana.
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
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      <pubDate>Sun, 22 Jul 2018 16:43:51 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>Gelso bianco: cura il diabete, fa perdere peso, allevia mal di testa e infiammazioni.</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/gelso-bianco-cura-il-diabete-fa-perdere-peso-allevia-mal-di-testa-e-infiammazioni</link>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
                  
  https://naturasaluteebellezza.wordpress.com/2017/11/26/gelso-bianco-cura-il-diabete-fa-perdere-peso-allevia-mal-di-testa-e-infiammazioni/

                
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/yescalabria_gelso-bianco-min.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Originario della Cina, e introdotto in Europa nel quindicesimo secolo, il 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      gelso bianco 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    appartiene alla famiglia delle Moracee e viene coltivato sopratutto in Italia e Spagna. Sia il frutto che le foglie di questa pianta vengono usati nella medicina tradizionale cinese da secoli: hanno un sapore agrodolce, e sono ricchi di acido malico e citrico, caroteni e vitamina C.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    L’albero viene coltivato per il suo legno, mentre il frutto viene usato principalmente per alimentare i bachi da seta. Ma in pochi sanno che è possibile usare le sue bacche per trattare numerose patologie, che includono ipertensione, colesterolo alto e diabete. Altri benefici di questa pianta includono il trattamento dell’invecchiamento precoce, la perdita dei capelli e le vertigini.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      gelso bianco
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     contiene composti che inibiscono il metabolismo dello zucchero nel tratto digestivo, facendolo assorbire più lentamente nel flusso sanguigno. E’ ricco di vari acidi organici e vitamine, ma anche fibra dietetica, beta-carotene, pectina e resine. Contiene inoltre vari antiossidanti ed è utile per trattare febbre, infiammazione, mal di testa, tosse e diarrea.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Se accompagnato ad una dieta sana, il consumo di gelso bianco ci aiuta a mantenere sotto controllo i livelli di colesterolo.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Uno studio realizzato dall’Università del Texas (Stati Uniti), ha dimostrato che il gelso bianco, ricco di resveratrolo, può essere utile nella lotta contro il cancro e malattie del cuore.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      gelso bianco
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     regola i livelli di zucchero nel sangue, e grazie a questa eccellente proprietà evita il rischio di soffrire di diabete e obesità.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    -tratto dal sito natura salute e bellezza-
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
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      <pubDate>Sun, 03 Jun 2018 16:50:32 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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    </item>
    <item>
      <title>Che differenza c’è tra grano duro e grano tenero?</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/che-differenza-ce-tra-grano-duro-e-grano-tenero</link>
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      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
                  
  E quindi che differenza c'è tra le loro farine?

                
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/112384.jpeg" alt="Va subito detto che sono due tipologie di grano simili all’apparenza ma molto diverse a livello nutrizionale.  La farina convenzionale, quella bianca piu nota diciamo, deriva dalla macinazione del grano tenero,  mentra dalla macinazione di grano duro si ottiene una farina denominata semola. Queste due tipoligie di grano molto simili a livello strutturale ma completamente distinte dal punto di vista nutrizionale e con utilizzi molto differenti.   GRANO TENERO  La farina ottenuta dalla macinazione di grano tenero è la classica “farina bianca” che ha granuli piccoli a spigoli tondeggianti e bianchi. L'impasto ottenuto dalla farina di grano tenero presenta una buona estendibilità ed una tenacità medio-bassa e solitamente viene impiegata nella panificazione e nella produzione di prodotti lievitati, come i dolci (torte, biscotti, brioches) o le pizze, ma anche nella produzione di pasta e pasta all'uovo. La farina di grano tenero contiene meno proteine rispetto alla farina del grano duro ed ha un assorbimento di acqua minore.  Dalla sua macinazione e lavorazione si ottengo le farine note come  00, 0, 1, 2 e integrale.   Farina tipo 00: Rabbresenta la farina piu raffinata. Si ottiene dalla macinazione del chicco di grano di cui si eliminano tutte le parti migliori a livello nutrizionale: germa (ricco di vitamine, Sali minerali e aminoacidi) e crusca (ricche di fibra). Oltre a questo, molto di sovente può essere sottoposta a sbiancamento con agenti sbiancanti. Il risultato è che rimane solo l’amido, quindi una pasta ricca di zucchero. Farina tipo 0 : Un pochino meno raffinata ma ugualmente ha perso gran parte dei suoi principi nutritivi. Contiene almeno una piccola percentuale di crusca. Farina tipo 1: Ancora meno raffinata della 0, contiene ancora piu crusca Farina tipo 2: Conosciuta anche come semi integrale (integra). E’ quella che personalmente consiglio sempre di prendere in quanto è l’unica che mantiene  buone caratteristiche nutrizionali ed è facile da usare rispeto alla farina integrale. E’ un buon compromesso Farina tipo integrale: In assenza di patologie che la controindicano, è la farina migliore in assoluto, soprattutto se macinata a pietra e quindi senza subire surriscaldamento che potrebbe limitarne i principi nutritivi. E' questa la vera farina, quella che si utilizzava anticamente prima che si scoprisse come l'estrema raffinazione portasse ad un farina più sottile che dava un pane più bianco e morbido. La farina integrale contiene tutte le parti del chicco ed è per questo un alimento completo.  GRANO TENERO  La farina ottenuta dal grano duro invece (semola, Kamut) possiede una grana grossolana, di colore giallo-ambrato. L'impasto ottenuto dalla semola di grano duro presenta una estendibilità minore rispetto al tenero ma un’alta tenacità, il che la rende buona sia per la panificazione che soprattutto per la produzione di pasta. La farina di grano duro contiene più proteine di origine vegetale e glutine rispetto alla farina del grano tenero e possiede una capacità di assorbimento di acqua maggiore, possedendo una maggiore frantumazione dei granuli di amido. I prodotti preparati con farina di grano duro hanno una conservazione migliore e un minore indice glicemico. Vorrei fare una piccola annotazione riguardo il grano duro Kamut. Forse non tutti sanno che la farina di Kamut non esiste come varietà, nel senso che &amp;quot;Kamut®&amp;quot; è semplicemente un marchio registrato che fa riferimento ad un prodotto ottenuto dal grano Khorasan, varietà di grano duro, che oggi viene principalmente coltivato nel Nord America." title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
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  &lt;p&gt;&#xD;
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   UnhideWhenUsed="false" QFormat="true" Name="Title"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 1 Accent 1"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="65" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 1 Accent 1"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" UnhideWhenUsed="false" Name="Revision"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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   UnhideWhenUsed="false" QFormat="true" Name="List Paragraph"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 2 Accent 1"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="67" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="73" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="68" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="69" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 3 Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Colorful List Accent 2"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="73" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="60" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="61" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Light List Accent 4"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="62" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="63" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="64" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="66" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="67" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 1 Accent 4"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="68" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="69" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="72" SemiHidden="false"
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Light Grid Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="63" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Shading 1 Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 1 Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="66" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium List 2 Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="67" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 1 Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="68" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 2 Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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   UnhideWhenUsed="false" Name="Medium Grid 3 Accent 5"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="71" SemiHidden="false"
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="72" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Colorful List Accent 6"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="73" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" Name="Colorful Grid Accent 6"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="19" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" QFormat="true" Name="Subtle Emphasis"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
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  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="31" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" QFormat="true" Name="Subtle Reference"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="32" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" QFormat="true" Name="Intense Reference"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="33" SemiHidden="false"
   UnhideWhenUsed="false" QFormat="true" Name="Book Title"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="37" Name="Bibliography"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
  &lt;w:LsdException Locked="false" Priority="39" QFormat="true" Name="TOC Heading"&gt;&lt;/w:LsdException&gt;
 &lt;/w:LatentStyles&gt;
&lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--[if gte mso 10]&gt;
&lt;style&gt;
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&lt;![endif]--&gt;    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Va subito detto che sono due tipologie di grano simili
all’apparenza ma molto diverse a livello nutrizionale. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    La farina convenzionale, quella bianca piu nota diciamo,
deriva dalla macinazione del grano tenero, 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    mentra dalla macinazione di grano duro si ottiene una
farina denominata semola.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Queste due tipoligie di grano molto simili a livello
strutturale ma completamente distinte dal punto di vista nutrizionale e con
utilizzi molto differenti. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      GRANO TENERO 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    La farina ottenuta dalla macinazione di
grano tenero è la classica “farina bianca” che ha granuli piccoli a spigoli
tondeggianti e bianchi. L'impasto ottenuto dalla 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      farina di grano tenero
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     presenta una 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      buona estendibilità ed una
tenacità medio-bassa
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e solitamente
viene impiegata nella panificazione e nella produzione di 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      prodotti lievitati, come i
dolci (torte, biscotti, brioches) o le pizze, ma anche nella produzione di
pasta e pasta all'uovo
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . La farina di
grano tenero contiene meno proteine rispetto alla farina del grano duro ed ha
un assorbimento di acqua minore. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Dalla sua macinazione e lavorazione si ottengo le farine
note come  
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      00, 0, 1, 2 e integrale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Farina tipo 00: 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Rabbresenta la farina piu raffinata. Si ottiene dalla
macinazione del chicco di grano di cui si eliminano 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;u&gt;&#xD;
      
                      
                      
      tutte le parti migliori
a livello nutrizionale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/u&gt;&#xD;
    
                    
                    
    : germa (ricco di vitamine, Sali minerali e
aminoacidi) e crusca (ricche di fibra). Oltre a questo, molto di sovente può essere sottoposta a sbiancamento
con agenti sbiancanti. Il risultato è che rimane solo l’amido, quindi 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      una pasta ricca di zucchero
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    .
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Farina tipo 0 : 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Un pochino meno raffinata ma ugualmente ha perso gran
parte dei suoi principi nutritivi. Contiene almeno una piccola percentuale di
crusca.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Farina tipo 1: 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Ancora meno raffinata della 0, contiene ancora piu crusca
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Farina tipo 2: 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Conosciuta anche come semi integrale (integra). E’ quella
che personalmente consiglio sempre di prendere in quanto è l’unica che
mantiene  buone caratteristiche
nutrizionali ed è facile da usare rispeto alla farina integrale. E’ un buon
compromesso
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Farina tipo
integrale:
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     In assenza di patologie che la controindicano, è la farina
migliore in assoluto, soprattutto se macinata a pietra e quindi senza subire
surriscaldamento che potrebbe limitarne i principi nutritivi. E' questa la vera
farina, quella che si utilizzava anticamente prima che si scoprisse come
l'estrema raffinazione portasse ad un farina più sottile che dava un pane più
bianco e morbido. La farina integrale contiene tutte le parti del chicco ed è
per questo un alimento completo.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      GRANO DURO
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    La 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      farina ottenuta dal grano duro
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     invece
(semola, Kamut) possiede una grana grossolana, di colore giallo-ambrato.
L'impasto ottenuto dalla semola di grano duro presenta una 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      estendibilità minore rispetto
al tenero ma un’alta tenacità
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , il che la rende
buona sia per la panificazione che soprattutto per la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      produzione di pasta
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . La farina di grano duro contiene più proteine
di origine vegetale e glutine rispetto alla farina del grano tenero e possiede
una capacità di assorbimento di acqua maggiore, possedendo una maggiore
frantumazione dei granuli di amido. I prodotti preparati con farina di grano
duro hanno una conservazione migliore e un minore indice glicemico. Vorrei
fare una piccola annotazione riguardo il grano duro Kamut. Forse non tutti
sanno che 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;u&gt;&#xD;
      
                      
                      
      la farina di Kamut non esiste come
varietà
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/u&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , nel senso che
"Kamut®" è semplicemente un marchio registrato che fa riferimento ad
un prodotto ottenuto dal grano Khorasan, varietà di grano duro, che oggi viene
principalmente 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      coltivato nel
Nord America
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    .
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Sun, 27 May 2018 16:06:51 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/che-differenza-ce-tra-grano-duro-e-grano-tenero</guid>
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        <media:description>thumbnail</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Lo Zenzero aiuta a contrastare nausea, vomito e affaticamento  da chemioterapia</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/titolo-del-post1</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
                  
  Lo Zenzero aiuta a contrastare nausea, vomito e affaticamento  causati da chemioterapia

                
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/121832.jpeg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Questo studio americano è stato condotto su pazienti che presentano una neoplasia e vengono sottoposti ad almeno tre cicli di chemioterapia. Vengono selezionati pazienti che non presentano altre patologie che potrebbero essere causa di nausea, vomito, stanchezza e abbassamento della qualità di vita, se non il tumore e la chemioterapia. Lo studio (insieme a molti altri) dimostra come la somministrazione di ZENZERO sia associata ad una significativa diminuzione di intensità e frequenza di NAUSEA, VOMITO e STANCHEZZA, tipici dei pazienti in chemioterapia. Un decotto giornaliero o una capsula di estratto di zenzero porta anche, come chiaramente dimostrato, un generale miglioramento della qualità di vita. A questo studio preso cme esempio, se ne affiancano numero altri che attestano una significativa efficacia anche per camomilla e liquirizia
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;div&gt;&#xD;
      &lt;a href="http://www.mdpi.com/2072-6643/9/8/867/htm"&gt;&#xD;
        
                        
                        
        http://www.mdpi.com/2072-6643/9/8/867/htm
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;div&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;/div&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Fri, 20 Apr 2018 09:07:22 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/titolo-del-post1</guid>
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        <media:description>thumbnail</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Impariamo a cucinare all'Istituto dei Tumori di Milano</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/impariamo-a-cucinare-all-istituto-dei-tumori-di-milano</link>
      <description />
      <content:encoded>&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/ASD_Pieghevole_Corsi_Cucina_20181.jpg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    Presso l'istituto nazionale dei tumori una notevole rappresentanza di ottime e preparati nutrizionisti organizzano corsi di cucina generici e specifici. Pensateci, è un ottimo modo per avere ogni consiglio possa esservi utile per prevenire, migliorare a tavole e sconfiggere un tumore. 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;a href="http://www.istitutotumori.mi.it/upload_files/ASD_Pieghevole_Corsi_Cucina_2018.pdf"&gt;&#xD;
      
                      
                      
    http://www.istitutotumori.mi.it/upload_files/ASD_Pieghevole_Corsi_Cucina_2018.pdf
  
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/ASD_Pieghevole_Corsi_Cucina_20181.jpg" length="895687" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Sun, 15 Apr 2018 17:15:12 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/impariamo-a-cucinare-all-istituto-dei-tumori-di-milano</guid>
      <g-custom:tags type="string" />
      <media:content medium="image" url="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/ASD_Pieghevole_Corsi_Cucina_20181.jpg">
        <media:description>thumbnail</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Diana Web</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/diana-web</link>
      <description>Studio clinico per saggiare l’ipotesi che il nuovo stile di vita possa ridurre 
le recidive (locali, a distanza o un altro secondarismo) o migliorare 
la prognosi e la qualità di vita in chi avesse già ripresa di malattia.</description>
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
                  
  Tumore al Seno

                
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/125747.jpeg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    Presso l'Istituto Nazionale del Tumori, è nato un nuovo progetto che coinvolge le donne di tutta Italia che hanno o hanno avuto in passato, una diagnosi di tumore al seno.
  
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
   "...Studio clinico per saggiare l’ipotesi che il nuovo stile di vita possa ridurre 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
  le recidive (locali, a distanza o un altro secondarismo) o migliorare 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
  la prognosi e la qualità di vita in chi avesse già ripresa di malattia...". 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;a href="http://www.dianaweb.org/index.asp"&gt;&#xD;
      
                      
                      
    http://www.dianaweb.org/index.asp
  
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
  Stiamo lavorando affinchè donne di tutto il mondo entrino in questo gruppo.
  
                    
                    &#xD;
    &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
      <enclosure url="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/125747.jpeg" length="167694" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Tue, 03 Apr 2018 13:53:38 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/diana-web</guid>
      <g-custom:tags type="string">dianaweb,istitutonazionaledeitumori</g-custom:tags>
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        <media:description>thumbnail</media:description>
      </media:content>
    </item>
    <item>
      <title>Sette malati di tumore su 10 hanno problemi di nutrizione</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/sette-malati-di-tumore-su-10-hanno-problemi-di-nutrizione</link>
      <description>" Sono malati di cancro, ma vogliono mangiar bene per due ragioni: per non sentirsi diversi e perché i pazienti malnutriti vivono meno . Questo è quanto gli studi scientifici sulla nutrizione dei malati di tumore hanno osservato negli ultimi anni ed è quanto oggi si cerca di far entrare nella pratica clinica, a tutto beneficio degli assistiti .«Ogni anno in Italia trentacinquemila malati di cancro muoiono a causa della carenza di nutrienti - lancia l'allarme Paolo Pedrazzoli, direttore della struttura complessa di oncologia medica del policlinico San Matteo di Pavia -. Mentre i dati mostrano che una corretta nutrizione associata alla chemioterapia migliora l'esito clinico del paziente: questo in maniera pressoché indipendente dal tumore in questione». Le evidenze scientifiche, seppur ancora in aggiornamento, ci sono. Ma la malnutrizione continua a essere ancora molto comune tra i pazienti ospedalizzati.</description>
      <content:encoded>&lt;h3&gt;&#xD;
  
                  
                  
  Una nutrizione adeguata può fare la differenza in termini di guarigione. Informazioni e supporto un diritto dei malati di tumore

                
                &#xD;
&lt;/h3&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/md/and1/dms3rep/multi/114373.jpeg" alt="" title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--StartFragment--&gt;                                              " Sono malati di cancro, ma vogliono 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
    mangiar bene
  
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
   per due ragioni: per non sentirsi diversi e perché i 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/alimentazione/italia-un-anziano-su-due-arriva-ospedale-malnutrito"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
      pazienti malnutriti vivono meno
    
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
  . Questo è quanto gli studi scientifici sulla 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
    nutrizione
  
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
   dei 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
    malati di tumore
  
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
   hanno osservato negli ultimi anni ed è quanto oggi si cerca di far entrare nella pratica clinica, a tutto beneficio degli assistiti
  
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
    . 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
  «Ogni anno in Italia trentacinquemila malati di cancro muoiono a causa della 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
    carenza di nutrienti
  
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
   - lancia l'allarme 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
    Paolo Pedrazzoli
  
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
  , direttore della struttura complessa di oncologia medica del policlinico San Matteo di Pavia -. Mentre i dati mostrano che una corretta nutrizione associata alla chemioterapia migliora l'esito clinico del paziente: questo in maniera pressoché indipendente dal tumore in questione». Le evidenze scientifiche, seppur ancora in aggiornamento, ci sono. Ma la 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
    malnutrizione
  
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
   continua a essere ancora molto comune tra i pazienti ospedalizzati. 
  
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    SETTE MALATI DI CANCRO SU DIECI SONO MALNUTRITI
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Il dato emerge da un'indagine condotta dalla 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="http://www.ecpc.org/Results%20of%20the%20ECPC%20Nutrition%20and%20Cancer%20Patient%20survey.pdf"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        Coalizione Europea dei Pazienti Oncologici (Ecpc)
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , che ha evidenziato come più di sette ammalati di 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      tumore
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     su dieci (72 per cento) abbia problemi di alimentazione durante la malattia o nel corso delle terapie, mentre poco più di uno su tre (37 per cento) si ritenga adeguatamente informato relativamente alla 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      dieta
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     da seguire nel corso delle cure. L'indagine è stata condotta in dieci Paesi europei su 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      907 pazienti
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     o 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      «survivor»
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , colpiti da un ampio spettro di neoplasie. A intervistarli i rappresentanti di alcune associazioni, dal cui lavoro è emerso che 7 pazienti su 10 hanno visto 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      calare il proprio peso corporeo,
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     con una perdita moderata o severa in più di un caso su 3 (26,7 per cento). Mentre da un'indagine condotta nell'anno in corso dalla Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato Oncologico (Favo) è emerso che soltanto un paziente su tre segue una
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
       dieta personalizzata
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     definita nel centro che l'ha in cura. «Sono dati che confermano come nella nutrizione clinica in oncologia ci siano ancora troppi equivoci - segnala 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Gianfranca Traclò
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , responsabile dell'area di ricerca della Favo -. Ci sono pazienti che credono di poter 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      autogestire l'alimentazione
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     durante la malattia, ma non è così. E anche chi oggi è più informato, spesso fa ancora fatica ad avere informazioni più circostanziate nelle strutture di cura».
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    COME QUEL CHE MANGIAMO 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
    
                    
                    
    PUO' RENDERCI SANI O MALATI
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    EVITARE IL FAI-DA-TE 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Così il fai-da-te, in queste condizioni, diventa spesso la prima scelta: c'è chi riduce drasticamente fino ad abolire in alcuni gli 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      zuccheri
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      carne rossa
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e i 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      formaggi 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    a vantaggio sopratutto di prodotti di origine vegetale. I 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      cereali integrali
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , i 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      legumi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      curcuma
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , lo 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      zenzero
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      &lt;a href="https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/alimentazione/30-grammi-di-frutta-secca-al-giorno-allunga-la-vita1"&gt;&#xD;
        &lt;b&gt;&#xD;
          
                          
                          
          frutta secca
        
                        
                        &#xD;
        &lt;/b&gt;&#xD;
      &lt;/a&gt;&#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    sono invece spesso scambiati per la panacea contro i tumori: ma la situazione è evidentemente più complessa. Particolarmente gettonata è anche l'autoprescrizione di 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/oncologia/troppi-antiossidanti-possono-far-crescere-un-tumore"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        vitamine e antiossidanti
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    durante le terapie, sebbene questi micronutrienti possano interferire con le stesse. «La carenza di informazioni porta spesso i pazienti a sovrapporre le indicazioni diffuse per la prevenzione primaria con quelle che dovrebbero invece essere adottate con chi è già alle prese con la malattia - afferma
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
       Riccardo Caccialanza
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , responsabile del servizio di dietetica e nutrizione clinica del policlinico San Matteo di Pavia -. 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Nessun alimento può essere escluso
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     in maniera assoluta dalla 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      dieta di un paziente oncologico
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . Il discorso da fare, piuttosto, riguarda lo
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
       stile di vita
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     da seguire. Così come oggi si fa con 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/altre-news/future-science-2015-ecco-dove-ci-portero-la-medicina-di-precisione"&gt;&#xD;
      &lt;b&gt;&#xD;
        
                        
                        
        i farmaci
      
                      
                      &#xD;
      &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , la terapia di supporto nutrizionale va disegnata su misura del singolo paziente, cominciandola fin dall'inizio delle cure e tenendo a mente quello che è l'unico obiettivo: evitare che subentri uno stato di malnutrizione. Oppure, se già presente, cercare di venirne fuori quanto prima». Si interviene sulla dieta, fin quando possibile, mentre quando il paziente fatica ad alimentarsi, anche per cause diverse dalla malattia oncologica, si ricorre alla 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      nutrizione artificiale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    : con la somministrazione di mix di nutrienti nel tratto gastrointestinale (
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      enterale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ) o direttamente nel torrente circolatorio (
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      parenterale
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ).
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ANCHE IL SUPPORTO NUTRIZIONALE FRA I DIRITTI DEL PAZIENTE ONCOLOGICO
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Saperne di più sull'alimentazione è un bisogno primario dei pazienti, come emerso dall'indagine condotta dalla Favo su circa diecimila schede compilate dai malati rivoltisi a uno dei quaranta punti informativi ospedalieri dell'
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Associazione Italiana Malati di Cancro (Aimac)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . Risultato? Metà delle domande rivolte vertevano sulla nutrizione: a dimostrazione di quanto i pazienti cerchino informazioni adeguate in merito e spesso a non fornirle sono gli stessi 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      oncologi
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , come peraltro evidenziato dall'indagine europea. «In generale si dà ancora poca importanza alla nutrizione nei malati, benché diversi studi condotti sull'uomo abbiano dimostrato che in assenza di un adeguato supporto i pazienti hanno una prognosi peggiore - conferma Pedrazzoli -. Questo perché una 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      chemio
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     o una 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      radioterapia
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     in condizioni di malnutrizione è più difficile da affrontare. La conseguenza è una ridotta 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      aderenza alle terapie
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    , da cui deriva l'effetto negativo sulla prognosi». Da qui l'idea avuta dalla Favo assieme a due società scientifiche - l'
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="http://www.aiom.it/"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Associazione Italiana degli Oncologi Medici (Aiom)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="http://www.sinpe.org/"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Società Italiana di Nutrizione Artificiale e Metabolismo (Sinpe)
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
     - di redigere la 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.favo.it/images/allegati/A4%20NUTRIZIONE.PDF"&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Carta dei diritti del paziente oncologico
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
    
                    
                    
    . Il decalogo è uno strumento che si prefigge l’obiettivo è di rispondere alle richieste dei pazienti e dei loro famigliari sull’
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      alimentazione
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
     e sul diritto a ricevere corrette 
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      prescrizioni nutrizionali
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    
                    
                    
    ."
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;a href="https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/oncologia/sette-malati-di-cancro-su-dieci-sono-malnutriti-durante-la-malattia"&gt;&#xD;
    
                    
                    
    https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/oncologia/sette-malati-di-cancro-su-dieci-sono-m...
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  
                  
                  
  un articolo tratto dal sito della fondazione veronesi
  
                  
                  &#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;!--StartFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Wed, 28 Mar 2018 21:34:20 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/sette-malati-di-tumore-su-10-hanno-problemi-di-nutrizione</guid>
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      <title>L’ OLIO extravergine d'oliva RIDUCE l'insorgenza di RECIDIVE nel tumore al seno. </title>
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      <description>L’OLIO EXTRAVERGINE D’OLIVA  RIDUCE L’INSORGENZA DI RECIDIVE NEI TUMORIDEL SENO </description>
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  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      COSA SONO LE RECIDIVE E LE CELULE
STAMINALI DEL CANCRO?
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Una volta guariti da un tumore, ci puo
essere la probabilità che questo possa riformarsi in un periodo di tempo piu o
meno lungo dalla sua scomparsa a seguito del trattamento (recidiva). La
probabilità di sviluppare una recidica e la possibile sede di metastasi,
dipendono dalla sede e dal tipo di tumore primitivo e dallo stazio della
neoplasia al momento del trattamento. La recidiva si puo manifestare nella
stessa sede del tumore primitivo o a distanza e la causa della sua insorgenza sembra
essere da attribuire alla permanenza di cellule neoplastiche residue. La
caratteristica principale di queste cellule è che sono in grado di rimanere
silenti e indifferenziate per lungo tempo per poi riprendere improvvisamente a moltiplicare
e a dare origine ad una nuova massa tumorale. 
Queste caratteristiche sono proprie anche delle normali cellule
staminali umane, ecco perchè vengono definite cellule staminali cencerogene. 
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Come si possono combattere le cellule
staminali maligne?
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Negli ultimi dieci anni molti ricercatori
si sono impegnati nello studio di nuove sostanze in grado di eradicare le  cellule staminali del cancro. Sono stati
sperimentati centinaia di approcci terapeutici sperando di trovare una sostanza
in grado di attaccare in modo specifico queste cellule senza causare danni alle
cellule staminali sane. Ma ancora oggi nessuna nuova terapia specifica ed
efficace è in uso nella clinica. I polifenoli di origine vegetale sono
stati impiegati per lungo tempo, sia clinicamente che sperimentalmente, come
dieta protettiva contro gli effetti dell’invecchiamento e delle patologie croniche
che includono il cancro. Per questi motivi si è iniziato a testare
molte molecole di origine vegetale che stanno dando ottimi risultati negli
esperimenti in laboratorio, tra queste l’olio extravergine d’oliva fattore
chiave della dieta mediterranea.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Perchè la dieta mediterranea e l’olio
d’oliva sono potenzialmente benefici?
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    L’abilità della dieta mediterrane, di
ridurre sensibilmente lincidenza e il rischio di incorrere in malattie croniche
come il tumore, è riconosciuta da tempo. Questi effetti benefici sono stati
attribuiti all’ampio uso dell’olio extravergine d’oliva.  Quest’olio infatti ha un’alta concentrazione
di grassi mono insaturi (buoni e utili) e inoltre contiene molecole di fenoli
benefici in numerose patologie. In questo articlo si dimostra come, nel tumore
al seno, la quantità di fenoli equivalenti a 5 cucchiaini di olio extravergine
di oliva, sia in grado di ridurre la sopravvivenza e capacità proliferativa
delle cellule staminali del cancro. Questa riduzione dimostata in vitro ed in
vivo si aggira intorno al 70%, riducendo quindi sensibilmente il rischio di
recidive. Inoltre, sempre nel tumore al seno, accoppiando l’olio d’oliva alle
chemioterapie in uso oggi, queste ultime incrementano la loro efficienza di una
percentuale che varia dal 10 al 15%
    
                    
                    &#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    &lt;b&gt;&#xD;
      
                      
                      
      Vediamo passo passo il testo e gli
esperimenti condotti dai ricercatori autori dell’articolo.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;/b&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    I FENOLI ESTRATTI DALL’OLIO EXTRAVERGINE
D’OLIVA RIDUCONO LA CRESCITA DELLE CELLULE STAMINALI DEL TUMORE AL SENO.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    

In questo articolo, gli autori hanno messo a crescere
in laboratorio, cellle staminali derivati da un carcinoma mammario umano. Dopo
averne studiato le caratteristiche, hanno evidenziato che il 25% del totale
delle cellule, avevano le caratteristiche tipiche di CELLULE STAMINALI del
CANCRO, descritte sopra.
    
                    
                    &#xD;
    &lt;!--EndFragment--&gt;    &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Fig1.png" alt="Una parte delle cellule tumorali, sono state cresciute in presenza di estratto concentrato di olio extravergine di oliva. Dopo tre giorni, la percentuale di cellule cancerogene staminali è diminuita dal 25% all'8% in presenza dell’olio extravergine d’oliva. Questo significa che si ha una diminuzione di piu del 70% di cellule staminali cancerogene quando le cellule all’interno della coltura in laboratorio, sono esposte all’olio extravergine d’oliva." title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Fig2.jpg" alt="A questo punto, gli autori si sono chesti se le cellule che sopravvivevano all’Olio, avessero la stessa capacità di crescere e formare una nuova massa tumorale, di quelle non trattate.   Come si vede dalle immagini qui sotto, quando le cellule crescono in presenza dell’estrattto, la loro capacità di formare tumori tridimensionali scende mano a mano aumenta la quantità di olio aggiunto. Gia in presenza di soli 1ug di estratto le masse sono piu piccole e meno numerose rispetto all’assenza di estratto (0 ug/ml). Quando si aggiungono 10ug al giorno (circa 5 cucchiaini da te), la quantità di sfere (masse tridimensionali) scende quasi a zero. " title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/Fig3.png" alt="Tra tutti i fenoli contenuti nell’olio d’oliva, ne sono stati individuati due, che per struttura molecolare si è ipotizzato potessero essere i responsabili di questa proprietà antitumorale dell’olio d’oliva. Sono chiamati rispettivamente OA (oleuropein aglycone) e DOA (decarboxymethyl oleuropein aglycone). Cosi sono stati estratti e usati singolarmente direttamanete su cellule tumorali di seno." title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
&lt;div&gt;&#xD;
  &lt;a&gt;&#xD;
    &lt;img src="https://cdn.website-editor.net/11d49623ba474887b96394e0b223c615/dms3rep/multi/xxx-097bb502.png" alt="Una volta provato che il DOA estratto dall’olio extravergine d’oliva fuonziona bene contro le cellule staminali del cancro in laboratorio, si è passati a sperimentarlo negli animali. Si sono iniettate le cellule cancerogene direttamente nel topo. A questo punto una parte dei topi hanno assunto DOA giornalmente. Dopo qualche settimana si è visto che i topi che assumevano il DOA non hanno sviluppato il tumore, che invece era grande e palpabile, nei topi non trattati. Dopo chirurgia si è visto che una minima massa era presente anche nei topi trattati, anche se molto piu piccola del controllo (topi che non hanno avuto il trattamento con il DOA estrato dall’olio extravergine d’oliva)." title=""/&gt;&#xD;
  &lt;/a&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;&#xD;
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  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
                    
    Molti altri articoli,
successivi a questo, hanno confermato questi risuktati. Rendendo l’olio
extravergine d’oliva, e la dieta mediterranea, un suggerimento valido per uno
stile di vita salutare.
  
                  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
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      <pubDate>Sun, 18 Mar 2018 13:38:06 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
      <guid>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/lolio-extravergine-doliva-riduce-linsorgenza-di-recidive-nei-tumori-del-seno</guid>
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      <title>La GLICEMIA nei pazienti Oncologici</title>
      <link>https://www.delaurentiisnutrizionista.it/titolo-del-post</link>
      <description>All'indirizzo youtube 
https://www.youtube.com/watch?v=Vd7y_9f6Gus 
troverete un'interessante spiegazione del Dott.Berrino, sull'importanza di mantenere una glicemia molto bassa mentre si cerca di curare e sconfiggere una patologia oncologica. Il dottor Berrino, lavora da anni all'istituto nazionale dei tumori, e rappresenta uno dei maggiori esperti nell'alimentazione del paziente oncologico.  Di seguito un estratto ella presentazione</description>
      <content:encoded>&lt;div data-rss-type="text"&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
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    All'indirizzo youtube

    
                    &#xD;
    &lt;a href="https://www.youtube.com/watch?v=Vd7y_9f6Gus"&gt;&#xD;
      
                      
      https://www.youtube.com/watch?v=Vd7y_9f6Gus
    
                    &#xD;
    &lt;/a&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    troverete un'interessante spiegazione del
Dott.Berrino, sull'importanza di mantenere una glicemia molto bassa mentre si
cerca di curare e sconfiggere una patologia oncologica. Il dottor Berrino,
lavora da anni all'istituto nazionale dei tumori, e rappresenta uno dei
maggiori esperti nell'alimentazione del paziente oncologico. Di seguito un estratto del suo discorso.
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Cio che mangiamo è importante, perchè il
cibo modifica l’ambiente interno al nostro corpo, rendendolo piu o meno favorevole
alla crescita delle cellule tumorali. 
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Ma cos’è che stimola la proliferazione
delle cellule tumorali? 
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Ci sono diversi fattori, ma il primo, il
piu importante, è la glicemia!! 
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    L’istituto dei tumori è stato tra i primi
a dimostrare che le donne che presentano glicemia alta, anche dento i limiti, hanno
una possibilità doppia di ammalarsi rispetto alle donne che hanno la glicemia
piu bassa sempre all’interno dei valori normali. Le cellule tumorali hanno
bisogno di 20 volte piu glucosio rispetto alle cellule normali  sono piu veloci ad assorbirlo. 
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    E come fare a mantenere bassa la glicemia?

  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Bisogna limitare i cibi raffinati,
eliminare le farine raffinate, gli zuccheri, cereali raffinati, ma anche grassi
saturi e grassi animali. 
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    I grassi animali sono rigidi e se ne
mangiamo tropi anche le membrane cellulari del nostro corpo diventano rigide e
allora l’insulina avrà difficoltà a far entrare il guclosio nelle cellule.
Infatti l’insulina è la chiave che lavora costantemente per aprire dei varchi
per far entrare lo zucchero nelle cellule. 
Ma se le membrane che circondano le nostre cellule sono rigide e dure,
l’insulina farà fatica a fare questo lavoro e il glucosio rimane in circolo e
quindi aumenterà la glicemia. Ma se aumenta la glicemia, il pancreas dovrà fare
piu lavoro e produrre piu insulina, ma l’insulina stessa è un fattore di
crescita che stimola la moltiplicazione cellulare. Ma soprattutto aumenta la
biodisponibilità di altri fattori di crescita che stimolano la crescita anche
dei tumori. Ma soprattutto la glicemia stimola l’infiammazione. Questa è una
difesa del nostro corpo. Se ci faccimao male arrivano delle cellule che
rilasciano dei fattori di crescita che spingono le cellule a moltiplicare in
modo da riparare il danno e tutto torna come prma. Ma se il male è il tumore,
allora arrivano queste cellule infiammatorie che rilasciano i fattori di
crescita che stimolano ulteriormente le cellule tumorali a crescere e
moltiplicare. Infatti chi ha i fattori dell’infiammazione piu alti si ammala
piu facilmente che non chi li ha bassi, anche all’interno dei valori normali.
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Quindi va tenuta bassa l’infiammazione, e
per fare questo va tenuta bassa la glicemia perchè gliucosio ma soprattutto
fruttosio che è molto peggio si legano alle proteine del sangue e degli
ornganie  fanno dei composti chiati
PROTEINE GLICATE che però sono molto irritanti e attivano fattori (es. NFKB)
che aumentano la prodz delle citochine infiammatorie.
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Oltre glucosio e fruttosio, quello che fa
aumentare il infiammazione sono tutti i prodotti animali tranne il pesce che ha
gli omega 3 che ha proprietà antiinfiammatorie. Questo è il quadro complessivo
molto semplificato.
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Sappiamo da anni che se agli animali diamo
molto meno cibo, vivono di piu e si ammalano meno di tumore e infarto. Cento
anni dopo ci sono studi sulle scimmie. É stato provato che se mangiamo troppo
blocchiamo ad esempio l’attivazione di una proteina chiamata AMPK che ha il
compito di bloccare mTOR un famoso oncogene causa della trasformazione di molte
cellule in cellule tumorali. Se mangiamo troppo blocchiamo AMPK che quindi non
funziona piu e non puo piu bloccare mTOR, il quale oncogene quindi è libero di
agire e causa la formazione di numerosi tumori. Quindi va tenuta bassa la
glicemia, quindi niente frutta troppo zuccherina.
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Nella frutta però ci sono anche molti
poliamine indispensabili per la proliferazione cellulare. Le cellule in
generale, ma soprattutto quelle tumorali, ne sonomolto ghiotte, e senza non
possono crescere e moltiplicarsi.
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Molte di queste poliamine, tra cui la
putrezcina, derivano dalla decomposizione delle proteine nello stomaco. Quindi
persone che mangiano carne di origine animale hanno piu poliamine rispetto ad
un vegetariano. Le carni però fanno anche aumentare l’insulina. Il latte attiva
direttamente mTOR.
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;p&gt;&#xD;
    
                    
    Il piu grande ostacolo oggi per lottare
contro il tmore, viene direttamente dalla mentalità conservativa delle
istituzioni di ricerca contro il cancro. E sono cosi strettamente sposati
nell’andare a fare coctail sempre piu complessi di farmaci a bersaglio
molecolare che vano contro le molecole che vannopromuovono la crescita.
Piuttosto sviluppiamo uno stile di vita che inibisca le molecole antiossidanti
che proteggono il tumore e lo rendono cosi incurabile.
  
                  &#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;br/&gt;&#xD;
  &lt;!--EndFragment--&gt;  &lt;p&gt;&#xD;
  &lt;/p&gt;&#xD;
&lt;/div&gt;</content:encoded>
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      <pubDate>Thu, 15 Mar 2018 14:35:44 GMT</pubDate>
      <author>183:723577211 (Angela De Laurentiis)</author>
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